Il trend di TikTok per uscire dai disordini alimentari

a cura di Viola Stefanello
Il trend di TikTok per uscire dai disordini alimentari

Qualsiasi ragazza sia mai stata un po’ di tempo sui social network l’ha imparato sulla propria pelle, a un certo punto: i contenuti che romanticizzano i disordini del comportamento alimentare (DCA) sono dappertutto. Già nei primi anni Duemila internet era pieno di forum “pro-ana”, dove le giovani utenti che soffrivano di anoressia si scambiavano foto di corpi magrissimi definendoli “thinspiration” e si incoraggiavano a vicenda a digiunare il più a lungo possibile. Poi sono arrivati Tumblr, che per anni è stato un archivio sterminato di clavicole sporgenti e diari di restrizione calorica; Instagram e le infinite variazioni sul tema del “what I eat in a day” (quasi sempre molto poco); Twitter, dove tuttora prosperano comunità che incoraggiano lo sviluppo di disturbi alimentari da centinaia di migliaia di membri, e che anzi è peggiorato dopo l’acquisizione da parte di Musk e la conseguente riduzione della moderazione. 

Secondo i dati più recenti, in Italia le persone che soffrono di DCA (soprattutto anoressia e bulimia, ma non solo) sono più di tre milioni: nella fascia adolescenziale ne soffrono tra l’8 e il 10 per cento delle ragazze e tra lo 0,5 per cento e l’1 per cento dei ragazzi, con un aumento recente dei casi anche tra i bambini tra gli 8 e i 15 anni. A livello globale, i DCA sono il disturbo mentale con il secondo tasso di mortalità più alto in assoluto, e la loro incidenza è in crescita da decenni: nella popolazione generale sono raddoppiati tra il 2000 e il 2018, e negli Stati Uniti le visite mediche per disturbi alimentari tra bambini e adolescenti sono raddoppiate di nuovo tra il 2018 e il 2022. 

Non esiste una causa singola — i fattori sono sia psicologici che biologici e sociali — ma gli esperti concordano sul fatto che i social media giochino un ruolo rilevante. “Esistono individui che vengono introdotti a comportamenti alimentari disordinati dal grande quantitativo di contenuti sul tema che si trovano online? Certo”, ha detto a Wired Lauren Breithaupt, psicologa e neuroscienziata clinica dell’Università di Harvard specializzata in DCA. “E una volta che qualcuno interagisce con quei contenuti, l’algoritmo si assicura che ne veda altri”. 

Vari esperti ritengono che a imbattersi in questi contenuti non siano solo le persone che già faticano con la propria immagine, ma anche chi non ha mai avuto problemi con il cibo fino a quel momento. Ogni volta che una piattaforma ha provato a intervenire — bannando hashtag, rimuovendo contenuti, chiudendo account — queste comunità si sono semplicemente spostate altrove, o hanno adottato nuovi linguaggi per sfuggire ai filtri automatici: #proana è diventato #pr0ana, ad “anorexia” è stata aggiunta una a finale, e così via. TikTok, in assoluto il social più usato dai teenager, non è esente da queste logiche. Prima che fosse vietato, i video sotto l’hashtag #SkinnyTok avevano decine di milioni di visualizzazioni. 

L’azienda ha detto di prendere molto sul serio il problema, ed effettivamente i nuovi hashtag che spuntano sul tema spesso vengono identificati e rimossi con una velocità notevole, ma la piattaforma è comunque piena di video in cui ragazze ripetono mantra per resistere alla fame, come «il tuo stomaco non brontola, applaude», e altri contenuti a tema “harsh motivation”. 

Da qualche tempo, però, sulla stessa piattaforma e con gli stessi formati sta emergendo una comunità nuova di persone che usano TikTok non per rinforzare i propri disturbi alimentari ma per documentare il tentativo di uscirne, o per sottolineare quanto siano pericolosi i messaggi veicolati dai video dello #SkinnyTok.

La comunità esiste da un paio d’anni, ma ha già le sue convenzioni codificate. Uno dei filoni di video più comuni è quello delle “recovery victories”, in cui le creator celebrano piccole e grandi vittorie sul proprio disturbo: una ragazza mostra un vestito che le andava bene solo quando era molto magra e che ora non riesce più a chiudere, e poi lo trasforma in  un bel top; un’altra mostra la colazione sostanziosa che ha davanti, a simboleggiare la libertà riconquistata di poter scegliere cosa mangiare. Ci sono i video sulla realtà del recovery, che fanno il contrario: mostrano quanto è complesso uscirne, senza edulcorare la realtà ma dimostrando che è comunque possibile e che le persone che ci stanno lavorando sono tante. E ci sono i classici video-diari intimistici che mostrano la vita quotidiana di un utente qualsiasi, ma ambientati in centri di recupero o ospedali.

Molti di questi video hanno anche una dimensione meta: parlano dei social stessi, del ruolo che hanno avuto nel far nascere o peggiorare il disturbo, e della distanza tra l’immagine curata che si posta online e la realtà. In un post intitolato «Social media vs. reality: ED edition», per esempio, una creator ha messo a confronto le foto del suo feed Instagram, in cui sorrideva a una festa di compleanno, con quelle che non ha mai pubblicato: a letto in pigiama, incapace di alzarsi, poche ore prima dello stesso evento. Altre producono contenuti più esplicitamente educativi: liste di cose da non dire a chi sta cercando di uscire da un DCA (“Stai molto meglio! Non sembri anoressica. Qual era il tuo peso più basso? Basta mangiare, non è così difficile”), con l’invito a non colpevolizzarsi se le si è dette in passato, ma a tenerne conto per il futuro. Ci sono poi i video sui “fear food,” i cibi che fanno paura: una ragazza si filma mentre prova a mangiare un biscotto al cioccolato, esita, e poi lo morde. La caption è: «Celebrate every tiny victory.» Un’altra spiega come etichettare certi alimenti come “proibiti” abbia creato un circolo vizioso di sensi di colpa e autopunizione.

Poi c’è chi se la prende direttamente con i messaggi lanciati dallo #SkinnyTok. Stephen Imeh, per esempio, è un diciannovenne di Houston che pubblica regolarmente video in cui mangia hamburger, scrivendoci sopra cose come: “nessuna delle tue amiche sarà invidiosa di te perché il tuo disturbo ti ha fatto sembrare uno scheletro. Prendi in mano quella forchetta”. Il suo approccio è volutamente crudo: Imeh elenca regolarmente tutte le complicanze mediche legate a questi disturbi, come l’osteoporosi precoce, i problemi al sistema cardiovascolare e gastrointestinale, l’assenza di mestruazioni, la possibile infertilità, l’erosione dello smalto dentale, le sofferenze renali. “Se c’è una cosa che so della Gen Z, la mia generazione, è che smetteranno di fare qualcosa solo se si rendono conto di essere ridicoli”, ha detto a Wired.

Da una parte, l’intenzione è chiaramente quella di informare meglio chi non soffre ancora di disturbi alimentari, mostrando il lato meno glamour di una magrezza insana. Dall’altra, c’è la volontà di rendere visibili e condivisibili delle sofferenze e dei percorsi che sono spesso individuali, e attorno a cui esiste ancora una massiccia dose di vergogna. Quasi sempre, infatti, i DCA vengono vissuti in grande segreto: chi ne soffre nasconde quello che fa, mente su quanto mangia, vive il conflitto tra il bisogno di nutrirsi e la paura di farlo come qualcosa di strettamente privato. In questo contesto, i video di recovery servono proprio a esternalizzare quei conflitti e a metterli in scena, anche se per farlo devono mostrare momenti intimi e dolorosi.

L’impatto, per ora, non è misurabile, anche se vari psicologi ritengono che sicuramente guardare video di recovery sia meglio che stare sullo #SkinnyTok. Vari ricercatori che hanno studiato la comunità, però, hanno sottolineato i limiti evidenti in questi contenuti. Intanto, se li guarda attentamente si nota che molto spesso il cibo che viene mostrato nei video “What I eat in a day” raramente viene davvero consumato: capita piuttosto che la creator apra un pacchetto di patatine, ne mangi una e poi butti il pacchetto, senza mostrarne il contenuto.

Poi c’è una questione di rappresentazione. La comunità è piuttosto omogenea: Stephen Imeh è un uomo nero, ma gran parte dei contenuti #edcovery vengono pubblicati da ragazze bianche, giovani e comunque molto magre. Chi non corrisponde allo stereotipo visivo del disturbo alimentare tende a esserne escluso: i ricercatori fanno l’esempio di una ragazza che ha postato un video “before and after” scrivendo “from starving to happy”, e che è stata insultata nei commenti perché nelle foto in cui soffriva di anoressia non sembrava abbastanza magra da avere davvero un problema.

C’è poi un’ambiguità più profonda, che riguarda la natura stessa di questi video. I disturbi alimentari sono caratterizzati da una difficoltà a mentalizzare l’esperienza corporea, a fare i conti con il proprio corpo e con la propria identità. Per chi ne soffre, filmarsi e postarsi su TikTok può essere un modo per vedersi dall’esterno, per dare forma a qualcosa che altrimenti resta confuso e inafferrabile. È un atto di auto-rappresentazione che può essere significativo, un tentativo di riconciliarsi con un corpo che si sente sbagliato, di tracciare un percorso nel tempo tra un “prima” e un “dopo.” Ma è anche, inevitabilmente, una performance: per mostrare “com’è davvero” avere un disturbo alimentare si usano gli strumenti di una piattaforma che si basa intrinsecamente sulla viralità e sull’imitazione. 

Quello che i clinici ripetono è che i social, anche quando mostrano contenuti positivi, restano uno strumento limitato. “Quello su cui lavoro con la maggior parte dei pazienti è ridurre il tempo passato sui social,” ha detto Breithaupt a Wired. “Fare qualcos’altro è più utile per il recovery, anche se stai guardando video orientati alla guarigione”.  

Viola Stefanello