Il 10 marzo del 1876, Alexander Bell parlò al suo assistente attraverso un apparecchio, chiedendogli di raggiungerlo nel suo studio, e fu piuttosto sorpreso nel veder comparire il ragazzo una manciata di minuti dopo. Aveva appena avuto luogo la prima telefonata nella storia dell’uomo. Esattamente centocinquant’anni fa, si smetteva di inviare messaggeri a cavallo e si iniziava ad alzare la cornetta – ai tempi letteralmente – per parlare con qualcuno.
Un secolo e mezzo dopo, l’oggetto che doveva semplicemente portarci la voce degli altri e far arrivare la nostra è diventato un centro di gravità permanente – Franco, non me ne volere. Dorme sul comodino, ci accompagna in bagno, sale sul letto, è il commensale in più a tavola, sta con noi in coda, nei tragitti, nelle attese, a lavoro e perfino nelle pause dal lavoro. Ci passiamo le dita sopra in continuazione, dentro ci teniamo tutto, è diventato la tipa a cui il partner guarda il culo mentre parla con voi. Intasa le nostre vite a tal punto che esistono centri di disintossicazione dedicati, eppure la sua funzione originaria, quella inaugurata da Bell, è la più evitata di tutte.
Perché non vogliamo più parlare con gli altri in tempo reale? Perché la telefonata ormai assomiglia sempre più a un gesto eccentrico, quasi indiscreto? Eppure il telefono nasce per la voce, come rottura radicale con la distanza, come modo per trasmettere non solo un’informazione, ma la nostra presenza.
Per noi di oggi la distanza è solo qualcosa che la tecnologia dovrebbe riuscire ad abolire, ma nell’Ottocento il telefono rappresentò l’irruzione dell’immediatezza in un mondo ancora abituato ad aspettare una lettera, consegnata dopo chissà quanti chilometri di viaggio. Non stupisce che Thomas Edison l’avesse definita un’invenzione che aveva annientato tempo e spazio. Non a caso, all’inizio del Novecento i telefoni erano già milioni e la voce aveva trovato la sua rete.
Nei decenni successivi, una ritualità quasi teatrale si è costruita intorno al telefono: il trillo, l’attesa, il saluto, la sospensione del resto. Perfino il cinema sapeva che un cambiamento viscerale era in atto nella società. Da Il delitto perfetto di Hitchcock (1954), in cui il protagonista affida l’omicidio della moglie al rito di rispondere al telefono, passando per Il sorpasso di Dino Risi (1962), in cui il bizzaro rapporto tra i due protagonisti ha origine dalla necessità di una telefonata, fino a tutte le volte in cui Mastroianni chiama o risponde nei film di Antonioni e Fellini che tanto hanno consacrato la cinematografia italiana. Il telefono ha goduto a lungo di una chiarezza quasi morale: prometteva una cosa e quella faceva. Rendeva presenti gli assenti. Il suo valore culturale stava tutto nel trasformare la lontananza in simultaneità.

Poi lo abbiamo reso un oggetto mobile, personale, pervasivo e, se vogliamo, migliore. Tra il telefono fisso della nonna, quello con la rotella che girava per comporre il numero, e l’ultimo modello di Google che dall’aeroporto di Charles de Gaulle manca poco mette a fuoco la Tour Eiffel, c’è stata una fase intermedia decisiva, oggi direi nostalgica: quella del caro–vecchio–Nokia. Quando tra la fine degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta, il telefono ha smesso di essere oggetto domestico condiviso per diventare privato, portatile, e tascabile. Non era ancora uno smartphone – bei tempi – ma era già qualcosa di radicalmente nuovo rispetto al fisso, perché ha spezzato il legame tra comunicazione e luogo. Per avere una conversazione non avevi più bisogno di essere a quell’ora in quel posto, potevi essere ovunque e in qualunque momento.
Ricordo quando da piccola giocavo con il telefono fisso di mia nonna – nero e pesantissimo – componendo con l’indice il numero di casa mia; quando componevo il nove erano dolori, perché la rotella ci metteva mezz’ora a fare tutto il giro all’indietro. Ricordo quando alle elementari volevo essere come i presidenti in emergenza nazionale che vedevo nei film, e tiravo su l’antenna nera del primo cellulare di mia madre e mi schiarivo la voce avvicinandomelo all’orecchio. Oppure quando già più grande giocavo a Snake sul Nokia arancione di mio padre, coi tastini grigi di gomma, già di gran lunga più maneggevole rispetto agli altri due. Quando ero al liceo sono arrivati gli smartphone e qualcosa è cambiato: il telefono non è più diventato migliore dei precedenti, è diventato altro da loro.
Spero che mi passerete questo parallelismo non proprio aulico ma, credo, incredibilmente azzeccato. Ricordate la borsetta che Hermione si porta dietro negli ultimi due film di Harry Potter, quando lei e i due degni compari sono obbligati a vagare in lungo e in largo e lei, da previdente qual è, pensa a un oggetto portatile che possa contenere tutti gli altri, così da essere utile in ogni tipo di situazione? Bene, il fatto che la borsetta in questione sia un oggetto – purtroppo – non realmente esistente poco importa, quello che conta è ciò che riesce a contenere senza il minimo ingombro: tutto. E vi chiedo, il telefono non fa lo stesso per noi? I giornali, la banca, le mappe, la macchina fotografica, il calendario, il lavoro, l’inciucio, l’archivio, il portafogli, il taxi, i documenti, le carte d’imbarco, la famiglia, l’amante, le crisi diplomatiche dell’ufficio, le ansie della coppia, i vocali degli amici, i social che ci distraggano, le minacce di Trump, le prenotazioni dei ristoranti, i biglietti dei concerti, gli orari dei corsi in palestra, l’app per pagare il parcheggio, tutta la musica del mondo, le confessioni fatte di notte. L’unica differenza sostanziale che mi viene in mente? Che il personaggio creato dalla Rowling ricorre alla borsetta solo in caso di necessità, non certo in caso di noia. Ma questa è un’altra storia.
Negli Stati Uniti il 91% degli adulti ha uno smartphone e metà degli adolescenti dice di essere online “quasi costantemente”. Il telefono non l’abbiamo mai usato così tanto. Lo usiamo talmente tanto che il nome non basta neanche più a descriverlo, anzi, è quasi fuorviante. Perché la parola telefono trova origine nella lingua greca, in foné che significa suono, e in tēle che vuol dire lontano. Suono lontano. Vi sembra che sia un concetto in qualche modo accostabile all’oggetto che avete in mano? La risposta è tendenzialmente no, e il motivo per cui non telefoniamo più così spesso è che la vera trasformazione dal vecchio Nokia ai modelli attuali sia stata l’assorbimento dell’oggetto dentro un sistema di pratiche molto più ampio. Viviamo troppo nel telefono perché la telefonata possa restare al centro. La sua funzione originaria è stata relativizzata da una marea di altre funzioni che competono per la nostra attenzione e, soprattutto, per dare forma alle nostre relazioni.
Era proprio questo il senso di The medium is the message, la formula di Marshall McLuhan citata fino all’usura, ma raramente presa sul serio fino in fondo. Per McLuhan, che è stato uno dei più grandi sociologi dei nostri tempi, il messaggio di un medium non sono i contenuti che veicola, piuttosto il cambiamento di scala, di ritmo, di pattern che quel medium introduce nelle nostre vite. Ancora più radicalmente, è ormai chiaro che il medium modella e controlla la forma delle nostre azioni e relazioni. Qui il paradosso: nel momento in cui il telefono è diventato totale e totalizzante, la chiamata in diretta ci fa solo paura.
Perché in tantissimi preferiamo un messaggio, o addirittura un vocale di dieci minuti – li mandiamo, lo sappiamo – a una chiamata di tre? È semplice: telefonare è una forma di esposizione. Una chiamata pretende simultaneità. Ti raggiunge adesso, qualunque cosa tu stia facendo. Richiede attenzione vera, e improvvisazione. Richiede di saper gestire il silenzio, il rischio di usare il tono sbagliato, il confronto con l’emotività dell’altro in tempo reale. Un messaggio, un vocale, no. Possono essere oggetto di prove, cancellati, riscritti o nuovamente registrati, dosati, rinviati. Consentono di esserci senza però esserci del tutto, in totale coerenza con le vite caotiche che viviamo.
Sherry Turkle, sociologa e psicologa americana che studia il rapporto tra esseri umani e tecnologia, lo ha detto senza mezzi termini: I’d rather text than talk, preferisco scrivere che parlare. Il suo lavoro pioneristico relativo al modo in cui facciamo conversazione insiste su un punto cruciale: se scriviamo invece di parlare, possiamo avere gli altri in quantità che possiamo controllare. Se scriviamo possiamo misurare; se parliamo, invece, ciò che viene detto non si può governare con la stessa precisione. È un’osservazione di grande importanza per leggere il presente, perché chiarisce che quella di non telefonare più non è una fuga dalla comunicazione, ma una migrazione verso forme di comunicazione meno vulnerabili. Non stiamo comunicando meno, lo stiamo facendo in modo più protetto.
La domanda è: perché? Perché in un momento storico che ci vede costantemente esposti, ci sentiamo così fragili? Già nel 2007 un saggio dal titolo Text or Talk? aveva provato a rispondere alla domanda, portando all’attenzione generale che l’ansia sociale e la solitudine potevano influenzare la preferenza tra scrivere e chiamare. Il succo? Il messaggio di testo e il vocale sono psicologicamente più abitabili. Il messaggio ci protegge. Il vocale ci protegge un po’ meno, ma ancora abbastanza. Il video ci espone di più. Il faccia a faccia più di tutti.
Il vocale in particolare è uno degli aspetti più interessanti degli ultimi anni, perché abbiamo sostanzialmente inventato un formato che conserva la nostra voce – il timbro, il respiro, l’ironia, la stanchezza, l’urgenza, l’affetto – ma che rinuncia alla sincronia. Questo fenomeno è ancora più chiaro se guardiamo a come si è trasformata la temporalità della comunicazione. Le chat che usiamo non sono lente come una lettera o un’email, ma non richiedono neanche la simultaneità piena di una telefonata. Sono abbastanza immediate da produrre il senso della presenza, ma abbastanza elastiche da non pretendere dedizione esclusiva. È il formato perfetto per le nostre vite, fatte di frammentazione, interruzioni continue, sovrapposizioni e cambi di contesto repentini. Sembra che la nostra idea di vicinanza non coincida più con la disponibilità in tempo reale.
Accettiamo di essere, noi e i nostri interlocutori, in uno stato perenne di presenza assente. Siamo a tavola, ma anche da un’altra parte; siamo in riunione, ma anche dentro una chat; siamo con qualcuno, ma sempre un po’ altrove. E forse è proprio questo che rende la chiamata più impegnativa: il fatto che richieda una concentrazione che il caos in cui siamo immersi tende costantemente a sabotare. C’è chiaramente in gioco un elemento cognitivo, perché siamo ormai abituati alla gestione parallela di più canali, alla possibilità di rispondere agli altri senza abbandonare del tutto ciò che stiamo facendo. Mentre il vocale e il messaggio si incastrano tra tutte le altre cose che abbiamo per le mani, la chiamata interrompe il flusso, la percepiamo quasi come una micro violenza.
Se ci pensate, nei vecchi telefoni la voce era l’evento, mentre in quelli di oggi è più che altro un file che circola, che può essere inoltrato ad altri – a nostra insaputa – e che possiamo ascoltare a x2. Perfino la voce, nell’economia attuale delle nostre vite, si è adattata alla logica dell’on-demand.
Che cos’è che il nostro presente non riesce a tollerare della comunicazione in tempo reale? Forse il fatto che una telefonata, come il faccia a faccia, resta uno degli ultimi luoghi in cui non si può controllare tutto.
In una società dominata dalla curatela del sé, dai profili blasonati e dall’idea che tutto debba essere corretto prima di essere mostrato, la chiamata conserva un residuo di vita vera. Ed è per questo che viene evitata, ed è proprio per questo che, in fondo in fondo, non possiamo farne a meno.
Beatrice Galluzzo