A un certo punto, scorrendo Instagram, ti capita di vedere un vichingo che prepara la cena. Non un vichingo vero, naturalmente: un vichingo generato dall’intelligenza artificiale, cioè un uomo con la barba di Jason Momoa, le mani di un crostaceo e un rapporto con le posate ancora da chiarire. Sta tagliando una specie di pane nero sopra un tavolo di legno, con la solennità di chi sa che tra poco invaderà l’Inghilterra o aprirà una ghost kitchen a Reykjavík.
Il video promette: “Cosa mangiavano davvero i vichinghi”.
Davvero.
Parola meravigliosa, “davvero”. Una parola che nei social ha ormai la stessa funzione dell’acqua santa nei film dell’orrore: la versi sopra una cosa palesemente sospetta e speri che smetta di contorcersi.
Da qualche mese proliferano pagine come Peculiar History, account con nomi rassicuranti e vagamente bibliotecari che pubblicano reel AI su cosa mangiavano i romani, i quaccheri, i soldati della Wehrmacht, i monaci medievali, gli spartani, i pellegrini, gli aristocratici Tudor e, immagino presto, l’assistente del vice-contabile di Carlo Magno durante una trasferta a Pavia. Tutto servito in formato ASMR: coltelli che grattano, pane che scricchiola, zuppa che fuma, cucchiai che battono su ciotole come se Brian Eno avesse prodotto un documentario sulla carestia.
La formula è sempre uguale. Tavolo rustico. Luce color miele. Mani in primo piano. Oggetti antichi quanto basta. Una voce grave o dei sottotitoli molto convinti. Poi il cibo: pagnotte, carne, brodi, formaggi, mele, cereali, qualche ciotola marrone. Ogni epoca della storia, vista dall’intelligenza artificiale, sembra aver mangiato nello stesso agriturismo umbro con arredamento norreno.
Il vichingo mangia su un tavolo di legno.
Il quacchero mangia su un tavolo di legno, ma con più senso di colpa.
Il soldato della Wehrmacht mangia su un tavolo di legno, però grigio, perché la storia deve pur darsi un tono.
Il contadino medievale mangia pane e zuppa. Il romano mangia pane, zuppa e olive. Il pellegrino mangia pane, zuppa e pentimento. Lo spartano mangia qualcosa di scuro, probabilmente brodo nero, probabilmente depressione liquida.
Il problema, ed è qui che il genere diventa bellissimo, è che l’AI non ha ancora capito bene il mondo fisico. Ha una cultura visiva immensa e la manualità di un procione bendato. Nei video il coltello comincia coltello e finisce forchetta. La mano afferra una pagnotta con cinque dita, la spezza con sette, la posa con quattro e una specie di artiglio concettuale. Una salsiccia si trasforma in carota nel tragitto verso il piatto. Un pezzo di formaggio, tagliato con grande pathos, diventa pesce, poi burro, poi una materia che Spinoza avrebbe definito sostanza unica.
Sono errori fantastici perché dicono la verità proprio mentre il video sta cercando di venderci il “davvero”. È come se, nel mezzo di una conferenza di Oxford, il relatore si togliesse la maschera e sotto ci fosse un tostapane.
Il bello è che il pubblico ci casca volentieri. Nei commenti c’è sempre qualcuno che scrive: “Bro ate better than me”. Frase perfetta, perché contiene tutta la tragedia dell’Occidente tardo-capitalista: guardiamo una razione medievale generata da un computer e proviamo invidia. Il servo della gleba aveva i denti marci, un’aspettativa di vita da elettrodomestico economico e il 70% di probabilità di morire per una cosa oggi risolvibile con una pomata; però quel pane lì, su Instagram, sembra artigianale.
I vichinghi, naturalmente, non passavano la vita a mordere cosce di animale sotto una luce da pub di Copenhagen. Mangiavano cereali, pesce, latticini, zuppe, porridge, legumi, frutta, cose conservate. Roba interessante, dura, stagionale, molto meno “maschio alfa con ascia” e molto più “famiglia che cerca di arrivare all’inverno”. Ma l’algoritmo non ama il porridge. Il porridge non performa. Il porridge non ha abbastanza mandibola. Così il vichingo AI viene trasformato in un influencer carnivoro con il mantello.
I quaccheri, invece, sono il sogno dell’AI perché permettono di generare beige senza sensi di colpa. Tutto diventa pane semplice, mele semplici, brodo semplice, ciotole semplici, luce semplice, anima semplice. Il quacchero AI sembra una persona che considera il sale una forma di teatro. È storia religiosa trasformata in moodboard. William Penn, ma impiattato da Kinfolk.
Con la Wehrmacht la questione si fa più delicata e più assurda. Il video tipico mette insieme pane nero, scatolette, minestra, latta, neve, cucchiaio metallico. Tutto molto cupo, molto cinematografico, molto “colazione prima del fronte orientale”. Ma la razione militare non è una lunch box vintage. È logistica, industria, fame, occupazione, propaganda, collasso dei rifornimenti. Raccontarla come un bel close-up su un barattolo significa trasformare la guerra in un picnic con pessime intenzioni. L’AI però non capisce il male storico. Capisce benissimo il metallo opaco.
La cosa davvero comica è che questi video vogliono sembrare anti-scolastici. Finalmente la storia fuori dai manuali! Finalmente la vita quotidiana! Finalmente cosa mangiavano davvero! Poi però producono un passato più stereotipato del sussidiario. Medioevo uguale legno. Antica Roma uguale olive. Vichinghi uguale carne. Quaccheri uguale tristezza chiara. Seconda guerra mondiale uguale cucchiaio di ferro. È il presepe, ma con Midjourney.
Eppure il fenomeno funziona perché parte da una domanda bellissima: cosa mangiavano le persone prima di noi? È una domanda molto più intelligente di quanto sembri. Il cibo è il punto in cui la storia smette di fare la statua e si siede. Dimmi cosa mangiavi e ti dirò che clima avevi, quanto eri ricco, che commerci facevi, chi lavorava per te, chi moriva di fame affinché tu potessi permetterti lo zucchero.
Il guaio è che i reel tagliano via tutto ciò che rende il cibo storico davvero interessante: la noia, la scarsità, la ripetizione, l’odore, la muffa, la classe sociale, la stagione, la tassa sul grano, la nave che non arriva, il raccolto andato male, il padrone che mangia bianco e il servo che mangia scuro. Nei video AI ogni pasto è rappresentativo. Nella vita, molti pasti erano solo il tentativo poco glamour di non morire entro sera.
Però bisogna riconoscere una cosa: l’AI ha inventato, senza volerlo, una nuova forma di commedia storica. Una commedia in cui l’anacronismo non è più il centurione con l’orologio al polso, ma una zuppa dell’XI secolo che sembra fotografata per un ristorante a Brooklyn. Non il gladiatore con le Nike, ma il monaco benedettino servito come un antipasto degustazione. Non il western con l’aereo sullo sfondo, ma la pagnotta sassone con una mollica da lievitazione madre curata da un ingegnere milanese.
Alla fine questi video raccontano poco del passato e moltissimo del presente. Noi non vogliamo più soltanto conoscere la storia. Vogliamo che sia croccante. Vogliamo sentirla sotto i denti, possibilmente in 9:16, possibilmente con un suono soddisfacente. Vogliamo che Cesare, un vichingo e un quacchero entrino nello stesso algoritmo e ne escano come tre varianti di un tagliere.
Va benissimo, finché ricordiamo che quello non è il passato. È il nostro appetito travestito da archivio.
La storia vera comincia dopo, quando il video finisce e resta una domanda meno sexy: ma sarà andata davvero così? Ecco, forse il valore di questi reel sta proprio lì. Sono sbagliati, spesso ridicoli, ogni tanto irresistibili. Fanno entrare la gente dalla porta del buffet. Poi sta a qualcuno, possibilmente con meno dita generate e più fonti, spiegare che dietro quel pane lucido c’erano campi, mani, fame, soldi, violenza, abitudini, stagioni, e tutto il complicato casino umano che nessuna candela AI riesce ancora a illuminare bene.
Niccolò Carradori