Oggi Infinite Jest, il romanzo più famoso di David Foster Wallace, compie trent’anni. Per l’occasione Einaudi ha pubblicato una nuova edizione italiana, curata e visivamente potente, quasi a sancire definitivamente il passaggio del romanzo da oggetto di culto a classico contemporaneo. Ancora oggi, infatti, quella di Wallace si dimostra un’opera che aveva intuito prima di molte altre la forma mentale della nostra epoca.
È difficile dire quando un romanzo possa essere definito “un culto”. Non accade come per un film o per una band, dove l’etichetta nasce da una combinazione di minoranze rumorose e maggioranze distratte che prendono coscienza all’unisono di un fenomeno che appaga i gusti di tutti. Con Infinite Jest è successo qualcosa di più strano: il culto è nato da un’opera di narrativa che in parte era concepita come disturbante.
Leggerlo richiede una fatica sproporzionata rispetto al classico piacere che ci aspettiamo da un libro. Mille e più pagine, note a piè di pagina che si moltiplicano quasi per mitosi, trame che si biforcano e poi spariscono, personaggi che sembrano arrivare da romanzi diversi. Eppure il libro ha costruito una comunità di lettori che non si limitano ad amarlo: lo attraversano e ne parlano come si fa con le opere-mondo, ad esempio Il Signore Degli Anelli.

La prosa di Wallace è uno dei motivi di questa devozione. Non solo perché sia bella nel senso scolastico del termine, ma perché è mobile, inquieta, capace di passare dal gergo di strada a quello tecnico, dalle droghe alla metafisica, dalla comicità al dramma. Tutto questo continuando a cambiare registro, tono, ritmo e punto di vista. Pochi romanzi del secondo Novecento e nei primi anni Duemila hanno prodotto un’aura così persistente senza trasformarsi in reliquie.
Raccontare la trama di Infinite Jest a chi non lo ha letto è un esercizio limitato, come riassumere una città con una cartolina. C’è una scuola di tennis d’élite, l’Enfield Tennis Academy, dove adolescenti prodigiosi imparano a gestire pressioni che nessuno dovrebbe conoscere. C’è una comunità di recupero per tossicodipendenti e alcolisti, la Ennet House, dove residenti disperati tentano di sopravvivere alle proprie dipendenze. C’è un gruppo terroristico di canadesi sulla sedia a rotelle (Les assassins des fauteuils rollents) e ci sono agenti segreti del governo americano che vogliono fermarli. Tutti danno la caccia all’unico esemplare di un video misterioso intitolato Infinite Jest, appunto: un film talmente piacevole da rendere chi lo guarda incapace di fare altro fino a consumarsi. Un intrattenimento così perfetto da diventare letale.
Attorno a questi nuclei ruotano decine di personaggi: Hal Incandenza, una specie di bambino indaco del tennis e del vocabolario; Don Gately, ex tossicodipendente e scassinatore, con un senso morale quasi dostoevskiano; James Incandenza, padre di Hal e cineasta, inventore dell’“intrattenimento” che dà il titolo al romanzo; e una folla di figure secondarie in stile Dickens, che sembrano sempre sul punto di diventare protagoniste.
Ma la vera trama di Infinite Jest non è una storia in senso classico, perché Wallace ebbe un’idea radicale: se il problema della modernità è l’intrattenimento infinito, allora un romanzo che voglia parlare seriamente di questo problema non può essere, a sua volta, un intrattenimento facile.
Infinite Jest è costruito come un anti-spettacolo. Le note a piè di pagina interrompono la narrazione nel momento meno opportuno. La cronologia è frammentata. Le informazioni decisive arrivano tardi, o troppo presto, o mai (il finale, ad esempio, non è tanto anticlimatico quanto a-climatico: è fuori dal romanzo stesso, lo desumiamo dal modo in cui gli avvenimenti si sommano). Il lettore è costretto a lavorare, a ricordare, a tornare indietro, a rinunciare all’illusione che ogni storia debba offrirgli un piacere immediato. Non a caso il suo titolo iniziale era proprio Un intrattenimento fallito.
Il libro funziona, è bellissimo da leggere, ma rifiuta il patto implicito tra prodotto culturale e consumatore. Non promette gratificazione continua.
In quegli anni Wallace stava elaborando una delle sue intuizioni più limpide: gli effetti sull’interiorità umana della “spettazione” (neologismo necessario, perché in italiano non esiste un corrispettivo che abbia le sfumature della parola inglese “spectation”). Una forma di esistenza in cui il soggetto si definisce soprattutto come uno spettatore per il quale essere al mondo significa guardare qualcosa. Possibilmente senza interruzioni. Possibilmente senza silenzi. Non vi suona un po’ familiare?
Wallace aveva capito che la televisione era diventata un vero e proprio modello di esperienza. Non si limitava a offrire contenuti, insegnava un modo di occupare il tempo. E quel modo consisteva nel ridurre ogni intervallo, ogni pausa, ogni momento non riempito da immagini a una specie di errore.

Il film letale di Wallace, l’opera così piacevole da annullare la volontà di chi la guarda, va aldilà dell’espediente narrativo. È una metafora che oggi appare quasi ingenua nella sua precisione, perché siamo andati oltre alla fantasia dell’autore. Viviamo un flusso continuo di micro-intrattenimenti: reel, feed, notifiche, video di pochi secondi, algoritmi che anticipano i nostri desideri prima ancora che li formuliamo. Wallace non ha visto la stagione dello scroll infinito, ma ne aveva intuito la logica 30 anni fa.
Pensateci, sul serio: quanto vi ritenete liberi, oggi, nel vostro bisogno di essere intrattenuti? È davvero una vostra scelta? Ed è possibile considerare la mancanza di stimoli come una forma di disagio?
Infinite Jest racconta questo meccanismo senza moralismi. Lo fa con la consapevolezza che il bisogno di intrattenimento nasce da una ferita autentica. Vogliamo essere distratti perché essere presenti e consapevoli, il più delle volte, è doloroso. Un dolore che spesso si rintana nella noia.
Oggi l’aggettivo “noioso” è diventato quasi una condanna sociale. È una delle caratteristiche più svilenti che possiamo attribuire a un’esperienza o a una persona.
Prima di suicidarsi, nel 2008, Wallace stava da anni lavorando a Il re pallido (uscito postumo e incompiuto, nel 2011), un romanzo dedicato all’esperienza del tempo vuoto e del tedio. Un libro che tentava di trasformare la noia in materia narrativa, come se fosse una risorsa da esplorare, non un difetto da eliminare. In questo senso, Infinite Jest era il primo passo verso un esercizio di resistenza ai rimedi facili alla noia, tra cui l’ironia.
Una delle qualità più sorprendenti di Wallace era anche la capacità di far ridere mentre parlava delle cose più terribili. Infinite Jest è pieno di scene divertenti, ma quella comicità non è un semplice esercizio di stile. La sua ironia non serve a proteggersi dalla realtà, ma a renderla sopportabile. Ed è una specie di condanna: Wallace nutriva un sospetto profondo nei confronti dell’ironia, soprattutto quando diventava una postura permanente, una scorciatoia emotiva travestita da intelligenza. Sosteneva che l’ironia postmoderna, dopo aver liberato la letteratura americana dal moralismo e dalla retorica, rischiava di trasformarsi in una gabbia: uno strumento perfetto per evitare il coinvolgimento, per non esporsi, per non prendere sul serio nulla, nemmeno il dolore. In Infinite Jest l’ironia è ovunque, ma è mostrata come una risorsa fragile, un linguaggio di difesa che funziona solo fino a un certo punto.

Oltre quella soglia resta la necessità di dire qualcosa di sincero, senza protezioni, senza distacco. È lì che Wallace colloca la vera posta in gioco del romanzo: la possibilità, sempre più rara, di parlare seriamente in un mondo che ha imparato a ridere di tutto, e a distrarsi, prima ancora di capire cosa sta guardando.
Leggere Infinite Jest oggi significa accorgersi che molte delle nostre ossessioni erano già lì, in forma embrionale. La paura del silenzio, la trasformazione del piacere in dipendenza, la difficoltà di stare da soli con i propri pensieri.
Wallace aveva intuito che il piacere, quando diventa un flusso ininterrotto, smette di essere un evento e si trasforma in una condizione permanente. In quella condizione il desiderio perde contorni, il tempo si appiattisce, l’esperienza si fa indistinta. Non c’è più attesa, non c’è più distanza, non c’è più il margine necessario perché qualcosa possa davvero accadere.
Infinite Jest racconta proprio questo spazio che scompare: lo spazio tra un impulso e la sua soddisfazione, tra una domanda e la sua risposta, tra un individuo e ciò che lo intrattiene. È un romanzo costruito per restituire attrito all’esperienza, per ricordare che la coscienza non è un flusso continuo di stimoli, ma un terreno accidentato, pieno di interruzioni, deviazioni, zone d’ombra.
Riletto oggi, il libro appare meno come una profezia e più come una radiografia. Wallace osservava un mondo che stava imparando a considerare insopportabile ogni forma di vuoto, e provava a trasformare proprio quel vuoto in materia narrativa. La fatica di leggere Infinite Jest, la sua struttura irregolare, la sua resistenza al consumo rapido fanno parte dello stesso gesto: obbligare il lettore a fermarsi, a perdersi, a restare.
Forse è questo il motivo per cui, dopo trent’anni, il romanzo continua a sembrarci così vicino. Non perché descrive con precisione il nostro presente, ma perché mette a nudo una tensione che non abbiamo mai risolto: il bisogno di essere intrattenuti e il desiderio, più difficile da ammettere, di qualcosa che non possa essere consumato.
Niccolò Carradori