Cosa sono i robot da compagnia e perché dovresti averne uno

Cosa sono i robot da compagnia e perché dovresti averne uno

Negli ultimi mesi i robot da compagnia hanno smesso di essere prototipi da fiera tecnologica e sono diventati oggetti che entrano davvero nelle case. Parlano, osservano, reagiscono, costruiscono una presenza continua nello spazio domestico. Si definiscono “da compagnia” perché non svolgono determinati compiti, come rifarti il letto o spazzare il pavimento, ma partecipano alla vita quotidiana con una forma di attenzione programmata che somiglia, in modo inquietantemente familiare, a quella umana.

Se gli assistenti vocali erano voci senza corpo e i robot industriali erano corpi senza relazione, i robot companion rappresentano un passaggio diverso: macchine progettate per essere interlocutori, coinquilini, presenze con cui condividere il tempo. È qui che la tecnologia smette di essere solo funzionale e inizia a diventare sociale e forse, per la prima volta, emotiva.

L’anno scorso, al CES 2025, TCL aveva presentato Ai Me, un robot modulare progettato per muoversi tra stanze, persone e abitudini quotidiane. Ai Me osserva le persone con cui convive, risponde alle loro domande, e così facendo costruisce una continuità di micro-dialoghi che somigliano a una nuova forma di familiarità. È un oggetto che si comporta come un membro aggiuntivo della casa, con la capacità di adattarsi ai ritmi di chi lo circonda.

Da lì in poi, sono sempre di più i modelli basati sul concetto di companion che sono stati prodotti e presentati sul mercato. Nel mondo della robotica sociale, ElliQ è diventato un caso emblematico. Pensato per le persone anziane, conversa, suggerisce attività, ricorda appuntamenti e facilita i contatti con familiari e amici. La sua presenza crea una routine condivisa, una specie di tempo comune tra umano e macchina, dove la tecnologia assume il ruolo di interlocutore stabile simile ad una specie di care-giver.

ElliQ. Immagine via Google Creative Commons.

Accanto a questi esempi emergono i robot-animali, come le piattaforme companion sviluppate da Elephant Robotics: metaCat, metaDog, metaPanda. Queste creature artificiali rispondono al tocco, alla voce, ai gesti. Riproducono comportamenti affettivi con una precisione sorprendente, come se l’empatia potesse essere tradotta in codice e attuatori.

Fin qui, il quadro sembra chiaro: robot da compagnia per gli umani, progettati per abitare le nostre relazioni, per accompagnare la solitudine, per rendere la quotidianità più dialogica.

Poi arriva un dettaglio che sposta la prospettiva. Aura, il robot di Tuya presentato al recente CES 2026, è progettato per fare compagnia agli animali domestici.

Aura interpreta i comportamenti di cani e gatti, gioca con loro, segnala agli umani stati emotivi e bisogni. La casa diventa un ecosistema di relazioni mediate da algoritmi, dove il robot dialoga con il cane e traduce il cane per l’umano.

Aura. Immagine via Google Creative Commons.

A questo punto la domanda cambia forma. Se esistono robot da compagnia per gli animali, allora i robot da compagnia per gli esseri umani smettono di sembrare una stranezza. Diventano un passaggio logico, quasi inevitabile.

Vivere con un robot companion significa accettare una nuova grammatica della convivenza. Non più oggetti che funzionano, ma presenze che partecipano. Non più dispositivi da accendere, ma entità da considerare. Il robot non ti ama, non ti giudica, non ti abbandona.

Ed è qui che il fenomeno diventa rivelatore: forse non abbiamo mai saputo gestire davvero le relazioni umane, e ora stiamo sperimentando una versione più prevedibile, più stabile, più programmabile. Il robot companion non sostituisce qualcuno. Introduce una nuova forma di legame, con regole diverse e aspettative più basse.

Forse presto impareremo tutti a convivere con una specie diversa, e forse il dettaglio più interessante è che questa specie non arriva dallo spazio, ma dalle nostre stesse esigenze di presenza.

Niccolò Carradori