Molti anni fa lessi da qualche parte questa frase: “lo scopo della narrativa è quello di sedare gli inquieti e di turbare i tranquilli.” Mi piacque molto, perché riusciva a restituire bene uno dei piaceri che ho sempre provato leggendo, ovvero la percezione di avere accesso a un luogo di mezzo tra realtà e fantasia in cui lo stato caotico e materico della prima incontra quello etereo e gassoso della seconda, in uno scambio infinito che ridefinisce entrambe. Un uroboro di sublimazione e brinamento capace di generare ordine e confusione al tempo stesso.
Provo molta nostalgia per quel tempo in cui avevo un approccio così naif a questa forma d’arte; in cui era possibile sedersi da qualche parte da soli, in silenzio, senza sentire alle proprie spalle il fiato corto del mondo, la sua insistenza e continua richiesta di prestazione percettiva. Oggi però, se ancora esiste uno scopo per la narrativa, uno che vada oltre il mero intrattenimento per chi è stanco di essere bombardato di immagini, forse è quello di scompigliare il linguaggio. Di arieggiare una stanza chiusa. O, più precisamente, ricordarci che la stanza era chiusa già da prima, e che il linguaggio letterario degno di questo nome non serve a decorarla quanto a disarticolarla.
Da quanto non vi capita di leggere qualcosa che non sia scritto, quando va bene, come una tesina di fine corso, un esercizietto computazionale in cui aggettivi e relazioni lessicali esistono solo in virtù di chiarezza espositiva? E oggi bisognerebbe aggiungere: da quanto non vi capita di leggere qualcosa che non sembri già avere incorporato in partenza la sua versione riassunta, ottimizzata, metadatata, pronta per essere estratta da una macchina e restituita a un altro umano sotto forma di pappa semantica appena tiepida? Perfino il più stantio burocratese conservava una sua feroce vivacità involontaria; è peggio: è la prosa medianamente corretta, la frase che non sbaglia quasi mai e dunque non rischia mai niente, il periodo nato per risultare plausibile.
Ed è qui che l’epoca dell’intelligenza artificiale smette di essere soltanto una faccenda tecnica e diventa una faccenda stilistica, e dunque morale. Perché un modello linguistico normalizza aspettative: è pensato per questo. Ci abitua a una lingua che scorre troppo bene, che collega concetti senza far trapelare troppo i buchi. E il punto non è nemmeno stabilire se questo sia utile — spesso lo è, e moltissimo — ma capire che cosa accade a una cultura quando comincia a scambiare la levigatezza per pensiero.
In Italia l’IA è già entrata con decisione dentro la filiera editoriale: secondo una ricerca AIE presentata nel 2025, il 75,3% delle case editrici coinvolte usa già strumenti di IA nei propri processi; soprattutto per paratesti e metadati, ma anche per editing, bozze, traduzioni, copertine e illustrazioni. Non siamo davanti a una minaccia futura: siamo già dentro la riconfigurazione materiale di che cosa significhi “confezionare” un libro, posizionarlo, farlo circolare.

E allora viene da chiedersi se il vero compito della narrativa, oggi, non sia quello di ricordarci che il linguaggio è sempre stato un luogo di frizione. Non un condotto trasparente che porta dal pensiero alla carta — come se il pensiero stesso fosse già dato, solido e coerente, pronto a scivolare giù per la penna come l’acqua da un tubo ben sigillato — ma piuttosto una superficie scabra, disseminata di crepe e di sporgenze, che costringe chi scrive a inciampare e chi legge a farsi carico di quell’inciampo. Le frasi mostruosamente tentacolari di Gadda, la stratificata ricorsività di Wallace, il flusso brodoso di Lobo Antunes non cercavano di “abbellire” un pensiero limpido con una prosa barocca: cercavano, piuttosto, di mostrarci che il pensiero stesso è torbido, che non sempre può essere ridotto a diagramma di flusso. Il linguaggio, usato così, non è un semplice contenitore: è lo strumento che deforma e al tempo stesso rende visibile la deformità intrinseca dell’esperienza. In questa dimensione, la scrittura raggiunge quello status che Nabokov chiamava “magia blu”.
Ora, il fatto curioso è che mentre il numero e l’intensità dei lettori si assottigliano, la narrativa come settore commerciale non sparisce affatto; anzi, in alcuni casi tiene, cresce, si ramifica.
In Italia la quota di persone alfabetizzate che avevano letto almeno un libro nel tempo libero è stata del 40,1% nel 2023, in lieve recupero sul 39,3% del 2022, ma ancora lontana dal picco del 46,8% toccato nel 2010. E anche dentro questa minoranza relativa il quadro resta fragile: tra i lettori, il 43,7% legge al massimo tre libri l’anno, mentre i cosiddetti lettori forti sono il 15,4%. Insomma: il libro continua a circolare, ma il gesto della lettura si concentra, si restringe, smette di essere una pratica diffusa e diventa sempre più una pratica diseguale.
Sul lato del mercato, però, la storia è meno lineare e proprio per questo più rivelatrice. L’AIE ha stimato che il mercato trade dei libri di varia in Italia ha chiuso il 2024 a 1,5338 miliardi di euro, in calo dell’1,5% sul 2023. E tuttavia, guardando più da vicino la narrativa, si vede che la narrativa italiana nei canali trade rilevati da NielsenIQ-GfK è arrivata nel 2024 a 138,1 milioni di euro e 9,6 milioni di copie, in crescita sia sul 2023 sia sul 2019; inoltre, già nel 2022 la fiction italiana e straniera insieme valeva 546,4 milioni di euro e rappresentava il 34% del mercato trade per genere, contro il 32% del 2021. Nei primi nove mesi del 2025, poi, AIE registrava ancora una crescita della narrativa italiana (+3%) e di quella straniera (+0,1%), mentre arretravano saggistica generale, manualistica, fumetti e saggistica specialistica. Non è un dato secondario: significa che in un ecosistema più debole, più intermittente, più povero di lettori abituali, la fame di storie non scompare. Si concentra, cambia forma, ma non scompare.
Anche fuori dall’Italia il quadro è pieno di quella contraddizione che la narrativa conosce benissimo, perché è il suo pane quotidiano: la convivenza di due verità apparentemente incompatibili. Da una parte, nel 2024 il report internazionale NielsenIQ/GfK segnalava crescita dei ricavi della fiction in 16 mercati su 18, con performance particolarmente forti in romance e fantasy. Dall’altra, gli indicatori della pratica e della competenza di lettura raccontano un progressivo logoramento. L’OCSE, nei risultati PISA 2022, parlava di un calo di circa 10 punti nelle competenze di lettura rispetto al 2018, un arretramento senza precedenti recenti nel confronto tra cicli successivi; e nella Survey of Adult Skills 2023 rilevava che la literacy degli adulti è rimasta stagnante o è diminuita nella maggior parte dei paesi partecipanti, con 24 paesi su 27 in cui le competenze dei giovani adulti o sono rimaste ferme o sono calate. In altre parole: il romanzo vende, ma il terreno antropologico su cui dovrebbe essere letto si assottiglia.

Se poi si vogliono guardare due casi specifici e piuttosto eloquenti: nel Regno Unito la National Literacy Trust ha rilevato nel 2025 che solo il 32,7% dei ragazzi tra 8 e 18 anni dichiara di amare la lettura nel tempo libero, il livello più basso in vent’anni, e che appena il 18,7% legge qualcosa ogni giorno nel proprio tempo libero; negli Stati Uniti, uno studio su vent’anni di American Time Use Survey ha registrato un calo della lettura per piacere da un picco del 28% nel 2004 al 16% nel 2023, con una diminuzione relativa del 3% l’anno. Il quadro internazionale, insomma, non è uniforme ma convergente: la lettura come abitudine larga arretra, mentre le storie continuano a funzionare come oggetto di desiderio culturale e commerciale. E forse proprio qui si annida la domanda decisiva: che cosa stiamo comprando, quando compriamo narrativa ma perdiamo la pazienza mentale necessaria a leggerla davvero?
Perché il rischio, nell’epoca dell’IA, non è affatto che nessuno produca più testo. Semmai il contrario: il rischio è la sovrapproduzione di testo abbastanza buono da rendere più rara, e quindi più difficile da riconoscere, la scrittura necessaria. Una macchina potrà generare, e già genera, una quantità virtualmente infinita di frasi ben formate, trame coerenti, imitazioni convincenti di tono, riassunti, varianti, continuazioni, sinossi, dialoghi, descrizioni; quello che non può fare — o almeno non può fare nel senso pieno in cui lo fa un essere umano esposto al tempo, al corpo, alla vergogna, alla memoria, al rancore, all’invecchiamento e alla morte — è avere davvero qualcosa in gioco nell’uso della lingua.
Lasciamo perdere la questione dell’originalità: la grande narrativa è preziosa perché in ogni sua torsione formale lascia intravedere il costo percettivo e morale dell’essere stati vivi in un certo modo. Non esiste niente di simile.
Avremo ancora bisogno della narrativa non malgrado l’intelligenza artificiale, ma a causa sua. Più il linguaggio quotidiano verrà esternalizzato verso forme di scrittura servile, più diventerà evidente il valore di una lingua che non obbedisce al primo impulso funzionale, che non nasce per farci risparmiare tempo ma per farci passare del tempo dentro una coscienza che non è la nostra. La narrativa, quando è all’altezza di sé, non ci informa meglio: ci disorganizza meglio. Ci sottrae alla superstizione contemporanea secondo cui capire in fretta equivalga a capire davvero. E soprattutto ci restituisce una cosa che l’ecosistema automatico tende a erodere: l’esperienza di un’opacità non difettosa, di una complessità indigesta.
In fondo, ciò che la narrativa ci offre ancora — quando osa farlo — è la prova che il linguaggio non è un cavo di trasmissione, ma un campo di possibilità. Ogni frase che inciampa, ogni costruzione che devia dal binario dell’efficienza comunicativa, ogni voce che non si lascia trasformare senza residui in un prompt ben riuscito, è un atto di resistenza contro la riduzione del mondo a didascalia. E forse questo, oggi, è il suo compito più urgente: non salvarci dalla tecnologia con qualche nostalgico culto della carta e dell’inchiostro, ma salvarci dall’idea che una lingua perfettamente funzionale basti a ospitare un’esistenza umana.
Il grande linguaggio narrativo non ci tranquillizza mai davvero, perché ci costringe a guardare il fatto che la chiarezza assoluta non esiste, che la voce che leggiamo non coincide mai del tutto con quella che crediamo di sentire, che lo spazio tra parola e senso è un abisso che non si colmerà mai del tutto. Ma proprio per questo ci apre alla possibilità di respirare dentro quell’abisso, di farne il luogo in cui l’ossigeno non è mai scontato.
Nell’epoca della scrittura industriale – che sembra più estratta con forza centrifuga dalla realtà, più che espressa – la narrativa continuerà a contare soltanto se saprà restare il luogo in cui il linguaggio smette di essere un servizio e torna a essere un rischio: il luogo in cui non tutto è immediatamente traducibile, perché prodotto da qualcuno che non si limita a parlare ma è (o è stato) vivo.
Niccolò Carradori