“Andare offline” è sempre più difficile, ma non è impossibile

a cura di Viola Giacalone
“Andare offline” è sempre più difficile, ma non è impossibile

Quando non sto bene e voglio stare meglio, la prima cosa che faccio è disinstallare l’app di Instagram, un gesto semplicissimo di cui posso constatare l’efficacia già nell’ora seguente. Posso provare un senso di delusione quando mi ricordo che non c’è niente da fare, quelle tre volte che la mano mi corre al telefono spinta dalla forza dell’abitudine, ma superato quel passo c’è un grande silenzio, un senso di pace. 

Ho dedicato gran parte della mia vita a studiare i social network e il loro “lato luminoso”: i loro aspetti più creativi, la loro capacità di connettere in modi inediti. Eppure la sensazione che qualcosa non vada si è fatta sempre più forte. Che gioco è, se sono obbligata a giocare? Quando “vado offline”, per fare la mia “pausa dai social”, mi chiedo sempre: quanto può durare questa serenità? E soprattutto perché non può durare?

Il 25 marzo è stato emesso un verdetto storico: la giuria ha stabilito che Meta e Google sono state negligenti nella progettazione o gestione di Instagram e YouTube, e che entrambe le aziende hanno anche omesso di avvertire adeguatamente dei rischi connessi all’uso delle piattaforme da parte dei minori. Il processo che ha portato Meta e Google davanti a una giuria di Los Angeles nasce dalla causa intentata da una giovane californiana, indicata negli atti come K.G.M. o “Kaley”, la quale sostiene di essere stata agganciata alle piattaforme fin dall’infanzia, e di aver visto peggiorare nel tempo depressione, ansia, dismorfia corporea e pensieri suicidari. Il caso è diventato il primo vero processo-campione della vasta ondata di contenziosi americani contro i social: in origine i convenuti erano anche TikTok e Snapchat, ma entrambi hanno scelto di transare prima del dibattimento, lasciando in aula Meta e Google. 

La causa non è stata costruita come una generica accusa ai “contenuti tossici” della rete, ma come un attacco alla progettazione stessa delle piattaforme, cioè a quell’insieme di elementi strutturali, autoplay, notifiche, like, filtri estetici che, secondo l’accusa, sarebbero state pensate  per trattenere utenti giovanissimi il più a lungo possibile. 

Nel corso di un processo durato circa sette settimane, la giuria ha ascoltato terapeuti, consulenti, avvocati e dirigenti delle aziende; tra i momenti più rilevanti ci sono state le deposizioni di Mark Zuckerberg: Reuters riferisce che in aula” Zuck” è stato incalzato su documenti interni in cui si leggeva, per esempio, che per “vincere con gli adolescenti” bisognava intercettarli già da preadolescenti, e su vecchie comunicazioni relative all’obiettivo di aumentare il tempo trascorso nell’app. L’accusa ha fatto leva anche sulla testimonianza della terapeuta della querelante, che ha definito l’uso adolescenziale dei social un “fattore concorrente” nel deterioramento del suo stato psicologico. 

Il risarcimento complessivo di sei milioni di dollari, è forse l’aspetto meno interessante del processo: si apre ora una fase destinata a misurare fin dove possa arrivare, negli Stati Uniti, la responsabilità legale dell’architettura dell’attenzione, e si attendono dei cambiamenti strutturali nelle app. 

Un  primo passo importante, ma che considera solo una parte di un problema più vasto: non sono solo gli adolescenti ad essere dipendenti, ma anche gli adulti, che non risentono solo del peso di dipendenza psicologica ma anche di tipo più strutturale.  Un aspetto che è stato meno problematizzato, ma che probabilmente sarà sempre più centrale nel dibattito, è la subordinazione alle piattaforme da un punto di vista professionale. 

La Treccani definisce il content creator come una “persona che, per mestiere o per passione, crea e pubblica contenuti originali e innovativi, principalmente video, da destinare alle piattaforme digitali”. Il termine è comparso anche nella legislazione italiana: la Legge n. 118 del 5 agosto 2022, all’art. 27, richiama infatti la necessità di “individuare specifiche categorie di creatori di contenuti digitali” in base all’attività economica svolta e di prevedere strumenti di tutela nei conflitti con le piattaforme. La formula scelta,“specifiche categorie”, mostra che, per la legge, il creator non è una figura unitaria, ma una costellazione di attività economiche differenti. Più che fissarne una definizione netta, il dizionario e la norma riconoscono dunque l’esistenza di un campo dai confini mobili: quello del content creator come figura professionale reale ma dai contorni porosi, perché coincide con una modalità sempre più diffusa di esposizione, promozione e messa a valore del lavoro online. In altre parole, chi porta il proprio mestiere sulle piattaforme è sempre più spinto a diventare anche un content creator; e chi comincia a farlo per passione può trovarsi, se quell’attività ha successo, a trasformarla in mestiere.

All’inizio, questa spinta a postare costantemente il proprio operato ha riguardato soprattutto le professioni creative, finendo per rimodellare dall’interno tempi e forme: la pratica si è progressivamente adattata ai ritmi dei social e alle logiche dell’algoritmo, fino a tradursi essa stessa in una produzione continua di contenuti. Oggi, però, questo meccanismo non riguarda più soltanto i mestieri dell’arte: nel circuito sono entrati anche negozi, ristoranti, liberi professionisti, attività commerciali e servizi di ogni tipo, tutti sempre più chiamati a rendere il proprio lavoro performante online. 

Per molti i social sono diventati uno spazio in cui farsi pubblicità gratuitamente; per altri hanno rappresentato la promessa di un canale diretto attraverso cui esporre il proprio lavoro senza dover passare da agenzie, case discografiche, gallerie o riviste. Ben presto, però, è apparso chiaro che la gratuità di questi spazi non li rende affatto meno vincolanti. Il risultato è che, da una parte, chi non presidia le piattaforme finisce per sentirsi escluso; dall’altra, per chi già le usa per promuovere la propria attività, la gestione dei social si è trasformata in un lavoro ulteriore, che si somma a quello principale senza essere realmente retribuito, se non in modo indiretto.

Per questo si è iniziato a dire che andare offline sia diventato un lusso che non tutti possono permettersi: negli ultimi anni molti creator e influencer noti hanno annunciato pubblicamente pause dai social, parlando dei loro burnout. Lo stesso vale per diversi artisti, che hanno raccontato la pressione costante a restare visibili, a pubblicare, a non sparire dal flusso. Se queste figure, che si trovano a un livello di notorietà tale da potersi concedere una temporanea scomparsa senza che questo intacchi il loro seguito, si sentono costrette a restare online, è facile immaginare quanto la pressione sia più forte per chi una carriera la sta ancora costruendo.

Ma la questione non riguarda soltanto la necessità di postare per lavoro. Molte più persone sono toccate dalla necessità di essere costantemente raggiungibili. Anche per questo, da tempo, associazioni e soggetti sindacali portano avanti proposte e rivendicazioni legate al diritto alla disconnessione

In una recente apparizione in un podcast, per esempio, l’attore Aziz Ansari ha raccontato di usare un telefono a conchiglia e di aver rinunciato all’email, questo poco prima di precisare di avere un assistente. La scelta di passare a un telefono senza internet ci pare assimilabile a quella categoria di persone che in Italia chiameremmo “radical chic”: una scelta quasi estetica, poco praticabile per chi deve pagarsi da solo le bollette, rispondere a un capo, cercare occasioni di lavoro, restare reperibile. 

In questo scenario c’è anche una nuova tendenza al minimalismo digitale: dopo un decennio trascorso a condividere ogni dettaglio della propria quotidianità, sempre più persone pubblicano meno e proteggono di più la propria privacy, soprattutto la Gen Z, che forse ha capito prima le conseguenze dell’esposizione. Ci sono poi tutta una serie di app e iniziative volte a fare attività di gruppo insieme rigorosamente “offline”: non sarebbe insensato dire che la vita vera oggi viene spesso venduta e promossa come un prodotto speciale, un’esperienza da fare. 

Forbes in un articolo recente scrive: “nel 2026, essere offline è di tendenza, costruito ad arte e mai davvero reale.” Chi scrive non ha tutti i torti, ma non dovremmo indugiare nell’idea che stare offline sia solo una moda passeggera. Non possiamo permetterci di pensare che sia solo un lusso per pochi. Vorrei poterci invitare a disintallare in massa i social, ma so che non lo faremo, quindi mi limito a pensare che la difficoltà nel districarsi dalle piattaforme non deve fermarci dal provare a passarci meno tempo. Non dobbiamo vergognarci di annunciare una pausa dai social per poi tornarci tre giorni dopo, perché quei tre giorni possono fare la differenza per la nostra salute mentale. 

I social hanno questi ritmi perché noi stiamo al loro ritmo, ma non deve essere così. Ci sono tanti metodi pratici per rendere i social meno impattanti: si possono impostare promemoria per fare una pausa dopo un certo limite orario, silenziare le notifiche o eliminare le app per accedere solo dal web. Si può anche disattivare temporaneamente l’account, opzione che Instagram ha occultato dietro a cinque passaggi: menu in alto a destra, centro gestione account, dettagli personali, proprietà e controllo dell’account e disattivazione o eliminazione. Il cambiamento reale però avviene a livello di pensiero. 

L’impatto che i social hanno nelle nostre vite è direttamente proporzionale al valore che gli attribuiamo, per questo dovremmo questionare e mettere in  discussione quel valore regolarmente: se per noi sono una fonte di soldi o uno spazio professionale, potremmo fare una valutazione dei costi e benefici, calcolare il nostro tempo online come faremmo con le ore di lavoro, pensare a spazi alternativi che potrebbero ospitare il nostro lavoro. Se per noi sono uno svago, dovremmo provare a liberarci dalla pressione di performare e postare come se fosse un lavoro. Se i social sono la nostra fonte di informazione dovremmo ricordarci che il titolo di un post non è abbastanza per sapere cosa succede nel mondo, l’articolo è più istruttivo. Se ci fanno stare male, dovremmo ricordarci di quella sentenza che è una prova ufficiale, per chi ancora avesse dei dubbi, che i social non sono costruiti per il nostro benessere, ma soprattutto per fare un sacco di soldi. 

Greystones, cittadina di mare irlandese, nel 2023 ha lanciato un’iniziativa dal basso guidata da genitori, dirigenti scolastici e membri della comunità per allentare la presa della tecnologia sui bambini, adottando un codice volontario di politica “no smartphones”, e sostenendolo con laboratori e momenti sociali. Jennifer Whitmore, parlamentare irlandese e madre di quattro figli di Greystones, intervistata dal New York Times ha detto: “Con i social media, è una questione collettiva. Affrontarla in modo coordinato è l’unica strada.” Il movimento infatti si chiama “It Takes a Village”, da allora è cresciuto ben oltre la scuola elementare, trovando  eco tanto tra gli adulti del posto quanto tra i politici nazionali.

 “Anche voi passate la mattina a scrollare su instagram? Mi fa stare male, vorrei sapere che non sono il solo” è solo uno dei titoli dei tanti thread su Reddit in cui le persone  si danno consigli su come staccare e raccontano le proprie esperienze di digital detox. Come per ogni dipendenza, parlarne con gli altri è il primo passo; se la nostra esperienza risuona con quella di chi ci ascolta, se anche l’altro si nasconde l’app per un po’ di pace, potremmo pensare a una pausa insieme; potremmo fare come quel villaggio.

Viola Giacalone