Marte: si può o no?

a cura di Luca Nardi
Marte: si può o no?

SpaceX è ancora intenzionata a costruire una città su Marte, inizierà tra cinque o sette anni, ma la priorità va alla Luna in cui potrebbe completare una città autosufficiente entro dieci anni. Per Marte ce ne vorranno almeno 20. Questo è il succo di un post pubblicato sul suo social da Elon Musk, CEO della compagnia privata SpaceX, il 9 febbraio 2026.

Non sono passati troppi anni da quando l’obiettivo di SpaceX era che la città marziana fosse costruita entro il 2024. Musk e le sue aziende producono lanciatori spaziali, macchine elettriche, chip neurotecnologici, intelligenze artificiali e molto altro, ma il prodotto principale è sempre stato uno: il futuro. Deve essere sempre un futuro prossimo, altrimenti non sarebbe un buon prodotto, e per questo gli obiettivi dichiarati sono così irrealisticamente vicini: tra 5 anni non inizierà la costruzione di nessuna città su Marte, ed entro 10 sulla Luna potremmo al massimo iniziare ad avere qualche primo avamposto scientifico delle missioni Artemis.

La verità è che il sogno di Marte non è forse mai stato così lontano come oggi, in cui le attenzioni sono tutte rivolte verso la Luna.

Il post di Elon Musk su X, in cui ha dichiarato le sue intenzioni riguardo al progetto di Space X su Marte.

Quel rubino infuocato nel cielo attira l’umanità da millenni interi, fin da quando gli antichi osservatori lo associarono a divinità guerrafondaie, come Nirgal per i babilonesi e Ares per i greci. Ma è col telescopio che da astro errante divenne un mondo intero, in cui inscenare un possibile futuro utopico (o distopico, a seconda dei momenti), per l’umanità. Non stupisce che quando abbiamo iniziato a lanciare cose nello spazio, Marte sia stato uno dei primi obiettivi.

Nel 1965 la sonda Mariner 4 della NASA raggiunse Marte per la prima volta, sorvolandolo e scattando le prime storiche immagini della sua superficie. Immagini sgranate, in bianco e nero, che però mostravano già un mondo desertico, molto più di quanto si pensasse in precedenza. Fino al 1972 ci fu una prima ondata di interesse marziano, che si chiuse con la missione Mariner 9, la prima che entrò in orbita attorno al pianeta immortalandone valli, pianure e vulcani in mappe vere e proprie.

Poi ci furono le Viking nel 1975, che per la prima volta toccarono la superficie del pianeta rosso. I lander Viking cercarono tracce di vita e, nonostante i dibattiti al riguardo si protrassero a lungo, non la trovarono. Capimmo però che un tempo Marte doveva ospitare acqua liquida: un oceano attorno al polo nord, laghi nei crateri, e fiumi che rigavano la superficie quasi 4 miliardi di anni fa. Lo stesso periodo in cui è nata la vita sulla Terra.

Nonostante questa scoperta, l’interesse verso Marte scemò, per rinascere solo a inizi anni 2000. Arrivarono i rover, Spirit e Opportunity prima, poi Curiosity e infine Perseverance e Zhurong attorno al 2020. In più, una flotta di sonde che si susseguono nell’osservazione da remoto, come l’araba Mars Hope e l’europea Trace Gas Orbiter.

In tutti questi periodi, alle spalle di tutte queste incredibili missioni spaziali, c’è sempre stato il sogno di riuscire davvero a viverci, un giorno, su Marte.
E oggi? Quel sogno che fine ha fatto? Una dopo l’altra tutte le sonde marziane stanno terminando le loro missioni – l’ultima è stata la sonda della NASA MAVEN, con cui abbiamo perso i contatti a gennaio 2026. A parte qualche caso sporadico (come EscaPADE della NASA e la giapponese MMx), non è previsto un vero e proprio ricambio generazionale.

Il rover Perseverance sulla superficie di Marte.

Il problema, per Marte, è che gli occhi della politica di tutto il mondo sono tutti orientati alla Luna. Le missioni Artemis della NASA, insieme a partner europei, canadesi e giapponesi, concentrano gran parte dell’attenzione economica, politica e mediatica dell’esplorazione spaziale attuale. Artemis 2 è in prossima partenza e per la prima volta riporterà degli astronauti in orbita attorno alla Luna (non succedeva da quando si chiuse la missione Apollo 17 nel 1972), Artemis 3 porterà a un nuovo allunaggio, le missioni successive punteranno a costruire una base lunare. La Luna è un obiettivo più prossimo, più raggiungibile, in ultima analisi un futuro più vendibile, per le aziende e per la politica, proprio come era Marte per la SpaceX.

Marte resta, ma è sullo sfondo. Il programma Artemis si basa sulla filosofia Moon to Mars, che vede la Luna come campo di prova generale per poter acquisire il know-how e le tecnologie necessarie all’esplorazione marziana, ma è di nuovo un obiettivo lontano, a cui plausibilmente penseremo tra alcuni decenni.

Del resto non potrebbe essere altrimenti. Su Marte l’atmosfera è pochi millesimi di quella terrestre e quasi integralmente fatta di anidride carbonica. L’acqua è poca, ghiacciata e il pianeta è quanto di più arido possiamo immaginare. Non c’è un campo magnetico a proteggere la superficie dai raggi cosmici, che in dosi eccessive sono letali per le cellule degli esseri viventi.

Tutte queste sfide ci sono anche sulla Luna, e per questo 10 anni non basteranno per avere una città autosufficiente – e forse non basterà neppure un secolo. Tuttavia la Luna si raggiunge con un viaggio di pochi giorni, mentre Marte ha bisogno di alcuni mesi. Non mente, Musk, quando dice che SpaceX punta alla Luna perché è molto più raggiungibile nel breve periodo.

La filosofia Moon to Mars ha perfettamente senso, ma ancora una volta Marte resta un sogno per il futuro. La differenza, è che stavolta il sogno è nel cassetto, percepito come così lontano da non poter essere un buon prodotto neppure per i tech bro.

Luca Nardi