Ogni civiltà umana è ossessionata dalla sua fine, che coincide con la fine del mondo. La nostra civiltà ne è particolarmente ossessionata: basti pensare all’enorme successo del genere distopico post-apocalittico, che da decenni contraddistingue la cultura pop a qualsiasi latitudine.
Del resto, ha scritto il giornalista irlandese Mark O’Connell nel saggio Appunti da un’Apocalisse, “viviamo in un’epoca di scenari apocalittici. Il mondo che abbiamo ereditato pare consumato, destinato a una disfatta assoluta e definitiva”.
Tra inverni demografici, pandemie, recessioni economiche, cambiamento climatico, ascesa degli autoritarismi, rivalità tra superpotenze, guerre, genocidi, corsa al riarmo nucleare, disuguaglianze crescenti e timori sullo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, i segni dell’Apocalisse incipiente sono ovunque e le nostre società sembrano troppo fragili per fronteggiarli tutti insieme.
Proprio per questo, bisogna essere preparati a ogni evenienza. O almeno, è ciò che fa da tempo chi aderisce a una specifica subcultura: quella dei prepper.
Questa espressione, che deriva dall’inglese colloquiale prep, indica le persone che si preparano – per l’appunto – a scenari catastrofici e apocalittici di tipo climatico, economico, bellico, sanitario e sociale.
Come si può leggere nei vari siti dedicati al tema o in alcune interviste, la filosofia prepper è una specie di “arte del piano B” la cui regola principale è “prepararsi sempre al peggio e sperare il meglio”.
In un’intervista a VICE Italia, un prepper italiano ha spiegato che “tutto nasce dalla preoccupazione, vissuta in maniera razionale e non paranoica, che qualcosa nella nostra quotidianità possa andare storto e manchino temporaneamente i servizi della società moderna”.
La preparazione può avvenire in vari modi: accumulando scorte di cibo a lunga conservazione, comprando attrezzatura tecnica di vario tipo e imparando tecniche di sopravvivenza in scenari urbani e naturali. A tal proposito si parla anche di “survivalismo”.
Le radici della disciplina affondano nella Guerra Fredda: nasce tra l’Europa del Nord e gli Stati Uniti, come variazione autonoma dei programmi di difesa civile in vista di una possibile guerra nucleare con l’Unione Sovietica.

Negli Settanta si diffonde soprattutto negli ambienti libertariani statunitensi grazie alla newsletter The Survivor di Kurt Saxon, uno scrittore che aveva militato nella John Birch Society (un’associazione anticomunista di estrema destra), nel Partito Nazista Americano e nella chiesa di Scientology.
Tra la fine degli anni Ottanta e Novanta il prepping viene invece progressivamente associato al movimento dei patrioti – una rete informale di milizie antigovernative di estrema destra – e assume tinte prevalentemente politiche.
Questa fama negativa sopravvive in parte ancora oggi: nei film e nelle serie tv (basti pensare a Leave The World Behind o The Last of Us), i prepper sono spesso raffigurati come persone socialmente isolate, dedite al culto delle armi, paranoiche e consumate dalle teorie del complotto sul “Nuovo Ordine Mondiale”.
La pandemia di Covid-19, le catastrofi naturali accelerate dalla crisi climatica e le tensioni geopolitiche hanno però cambiato questa percezione, contribuendo allo sdoganamento e alla normalizzazione del prepping presso fasce più ampie della popolazione.
Secondo un sondaggio condotto nel 2023 dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA, l’Ente federale per la gestione delle emergenze), sono più di 20 milioni gli statunitensi che si dedicano al prepping.
E a riprova della crescente popolarità del fenomeno, negli ultimi anni sono emerse diverse varianti. Una è la versione anarchica, che è più inclusiva rispetto a quella survivalista di destra ed è opposta all’approccio statale che – si legge in un articolo sulla rivista Red Pepper – “ha come priorità la continuità governativa piuttosto che la continuazione della vita umana”.
Più recentemente, sempre negli Stati Uniti, il prepping è stato adottato anche da piccole parti della comunità afroamericana in funzione difensiva, anti-razzista e anti-trumpiana. “Penso che sia molto importante che le persone di colore siano armate e pronto a tutto”, ha detto una prepper intervistata dal magazine Capital B, “perché purtroppo con questo presidente, un po’ com’era successo la prima volta, c’è da avere paura”.
Tutto ciò – annotano Robert E. Kirsch e Emily Ray nel saggio Be Prepared: Doomsday Prepping in the United States – testimonia come il prepping non sia più un’eccentrica anomalia, ma piuttosto “un’espressione della società dei consumi che trasforma la sicurezza in una questione privata affidata alle famiglie, in un contesto segnato da un assetto neoliberista che riduce e indebolisce l’intervento dello Stato”.
Non a caso, esiste anche un prepping di lusso riservato ai super-ricchi e ai broligarchi.
Sempre più aziende vendono infatti bunker accessoriati di tutto punto, costruiti dentro vecchi silos militari dismessi e dotati dei comfort per sopravvivere comodamente al collasso della società. Ron Hubbard, amministratore delegato della texana Atlas Survival Shelters, ha dichiarato che “dopo l’invasione dell’Ucraina il mio telefono ha squillato ogni trenta secondi. I miei clienti sono preoccupati per la guerra nucleare, gli attacchi biologici o qualsiasi tipo di attacco chimico”.
[Didascalia foto: Il rendering di un bunker con piscina dell’azienda californiana Vivos.
Dal canto suo, Peter Thiel ha provato a costruire un mega-bunker personale in una zona sperduta della Nuova Zelanda, un paese di cui ha ottenuto la cittadinanza nonostante non abbia mai vissuto lì. Le autorità locali hanno però bloccato il progetto perché avrebbe avuto un impatto ambientale devastante.
Mark Zuckerberg è invece riuscito a costruire un bunker sotterraneo di 460 metri quadri – da lui definito “un piccolo rifugio” – nel suo Koolau Ranch da oltre 270 milioni di dollari alle Hawaii. Il progetto rimane comunque avvolto dal mistero, perché i costruttori e gli operai hanno firmato degli accordi di non divulgazione. “È come il Fight Club: non si parla del Fight Club”, ha detto uno di loro alla rivista Wired.
Reid Hoffman, il co-fondatore di LinkedIn, ha parlato dell’esistenza di un’“assicurazione sull’apocalisse” (un bunker o un piano d’emergenza) che la metà degli ultraricchi statunitensi possederebbe in caso di catastrofe.
Secondo la giornalista Karen Hao, autrice del saggio Empire of AI, il co-fondatore di OpenAI Ilya Sutskever avrebbe detto che “costruiremo sicuramente un bunker prima di mettere in commercio l’AGI [l’intelligenza artificiale generale]”.

E ancora: altri magnati della Silicon Valley, prendendo ispirazione dal concetto di network state formulato dall’imprenditore Balaji Srinivasan, vorrebbero edificare intere città-stato fortificate e riservate a pochi eletti.
In tal senso, ha sottolineato il teorico dei media Douglas Rushkoff nel libro Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui, la ricchezza e l’avanzamento tecnologico servono ai tecno-oligarchi per “isolarsi dai pericoli concreti e reali del cambiamento climatico, delle migrazioni di massa, delle pandemie e dell’esaurimento delle risorse” – tutti problemi causati o aggravati anche dalle loro attività.
Per loro, chiosa Rushkoff, “il futuro della tecnologia riguarderà soltanto una cosa: come fuggire da tutti noi”.
Tant’è che, per gente come Jeff Bezos ed Elon Musk, la Terra non basta più: affinché la specie umana sopravviva bisogna colonizzare e “terraformare” (rendere abitabile) Marte, che è diventata una specie di Arca di Noè laica.
Si tratta di una fantasia escapista – sottolineano le scrittrici e attiviste Naomi Klein e Astra Taylor in un articolo sul Guardian – che ha molto in comune con l’interpretazione evangelica del “Rapimento” biblico, in cui “i fedeli ascendono al cielo in una città dorata, mentre i dannati rimangono sulla Terra per affrontare una battaglia apocalittica”.
Peccato che la futura fuga su Marte (o sulla Luna) sia del tutto inutile per le sfide che l’umanità deve affrontare adesso. Secondo Kim Stanley Robinson, l’autore della celebre Trilogia di Marte, i piani di Musk rappresentano un “azzardo morale” poiché creano “l’illusione di poter distruggere la Terra e cavarsela comunque, quando non è affatto così”.
Il prepping dei broligarchi è strettamente correlato all’ultima forma di prepping emersa negli ultimi tempi: quella del “fascismo millenarista” o apocalittico, come lo definiscono Naomi Klein e Astra Taylor.
Le due autrici, prendendo spunto dal concetto di Ur-Fascismo di Umberto Eco, sostengono che ogni movimento di estrema destra ha un “complesso di Armaggedon” che può risolversi soltanto con una grande battaglia finale in cui si eliminano i nemici e si ottiene il controllo del pianeta.
Tuttavia, a differenza dei totalitarismi degli anni Trenta, il “fascismo millenarista” non ha alcuna grande visione salvifica per una società post-Armaggedon. Al contrario: proprio perché siamo immersi in così tante crisi che le destre autoritarie non hanno la minima intenzione o capacità di risolvere, la loro “ideologia di fondo è diventata un mostruoso survivalismo suprematista”.
La nazione deve dunque tramutarsi in un enorme bunker-fortezza, preclusa a tutti gli avversari interni ed esterni. Ed esattamente come fanno i singoli prepper, che stipano compulsivamente di scorte i propri scantinati, anche lo Stato-prepper fa incetta di risorse.
Ma lo fa su scala planetaria: magari adocchiando il canale di Panama, accaparrandosi i minerali dell’Ucraina con un accordo palesemente ricattatorio, bramando l’acqua potabile del Canada, minacciando di annettere la Groenlandia per ragioni di “sicurezza nazionale”, e così via.
“Non servono più le vecchie foglie di fico coloniali dell’esportazione della democrazia o della parola di Dio”, spiegano Klein e Taylor. “Quando Trump scandaglia avidamente il mondo, lo fa per accumulare scorte per fronteggiare il collasso della civiltà”.
Paradossalmente, il “fascismo apocalittico” è una profezia che si autoavvera. Più l’amministrazione Trump smantella le strutture statali e internazionali progettate per rispondere alle emergenze e più foraggia le industrie che stanno rendendo inabitabile il pianeta, più fatalmente si rafforza la mentalità da bunker e si creano opportunità private di lucrare sulla mancanza di protezione collettiva.
Dopotutto, come afferma Mark O’Connell, “i prepper non si stanno preparando per le loro paure: si stanno preparando per le loro fantasie”. E per chi se lo può permettere, in fondo, l’Apocalisse è davvero un ottimo affare.
Leonardo Bianchi