Da quando è nato internet il mondo è inevitabilmente cambiato, decretando il passaggio da una dimensione di stampo analogico e locale ad una globale e costantemente connessa. Il suo arrivo ha stravolto il modo di comunicare, di fare informazione, ha ridefinito i ritmi economico-lavorativi e persino il modo di relazionarsi. Ma negli anni, oltre all’assetto sociale, ad essere rimodellato è stato il volto dello stesso web, che è cambiato al punto tale da far sembrare la sua fine sempre più vicina.
O almeno è ciò che credono i sostenitori della Dead Internet Theory, una congettura complottista nata verso la fine del decennio 2010 su piattaforme americane come 4Chan – ma circolata pure su Reddit e YouTube – che vedrebbe il web “morto” nel 2016 a causa della presenza massiva di bot su chat, canali di forum e social con l’obiettivo di generare contenuti automatici per controllare la popolazione. Nel 2021 questa teoria si è consolidata e diffusa in modo capillare sul forum Macintosh Cafe di Agora Road, grazie ad un utente anonimo – IlluminatiPirate – che in un lungo post ha ipotizzato come gli algoritmi avessero reso sterili gli spazi digitali. «È bene precisare che la Dead Internet Theory non è un’ipotesi accademica» puntualizza Alessandro Tavecchio – docente di Giornalismo Digitale presso la SISSA di Trieste ed esperto in comunicazione scientifica – «è piuttosto un termine colloquiale che si usa per creare un sistema di gaslighting e di propaganda su scala globale in cui si crede che Google, il DARPA ed enti simili si sarebbero messi d’accordo per riempire internet di bot e inquinare la conoscenza tramite web».
Non è un caso però che una simile teoria si sia concentrata sugli anni del 2016-2017, visto che in quel periodo il web era nella sua fase di massima espansione e i social vivevano un’epoca d’oro. Ma era anche il periodo in cui iniziavano a diffondersi le prime fake news, le troll farm (per gestire simultaneamente migliaia di account finti e manipolare l’opinione pubblica), i video e le immagini deepfake che mostravano agli utenti un lato della Rete molto più cupo e meno affidabile. Oggi, a distanza quasi un decennio, questa teoria sta ritornando a circolare e stavolta sembra avere un riscontro più concreto proprio per via dell’ascesa dei chatbot e delle intelligenze artificiali generative. Il problema è che la Dead Internet Theory, come ogni teoria del complotto che si rispetti, trae origine da timori emotivamente validi: la sensazione di avere a che fare con un web sempre meno a misura d’uomo, alienante e privo di valori parasociali è fondata e legittima.
A ciò si aggiunge la lunga fase di “enshittification”, un declino delle piattaforme ormai inondate da contenuti scadenti che abbassano la qualità degli spazi digitali, annoiando sempre più gli utenti e relegandoli a meri spettatori passivi. Un esempio tangibile è dato dal flusso di TikTok, piattaforma che non si basa sulle interazioni tra persone – come Instagram o Facebook – ma piuttosto si presenta come un motore di intrattenimento continuo e su larga scala. Qui, oltre a spingere gli utenti ad essere più dei consumatori outsider che dei prosumer, proliferano una serie di profili che creano contenuti esclusivamente con le AI, raggiungendo milioni di views nonostante le immagini no sense (famosi i casi dei personaggi Brainrot o quelli della Frutta AI). La cosa che alimenta ancor più il complotto è che gran parte delle interazioni arrivano da account automatici che, generando traffico sotto al contenuto, attirano poi anche persone reali. Su piattaforme come X o LinkedIn questo processo è ancora più evidente: sull’ex Twitter gruppi di bot commentano migliaia di post con l’unico scopo di ottenere viralità e accedere alla sezione delle monetizzazioni, mentre il social più famoso per trovare lavoro è pieno di annunci scritti con un tono così poco autentico e posticcio da far intuire immediatamente l’assenza di una manodopera umana. Insomma si ha l’impressione che a dialogare online siano rimaste solo voci artificiali in un ecosistema in cui l’interazione tra persone non è più così indispensabile.
A rafforzare questa tesi subentrano una serie di dati, come quelli che sostengono che «gran parte del traffico web e una percentuale vicina probabilmente al 50% dei contenuti scritti sui social siano mediati in qualche modo da una AI o da un bot». Persino i dati rilasciati recentemente da Cloudflare testimoniano un netto incremento delle attività degli agenti AI, portando i bot a rappresentare circa il 57,5% di tutte le richieste alle pagine web contro il 42,5% di quelle umane. Si tratta di un sorpasso dalla portata storica che anticipa di un anno le previsioni dello stesso CEO dell’azienda americana, Matthew Prince, e segna una nuova svolta per il futuro della Rete. E poi c’è l’ormai noto funzionamento degli algoritmi dei social: la gente non esplora più in modo libero e indipendente ma i contenuti da vedere, le notizie da leggere, gli influencer da scoprire sono filtrati da meccanismi algoritmici settati in base all’utilizzo di ciascuno.
Tutti questi fattori potrebbero dunque portare a pensare che la Dead Internet Theory sia davvero una teoria corretta, anzi, quasi una profezia che si autoavvera. La verità è che «è più vicina ad una diagnosi “poetica” che ad un’ipotesi vera e propria, perché dà più una descrizione di percezioni collettive che delle prove empiriche e scientifiche». Attualmente infatti i sistemi di intelligenza artificiale non funzionano senza input umani e in generale non riescono ad ideare contenuti o condizionare l’esperienza online senza l’intervento di persone vere. Tuttavia «bisogna ormai accettare di essere in un’epoca post-AI» sottolinea Tavecchio «si tratta di un processo irreversibile, è vero, un processo da cui internet stesso ne uscirà stravolto, ma non sarà un cambiamento che lo porterà alla morte – un po’ com’è già successo nel 2012 con l’ascesa dei social media». Il professore infatti fa leva su un sentimento del tutto umano, quello della paura verso l’ignoto, verso dei processi che la gente non conosce fino in fondo e non controlla del tutto. D’altronde i progressi fatti in questa direzione sono stati molti e molto rapidi per essere metabolizzati: basti pensare che fino a qualche anno fa con l’uso dei bot al massimo si potevano fare le quotazioni di borsa o le previsioni delle news sportive, per via dei loro risultati altamente strutturati e calcolabili. Adesso invece strumenti potentissimi come le AI generative hanno raggiunto un’utenza talmente ampia da essere usati quotidianamente. «L’unica previsione plausibile» conclude «è che si andranno a prediligere spazi virtuali sempre più simili a canali di conversazioni private (gruppi Telegram, Whatsapp, i server di Discord o di Reddit, addirittura i gruppi privati dello stesso Facebook) a discapito delle piattaforme più tradizionali». Internet quindi potrebbe perdere questa sua natura di bacheca gigante, globale e apparentemente trasparente per far largo ad una nuova era fatta di micro comunità, più chiuse e difficili da mappare ma vissute più concretamente come spazi sociali fatti da umani.
Rachele Liuzzo