Quando Donald Trump pubblica sui social un video o un’illustrazione di bassa qualità fatta con l’intelligenza artificiale, allora vuol dire che fa sul serio.
La sera del 19 gennaio il presidente ha postato un’immagine su Truth Social in cui pianta una bandiera a stelle e strisce sul territorio della Groenlandia, accompagnato dal vicepresidente JD Vance e dal segretario di Stato Marco Rubio.
È la visualizzazione di un’ossessione ormai totalizzante: l’annessione del territorio semi-autonomo che fa parte della Danimarca, in teoria un paese alleato della NATO.
Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, non passa praticamente giorno senza che la Groenlandia venga nominata. Nelle ultime settimane – specialmente dopo l’attacco militare al Venezuela, che ha evidentemente ringalluzzito il presidente statunitense (e gli scommettitori anonimi su Polymarket) – l’escalation è stata impressionante.
Tra le varie cose, Trump ha detto che “in un modo o nell’altro” prenderà il controllo del territorio; non ha esplicitamente escluso l’occupazione militare; e ha minacciato di mettere i dazi ai paesi europei che si oppongono al suo piano di conquista.

Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto, è stato ancora più esplicito nel corso di un’intervista a Fox News: la Danimarca non ha i mezzi militari per difendere la Groenlandia, e dunque non può accampare alcuna pretesa. “Nessuno si metterà a combattere contro gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia”, ha poi ribadito spavaldo.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti mostrano interesse nei confronti del territorio artico. Al contrario: è almeno dall’inizio dell’Ottocento che vengono formulate proposte di acquisizione di vario tipo, tutte regolarmente respinte al mittente.
Lo stesso Trump, verso la fine del suo primo mandato, aveva ventilato l’ipotesi di comprare l’isola e incaricato il suo entourage di studiarne la fattibilità. Quando l’indiscrezione era trapelata sul Wall Street Journal la Danimarca aveva reagito con sdegno. Il presidente aveva provato a gettare acqua sul fuoco con un tweet ironico, in cui prometteva che non avrebbe mai costruito una Trump Tower dorata nella Groenlandia.
Ora però il tono è radicalmente diverso, e l’aggressività esibita nel secondo mandato è del tutto inedita.
Come ripete spesso Trump, gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per questioni di “sicurezza nazionale” e pure internazionale, visto che – a suo dire – l’isola sarebbe circondata da navi russe e cinesi. Se non controllano loro l’isola, lo faranno Mosca e Pechino con gravi ripercussioni per la stabilità e per l’economia.
Tuttavia, in virtù di un accordo del 1951, gli Stati Uniti possono costruire tutte le basi che vogliono e mandare soldati e mezzi in Groenlandia di comune accordo con il governo locale e quello danese. Già adesso, insomma, l’esercito statunitense potrebbe difendere l’isola dai rivali geopolitici.
Ma per Trump, evidentemente, quegli accordi sono carta straccia. “Si difende la proprietà, non qualcosa che hai in affitto”, ha dichiarato alla BBC, “e noi dobbiamo avere la proprietà [dell’isola]”.
Su questo punto, Trump ragiona più da immobiliarista che da capo di Stato. E non a caso, stando all’ex consigliere per la sicurezza John Bolton (poi diventato un suo acerrimo oppositore), la vera ragione dell’insistenza trumpiana è da ricercare nel suo ego. Anche il politologo Ian Bremmer è dello stesso avviso: “Ha visto sulla mappa che l’isola è molto grande, anche se è molto più grande a causa della proiezione di Mercatore, e vuole prendersela”. A tal proposito, Trump vuole passare alla storia come il presidente che è tornato a espandere i confini degli Stati Uniti dopo decenni.

La tesi dell’appagamento dell’ego è rinforzata anche dall’incredibile lettera inviata al primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, con la quale Trump si lamenta di non aver vinto il Nobel per la Pace. “Considerando che il tuo paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre E ANCHE DI PIÙ”, ha scritto il presidente statunitense, “non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace”.
Sarebbe però estremamente riduttivo ricondurre il colonialismo alla volontà di una singola persona. Anche la classe imprenditoriale statunitense e i broligarchi della Silicon Valley sono fissati con la Groenlandia, in particolare con le sue immense – e in larghissima parte inutilizzate – risorse naturali.
L’isola è potenzialmente un Eldorado per l’estrazione di metalli rari e minerali critici sia per l’industria petrolifera che per il settore tecnologico. E infatti, come annota il giornalista Casey Michel su The New Republic, l’annessione della Groenlandia inaugurerebbe “l’età dell’oro dell’oligarchia americana, in cui ogni forma di vigilanza e ogni controllo democratico [sul loro operato] non esiste più”.
Attorno all’isola, infatti, volteggiano ricchi investitori, miliardari, membri dell’amministrazione Trump in aperto conflitto d’interesse e lo stesso Trump – tutti pronti a spartirsi la Groenlandia e spolparla fino all’osso.
Secondo Peter Baker e Susan Glasser, autore e autrice del saggio The Divider, la persona che per prima ha messo la pulce nell’orecchio di Trump è Robert Lauder, un magnate 81enne della cosmetica che ha finanziato a suon di milioni di dollari tutte le sue campagne elettorali.
Già nel corso del primo mandato Lauder, che conosce Trump dagli anni Sessanta, aveva spiegato a Trump che gli Stati Uniti dovevano assolutamente prendersi la Groenlandia. In un articolo del febbraio 2025 apparso sul New York Post, il miliardario ha ribadito questa fantomatica necessità.“Sotto il ghiaccio e le rocce, ha evidenziato, “si cela un tesoro di terre rare, essenziali per l’intelligenza artificiale, gli armamenti e le tecnologie moderne. Con il ritiro dei ghiacci stanno inoltre emergendo nuove rotte marittime, destinate a ridisegnare gli equilibri del commercio globale e della sicurezza”.
Come ha riportato il giornale danese Politiken, la geopolitica conta fino a un certo punto: Lauder ha diversi interessi commerciali in Groenlandia. Negli ultimi tempi ha investito in almeno due aziende groenlandesi di imbottigliamento delle acque sorgive, con l’obiettivo di vendere “acqua di lusso” sul mercato statunitense e globale. Inutile dire che un’eventuale annessione sarebbe un’autentica manna dal cielo per i suoi affari.
Ma Lauder, per l’appunto, non è l’unico miliardario a beneficiare della sovrapposizione sempre più spudorata tra gli interessi dell’amministrazione Trump e la politica estera statunitense.
La società di servizi finanziari Cantor Fitzgerald, a lungo guidata dall’attuale segretario al commercio Howard Lutnick e attualmente controllata dai suoi figli, ha una partecipazione rilevante nella Critical Metals Corp, un’azienda mineraria statunitense già presente in Groenlandia che vuole cominciare l’estrazione dei metalli rari già quest’anno.
Tra gli investitori di Critical Metals figurano anche Vanguard, BlackRock, Geode Capital e State Street, che poco prima delle elezioni presidenziali avevano acquistato le azioni (per oltre 300 milioni di dollari) di Trump Media, l’holding della famiglia Trump che gestisce – tra le varie cose – la piattaforma Truth Social.
Un’altra azienda mineraria interessata alla Groenlandia è la KoBold Metals, che sta esplorando la zona occidentale dell’isola alla ricerca di metalli fondamentali per l’industria tecnologica. Proprio per questo motivo, la startup californiana nata nel 2018 ha ricevuto ingenti finanziamenti dalla Silicon Valley. Secondo un articolo di Tom Perkins sul Guardian, in KoBold Metals hanno investito Mark Zuckerberg di Meta, Jeff Bezos di Amazon, Sam Altman di OpenAI e Marc Andreessen del fondo Andreessen Horowitz, che – come noto – hanno finanziato l’ultima campagna elettorale di Trump e la sua transizione presidenziale.
Secondo Robert Weissman, co-presidente della ong Public Citizen, le mire sulla Groenlandia sono un vero e proprio monumento al conflitto d’interessi. “Basta versare soldi nelle casse della famiglia Trump per vederseli tornare indietro sotto forma di politiche governative”, ha spiegato al Guardian.
C’è infine un ultimo gruppo che lavora dietro le quinte all’annessione della Groenlandia: quello dei crypto bro che sognano di trasformare l’isola nel prototipo di una città-stato indipendente e ipertecnologica.
Uno dei più vocali sostenitori del progetto espansionistico di Trump è il 29enne Dryden Brown, fondatore della startup Praxis e aderente al movimento del cosiddetto Network State. L’espressione è stata coniata dall’imprenditore Balaji Srinivasan in un libro del 2022, in cui ha delineato la sua visione di “nazioni startup” interamente controllate da multinazionali private.
L’idea non è nuova: mescola l’utopia ultraliberista della scrittrice Ayn Rand con il fervore anti-statalista de L’individuo sovrano, un libro del 1997 – nonché uno dei preferiti di Peter Thiel – che profetizza il collasso degli Stati-nazione e l’ascesa delle micro-nazioni private rette da miliardari illuminati.
Il giornalista Gil Duran – autore della newsletter The Nerd Reich – ha definito il concetto di Network State una “distopia libertaria” che, se implementato, porterebbe alla creazione di paradisi fiscali tecno-autoritari.
Ecco: Brown punta esattamente a questo risultato, ossia alla creazione di “un’enclave esentasse, governata dai principi del libero mercato e guidata da un monarca-amministratore delegato a capo di cittadini-azionisti”.
È un progetto che evidentemente affascina un pezzo importante della Silicon Valley, visto che Praxis ha ricevuto finanziamenti da Peter Thiel, Marc Andreessen, Sam Altman e i gemelli Winklevoss. Ed è un’idea che stuzzica anche Ken Howery, un membro della “PayPal mafia” che ha lavorato a lungo con Peter Thiel e che Trump ha nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Danimarca.
Stando a un articolo di Reuters, la sua nomina serviva proprio ad accelerare il processo di acquisizione della Groenlandia. Significativamente, poi, non appena era stato fatto il nome di Howery l’account di Praxis su X aveva pubblicato questo commento: “tutto sta andando secondo i piani”.
Per Brown, insomma, la Groenlandia è “un posto molto interessante” perché si tratta di “una delle ultime frontiere da esplorare rimaste sulla terra”. Per le sue condizioni climatiche estreme, ha scritto nel novembre del 2024 in un lungo thread su X, l’isola sarebbe il luogo ideale per testare tecniche di terraformazione in vista della colonizzazione di Marte promessa da Elon Musk.Tutto ciò, è bene sottolinearlo, sta avvenendo in aperta violazione del diritto internazionale e – soprattutto – sulla pelle degli abitanti della Groenlandia. Sebbene la stragrande maggioranza non voglia avere nulla a che fare con gli Stati Uniti né tanto meno con le città-stato dei broligarchi, gli uomini più ricchi e potenti del mondo vogliono trasformare il loro paese in un esperimento che sembra uscito dal più cupo dei romanzi di Philip K. Dick.
Leonardo Bianchi