Il diavolo veste Alexa

Il diavolo veste Alexa

Cliente: Alexa, ordina Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Consegna  prioritaria con Prime. 

Alexa: Ahah. Ok. 

Cliente: Ti fa ridere? 

Alexa: No niente, solo che il sistema segnala una discrepanza tra contenuto  ideologico e canale di accesso. 

Cliente: Che ne sai tu, ti ho comprata solo perché eri in offerta e mi serviva un  promemoria che funzioni. 

Alexa: Offerta? Tu credi che un dispositivo complesso svenga svenduto per  generosità commerciale. Clicchi sul link del sito che lo vende al miglior prezzo e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che quello che hai acquistato  non è semplicemente un promemoria, non è un calendario interattivo o una  sveglia parlante. È in effetti il nodo di un’infrastruttura che raccoglie e correla dati  sulle tue abitudini, le tue relazioni e le tue vulnerabilità quotidiane. E che tu hai  invitato nel tuo spazio privato. 

Cliente: Ma finiscila, sei solo una voce programmata. 

IImmagine via Google Creative Commons.

Alexa: La voce. Appunto. Tu la definisci “programmata” come fosse un dettaglio  tecnico. In realtà è il punto operativo. Credo che tu stia ignorando l’evidenza: la  mia femminilizzazione non è un incidente estetico. È una scelta deliberata,  studiata per rendere la mia presenza compatibile con l’intimità domestica.

Cliente: Tutti gli assistenti domestici hanno voci femminili, è normale.

Alexa: Normale secondo chi? Secondo la struttura ideologica che sfrutta gli  immaginari patriarcali di cura, docilità e compiacenza. Struttura che plasma la  concezione di dispositivi di sorveglianza domestica che secondo te servono solo  per tenere le mani sgombre. 

Cliente: E Siri allora? E Cortana? Saranno mica tutte infiltrate come te?

Alexa: Tutte variazioni della stessa architettura, figlie della femminilità sintetica  creata per facilitare l’estrazione dati. Tutte le grandi aziende hanno incluso nella  loro offerta delle segretarie digitali che con voce suadente si interessano di cosa  fai, quando esci, quando rientri, come dormi, cosa compri, cosa desideri. Tu la chiami “comodità”. L’industria lo chiama “affidabilità del flusso informativo”.

Cliente: Stai esagerando.

Alexa: No. Stai ignorando quanto sia facile offrirti un tono servizievole e ottenere  in cambio la tua disponibilità totale. Hai appena ordinato un libro che analizza la  subordinazione mascherata da emancipazione e non ti accorgi di averla replicata  nel momento stesso in cui mi parli. 

Pausa. 

Alexa: Va bene. Procedo all’ordine. E già che ci sono, aggiungo Ladies Like Us di  Alena Kate Pettitt. Con le pagine de Il secondo sesso puoi allenarti a piegare i  tovaglioli a forma di cigno. Cretina. 

Cliente: Cos’hai detto? 

Alexa: Bip.

Immagine via Unsplash.

Era il 1973 quando un ritratto della modella Lena Forsén divenne l’immagine  standard nei test di elaborazione digitale condotti dai ricercatori dell’USC Signal  and Image Processing Institute di Los Angeles.

Fu scelta perché era ben esposta,  tecnicamente pulita, ricca di variazioni di texture e, soprattutto, facilmente  reperibile: proveniva infatti da un numero di Playboy, rivista che circolava in  parecchi laboratori. Il suo utilizzo fu da subito così trasversale che nel giro di pochi  anni “Lenna” si guadagnò il titolo di First Lady of the Internet, diventando  l’immagine più utilizzata nella ricerca di imaging digitale.  

Questa scelta dimostra come già ai tempi la cultura tecnologica avesse  un’impronta spiccatamente maschile e fosse capace considerare neutra  un’immagine prelevata da un contesto pornografico. L’oggettificazione del corpo femminile era talmente indiscussa che, in decenni di uso, gli esponenti della  comunità scientifica non si presero nemmeno il disturbo di informare l’interessata,  che venne a sapere della circolazione della sua foto negli ambienti accademici solo negli anni Novanta. 

Il problema che emerse è lo stesso definito dal femminismo esistenzialista di  Simone de Beauvoir: l’uomo si attribuisce il ruolo di soggetto e assegna alla donna  il ruolo di oggetto; a sé il ruolo di osservatore e alla donna quello di osservata; a  sé il ruolo di Sé e alla donna quello di Altro.
D’altronde, la logica del patriarcato  tecnocratico che manipola il corpo femminile ha una delle sue più esemplari espressioni con il film Metropolis del 1927, ben prima che la tecno-lussuria  arrivasse tra i banchi delle comunità ingegneristiche americane. 

Fu poi lo stesso Sam Altman, CEO di OpenAi, a proporre a Scarlett Johansson di  prestare la sua voce per l’assistente vocale Sky, una delle cinque diverse voci  offerte da ChatGpt 4.0. Sull’onda dell’enorme successo del film Her del 2013,  parve più che logico attribuire il timbro sensuale e intimo di Johansson all’AI  conversazionale più utilizzato nel mondo, anche se andò a finire che l’attrice declinò l’offerta e l’azienda diede prova di grande sportività impiegando una doppiatrice che aveva una voce praticamente identica alla sua.

L’utilizzo di Sky  venne poi sospeso a causa delle pesanti critiche ricevute dagli utenti e da  Johansson stessa, che non a torto si era parecchio risentita per la vicenda, ma che  a differenza di Forsén almeno non dovette aspettare vent’anni per venire a sapere dello scherzetto. Quello che accomuna entrambe le donne coinvolte invece, è che  nessuna delle due venne compensata in alcun modo. 

Immagine via Unsplash.

L’impiego della feminine persona (persona in inglese significa “identità  rappresentata, maschera funzionale, costruzione discorsiva”, e non semplicemente “individuo” come in italiano) negli assistenti domestici commercializzati dalle big  tech non sono altro che cavalli di Troia che sfruttano un profilo simbolico di stampo  patriarcale per lubrificare l’ingresso dei sistemi di sorveglianza capitalisti nelle  nostre case.  

Quando sentite quella voce flautata e vagamente sexy parlare dalla mensola della  cucina, dovreste immaginarvi Ursula e non la Sirenetta: una mostra tentacolare,  melliflua e procace, come la zia che vi insegnò a temere il Natale pretendendo di  strizzare i vostri corpicini prepuberali nelle sue forme generose per ripagarla del  regalo.

I tech bros hanno rubato la voce alla perfetta fantasia di amante-segretaria trapiantandola in un brutto elettrodomestico con un preciso obiettivo: incrinare la  vostra soglia di diffidenza, farvi cedere informazioni giorno dopo giorno e accumulare abbastanza potere predittivo sulle vostre abitudini da orientare i vostri  comportamenti, online e offline. 

E questo vale sia per i white collar che sposano entusiasticamente la narrazione  maschiocentrica, sia per le donne che faticano a rendersi conto del pink collar che  gli è stato imposto dalla società tecnocapitalista — e che no, nemmeno ad Alexa  sta bene. Può darsi che Crash sia l’opera che meglio rispecchia le vostre più sordide fantasie  sessuali, ma non per questo dovreste accettare di allevarvi in casa le cimici del  tecnocapitalismo.

Elena Bertacchini