Secondo un’indagine Eurostat, un milione e mezzo di lavoratori dipendenti italiani (il 6,2% della forza lavoro) lavora più di 50 ore a settimana – ben oltre le canoniche 40 – un dato che per gli autonomi, spesso finte partite IVA, sale a quasi una persona su tre. Questa tendenza è in costante crescita e posiziona l’Italia tra i Paesi dove si lavora di più in Europa, il tutto mentre gli stipendi sono al palo da trent’anni, erosi dall’inflazione. In questo contesto, non sorprende scoprire che il 53% dei lavoratori italiani si dichiari stressato, il 27% abbia provato “intensa tristezza” durante l’ultima giornata lavorativa e solo il 7% si dica felice nel proprio ambiente di lavoro.
Ora immaginiamo, invece, di poter lavorare 24 ore a settimana distribuite su quattro giorni, con un salario minimo di 15 euro netti l’ora (per un totale di 1.560 euro mensili) e un reddito di base universale e incondizionato di 500 euro al mese. È nelle pieghe di una diffusa insoddisfazione verso il lavoro e la qualità della vita, per la quale all’orizzonte non sembrano esserci risposte credibili, che in Italia si ascoltano con sempre maggiore frequenza proposte radicali, e quasi incredibili, come queste. Se temi la riduzione dell’orario di lavoro o la gratuità dei servizi essenziali hanno trovato di recente un piccolo spazio nel dibattito pubblico, il merito non è dei partiti di sinistra tradizionali, ma di un movimento eterogeneo e difficilmente incasellabile che si ispira alle idee dell’eclettico intellettuale britannico Mark Fisher, prematuramente scomparso nel 2017, e della cerchia di studiosi a lui vicina.
Nei suoi lavori, Fisher è riuscito a descrivere meglio di chiunque altro la condizione di un mondo in cui la vittoria del neoliberismo ha cancellato qualsiasi futuro alternativo e dove gli esseri umani vivono intrappolati in un lavoro senza fine, minacciati da ansia e depressione. Prima come membro della CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit dell’Università di Warwick, e poi tramite il suo apprezzato blog K-punk, Fisher ha contribuito a gettare le basi del pensiero accelerazionista di sinistra, rielaborando la lezione marxista. L’accelerazionismo di sinistra (abbreviato in L/Acc) ha poi preso forma compiuta nel 2013 con il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek e con il loro successivo saggio Inventare il futuro. Questa teoria si sviluppa però originariamente dopo la crisi del 2008 e il fallimento delle lotte contro le disuguaglianze – da Occupy Wall Street negli Stati Uniti fino all’Onda in Italia – proponendo una società post-lavorista in cui l’automazione tecnologica viene messa al servizio della società. Al suo centro c’è il concetto di iperstizione: una narrazione del futuro che orienta le azioni del presente come una profezia auto-avverante e finisce per realizzarsi.
Nel nostro Paese, paradossalmente, il pensiero di Fisher e dei suoi sodali ha iniziato a circolare solo dopo la sua morte quando, nel 2018, la casa editrice NERO ha tradotto per la prima volta la sua opera più famosa, Realismo capitalista. Originariamente pubblicato in inglese nel 2009, il saggio è diventato in breve tempo un classico contemporaneo anche in Italia. Come ha scritto Valerio Mattioli, editor di NERO, nella prefazione all’edizione italiana, Fisher ha saputo parlare a un’intera generazione e alle sue ansie. E continua a farlo, visto che le sue idee sul superamento del capitalismo mostrano ancora oggi una vitalità sorprendente.
La particolarità italiana risiede nel fatto che il pensiero fisheriano si è diffuso capillarmente come immaginario e sensibilità attraverso comunità online e pratiche dal basso, prima ancora che tramite i libri, i paper accademici o i dibattiti istituzionali. Pagine social come Automatizzato comunismo memetico o gruppi Facebook come Il Sinistralibro hanno veicolato i messaggi di Fisher a suon di grafiche sgargianti e slogan provocatori, in un’ampia operazione di propaganda memetica che aveva lo scopo di svecchiare l’estetica della sinistra radicale e allargare la “finestra di Overton” dei temi accettati nel dibattito politico. Intorno a queste sollecitazioni negli ultimi anni sono nati diversi collettivi – tra cui il Circolo Nomade Accelerazionista, Inventare il futuro (che prende il nome dall’omonimo libro) e il Collettivo La Zero – che hanno iniziato a passare dai meme ai fatti, diventando laboratori in cui liberare l’immaginazione per dare forma a un domani desiderabile.

Proprio il desiderio – un concetto sempre meno centrale a sinistra a partire dalla fine degli anni ’70 – è stato scelto quale perno di questo nuovo progetto politico che punta a strapparlo dalle grinfie del consumo capitalistico per trasformarlo in un motore di cambiamento. Abbondanza, godimento e tempo libero non sono più visti come aspirazioni individuali, ma come la struttura portante di un nuovo modello identificabile nel cosiddetto “comunismo di lusso”, dove il lusso smette però di essere un privilegio per pochi e si trasforma in un diritto garantito a tutti.
A differenza dell’accelerazionismo made in UK, che si configura prevalentemente come una teoria sulla tecnologia, quello che prende forma in Italia è di stampo «gratuitista», come spiega l’economista Davide Dibitonto, tra i volti più in vista del movimento. La corrente italiana, attingendo anche a un retroterra anarchico, individua nella gratuità di sei bisogni fondamentali – casa, utenze, cibo, trasporti, sanità e istruzione – «il vero strumento per spezzare il ricatto del lavoro salariato alla radice» e convertire quella esistente in una «società della cura» capace di godere nella sua interezza dell’abbondanza prodotta. Oggi invece, restando in Italia, lo 0,1% della popolazione controlla oltre 1.000 miliardi di euro. Come si legge in un articolo sul blog Xenowiki, tra le voci della galassia accelerazionista nostrana, se «nonostante l’automazione avanzata e l’esplosione della produttività, continuiamo a lavorare 40 o 48 ore a settimana, non è perché sia necessario, ma perché il capitalismo deve mantenere in vita il suo mito fondativo: la scarsità». Venendo meno la scarsità, crollerebbe «l’intera architettura del dominio».
Secondo questa lettura, nel momento in cui non saremo più costretti a lavorare per soddisfare le necessità primarie, il denaro perderà il suo potere di ricatto, i legami sociali fioriranno e la cura reciproca diventerà incondizionata. Liberati dai costi della sopravvivenza (la vita su abbonamento), potremo finalmente concederci il lusso di coltivare le nostre passioni e appagare i nostri desideri più profondi. Un passaggio, per citare lo stesso Fisher, «from work that never ends to endless free time». In questo senso, l’accelerazione proposta si configura come una trasformazione antropologica o, usando le parole di Dibitonto, «un salto di specie culturale» per salvarci «da un mondo che crolla».
Per quanto riguarda il ruolo della tecnologia, mentre l’accelerazionismo – sia di destra che di sinistra – è apertamente tecnofilo (il manifesto di Williams e Srnicek auspica, ad esempio, la piena automazione), la rielaborazione italiana propone un diverso approccio. Lo sviluppo tecnologico odierno sarebbe la prova che viviamo già in una società dell’abbondanza, per quanto diseguale; la soluzione, tuttavia, non è affidarsi ciecamente all’infrastruttura attuale (di natura estrattiva e insieme strumento di oppressione), ma re-immaginarla da capo attraverso i principi del Solarpunk. Si prospetta così all’orizzonte una tecnologia free e open source, adattata a una società post-scarsità. «Non vogliamo questa tecnologia al servizio del bene comune», sintetizza Dibitonto. «Ne vogliamo un’altra, tutta da immaginare e inventare».
Per dare concretezza a queste intuizioni, negli ultimi anni sono nati i primi raduni gratuitisti nazionali – o meglio translocali – affiancati dalla progettazione tecnica dei futuri ipotizzati. Lo stesso Mark Fisher Party, che si è tenuto a luglio tra Latina e Roma, secondo gli organizzatori non è stato un semplice festival, né solo una commemorazione, ma un tentativo di mantenere attiva la “funzione Fisher” (per dirla sempre con Mattioli), intesa come l’insieme di strumenti teorici e pratici lasciati dal filosofo britannico per incidere sul reale. In Inventare il futuro, Williams e Srnicek scrivono che «durante una crisi, le azioni che è possibile compiere dipendono dalle idee che sono disponibili», aggiungendo che la loro funzione principale è proprio questa: «sviluppare alternative alle politiche esistenti, e mantenerle in vita e disponibili finché ciò che oggi è considerato politicamente impossibile diventerà inevitabile».
L’esempio più emblematico di iperstizione ispirata dal pensiero di Fisher è il Partito Capibara: un soggetto per ora lontano dalla forma-partito tradizionale, ma con un programma tanto provocatorio (settimana corta, reddito universale di base e servizi gratuiti) quanto rigoroso sul piano della fattibilità tecnica. Questa realtà sfrutta la forza di un nome spiazzante – il capibara è sia icona del godimento che «glitch» del sistema – per catturare l’attenzione e poi dimostrare, numeri alla mano, la concreta realizzabilità delle sue istanze. Come osserva Di Bitonto: «Questo programma è considerato irrealistico soltanto con le lenti del realismo capitalista». Messo a punto da una REPA (Rete di Progettazione Aperta), un network di economisti, esperti e studiosi, il progetto manifesto del partito è la Riforma delle 24 ore, cha parte da una svolta fiscale radicale: no tax area fino a 20.280 euro, tetto ai patrimoni e spostamento del carico fiscale dal lavoro alle grandi rendite per lavorare tutti meno. L’intera pianificazione tecnica sarà pubblicata in un volume in libreria da settembre, mentre altre REPA sono già al lavoro per riformare la sanità e il carcere. E intanto è da poco partita la campagna di raccolta firme (ne servono oltre 110.000) per registrare ufficialmente il partito. Per essere un’utopia, sembra però tutto molto reale
Tommaso Meo