Nel 2023 Ilya Sutskever, il co-fondatore di OpenAI, aveva riunito alcuni colleghi su una spiaggia della California. Non erano lì per fare una grigliata o rilassarsi, ma per bruciare un fantoccio di legno raffigurante un’intelligenza artificiale generale (AGI) “disallineata”, cioè non in linea con le esigenze e i valori degli esseri umani.
Per Sutskever, il raggiungimento dell’AGI comporta per forza di cose un esito apocalittico. In una riunione di OpenAI, raccontata dalla giornalista Karen Hao nel libro Empire of AI, aveva detto che l’azienda avrebbe costruito un bunker riservato ai dipendenti prima di rilasciare l’AGI.
In altre occasioni aveva spiegato che l’intelligenza artificiale generale avrebbe innescato un vero e proprio “rapimento mistico”, e che solo pochi fedeli sarebbero stati salvati. Questa ossessione escatologica aveva parzialmente influenzato il tentativo di Sutskever (e altri) di estromettere Sam Altman da OpenAI – una mossa che tuttavia gli si è ritorta contro, portando infine alle sue dimissioni nel 2024.
Chiaramente, Sutskever non è l’unica persona nella Silicon Valley a credere che l’intelligenza artificiale ci farà fuori tutti quanti. Insieme a lui ci sono i cosiddetti “razionalisti” – quelli che seguono gli scritti catastrofisti del teorico Eliezer Yudkowsky – e gli stessi capi e ricercatori delle aziende che sviluppano l’IA, come dimostra il dibattito delle ultime settimane.
Molti di loro, come ha evidenziato il filosofo Émile P. Torres nella sua newsletter Realtime Techpocalypse, sono preoccupati non tanto dell’estinzione del genere umano di per sé, ma di arrivarci senza aver creato una nuova specie postumana potenziata dall’AGI e in grado di colonizzare lo spazio.
Pure i tecno-oligarchi sono sulla stessa linea d’onda. Per Elon Musk, ad esempio, gli esseri umani non sono altro che “bootloader digitali per la superintelligenza digitale”. Peter Thiel non è così sicuro che l’umanità debba sopravvivere nella sua forma attuale. E Sam Altman già nel 2017 parlava di “fusione” con le macchine.
Chi sta sviluppando l’intelligenza artificiale non la percepisce dunque come una tecnologia, ma come una specie di divinità di silicio che innescherà il giudizio universale. La salvezza spetterà soltanto a loro, che asserragliati in bunker di lusso diventeranno degli esseri superiori grazie all’IA. Il resto dell’umanità – cioè noi – farà una fine molto più ingloriosa e sarà sterminata da virus, Terminator e quant’altro.
Questa visione messianica, apocalittica e fondamentalmente eugenetica rientra in quello che le autrici Naomi Klein e Astra Taylor chiamano End Times Fascism, il fascismo della fine dei tempi, che è il titolo del loro ultimo libro da poco uscito negli Stati Uniti (In Italia sarà pubblicato a novembre).
Partendo dall’assunto di Primo Levi che “ogni tempo ha il suo fascismo”, Klein e Taylor sostengono che l’estrema destra globale sta vivendo “un’evoluzione inquietante” legata alla consapevolezza che l’umanità è entrata in un’epoca di crisi interconnesse tra loro – cambiamento climatico, guerre, pandemie, autoritarismo, sorveglianza di massa, migrazioni – senza precedenti.
Invece di cercare di affrontare le crisi, scrivono le due, “questa nuova declinazione del fascismo ha accettato l’idea di un futuro contrassegnato da shock permanenti”. Per questo conduce una “guerra suprematista per decidere chi sopravviverà nel mondo che verrà”. E questa guerra è alimentata da “strumenti tecnologici dotati di capacità finora inimmaginabili, sia nel creare mondi sintetici che nel distruggere quello reale”.

In altre parole, “le persone più potenti del pianeta si stanno preparando alla fine del mondo, una fine che sono loro stesse ad accelerare freneticamente”. In un’inversione del racconto biblico, la “classe oligarchica” non si accontenta di costruire l’arca della salvezza, né si limita a decidere chi può salirci sopra: fa di tutto per provocare il diluvio universale.
Secondo le autrici, il fascismo della fine dei tempi è composto principalmente da tre fazioni. La prima è quella dei fanatici religiosi, che interpretano ogni nuova catastrofe come il segnale di un’apocalisse rigeneratrice.
In questa fazione Klein e Taylor inseriscono sia i suprematisti sionisti israeliani come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – i due ministri estremisti del governo Netanyahu che vogliono portare a termine il genocidio dei palestinesi – che gli evangelici cristiani trumpiani, che vogliono togliere il diritto di voto alle donne e sostituire la Costituzione con i Dieci comandamenti.
Per i fascisti apocalittici la religione non è tanto il famigerato “oppio dei popoli” marxiano, ma piuttosto “un’anfetamina [che] invece di placare le inquietudini le amplifica e le porta fino alle estreme conseguenze”. La fede, insomma, agisce come una specie di “accelerante incendiario ed esplosivo”. Una parte dell’evangelismo statunitense, ad esempio, vuole esplicitamente impossessarsi delle istituzioni democratiche per trasformare il paese in una teocrazia degna di un romanzo distopico.
La seconda fazione è quella dei tecno-oligarchi, smaniosi di ottenere “un potere e una ricchezza inimmaginabile” grazie ai loro prodotti tecnologici e soprattutto all’intelligenza artificiale. L’IA è considerata la “tecnologia definitiva”, una “creazione prometeica” destinata a “costruire un glorioso futuro post-umano” – un futuro che sarà però precluso agli esseri inferiori.
“Ogni fascismo ha i propri subumani”, scrivono Klein e Taylor, “e per i tecnofascisti i subumani sono proprio gli esseri umani”.
Dai discorsi che fanno, dai progetti escapisti che vogliono realizzare e dai problemi giganteschi che creano già adesso – basti pensare all’impatto dei data center – è evidente che i tecno-oligarchi “non vivono nel nostro stesso mondo, non hanno le nostre stesse preoccupazioni e non agiscono con lo stesso grado di empatia o di vicinanza al dolore degli altri”, come ha spiegato alle autrici KeShaun Pearson, un attivista anti-data center di Memphis.
È un circolo vizioso: più i tecno-oligarchi si trincerano nelle loro bolle e i loro bunker, meno sono a contatto con il mondo fisico. E più si allontanano dalla Terra con i loro razzi alla ricerca dell’utopia cosmica di una civiltà multiplanetaria, più sono disposti a sacrificarla.
La terza e ultima fazione del fascismo della fine dei tempi è quella dei leader politici di estrema destra che vogliono accaparrarsi le risorse naturali in una sorta di prepping di Stato, nonché trasformare i loro paesi in enormi bunker fortificati, con le pistole puntate sia contro i nemici interni – “Antifa”, attivisti climatici e in generale la “sinistra radicale” – che contro quelli esterni, ovviamente i migranti.
La loro visione apocalittica deriva in particolare dal romanzo razzista Il campo dei santi di Jean Raspail, che immagina l’invasione della Francia da parte di un milione di migranti indiani e della successiva scomparsa della “razza bianca”.
Da quel libro distopico, pubblicato per la prima volta all’inizio degli anni Settanta, è poi derivata la teoria del complotto della “sostituzione etnica”, che ora come ora è la principale griglia di lettura con cui l’estrema destra europea e statunitense interpreta il fenomeno migratorio.
Di fronte a una minaccia così esistenziale, nessun compromesso è chiaramente possibile. E così da un lato abbiamo i terroristi neonazisti come Anders Breivik o Brenton Tarrant che imbracciano le armi per uccidere gli invasori e i traditori della razza che li aiutano; e dall’altro c’è la remigrazione, un termine che indica il piano di deportazione di massa e di privazione dei diritti civili per i cittadini “non assimilati”, ossia quelli non-bianchi e non-cristiani.
Klein e Taylor sottolineano inoltre che i fascisti apocalittici hanno abbandonato il negazionismo climatico, una posizione ormai anacronistica e non più spendibile. Sanno benissimo che l’aggravarsi della crisi climatica spinge – e spingerà – sempre più persone a lasciare le proprie terre d’origine. Tutto ciò non ostacola però le loro politiche fossili, che tra l’altro sono legate a doppio filo al sogno del paradiso artificiale dei tecno-oligarchi; per continuare a emettere gas climalteranti come se nulla fosse, basta sigillare i confini ed espellere con la forza chi è già dentro.
I fascisti della fine dei tempi “sono dei piromani”, chiosano le due autrici, perché “lasciano consapevolmente che il mondo bruci” e allo stesso tempo “addossano la colpa alle persone private dei mezzi di sussistenza e costrette ad abbandonare le loro case a causa delle loro politiche”.
Questa nuova, mostruosa ideologia ha dunque un “rapporto simbiotico” con la catastrofe e investe attivamente in uno stato di emergenza permanente. In tal senso, è davvero lo stadio finale del capitalismo dei disastri. L’ha detto chiaro e tondo Alex Karp, l’amministratore delegato di Palantir: “per noi i tempi difficili sono ottimi, visto che vendiamo prodotti progettati per affrontare i pericoli”.
Il fascismo apocalittico non è però imbattibile, avvertono Klein e Taylor. E anzi, è già stato battuto diverse volte: nelle strade gelate di Minneapolis, ad esempio, dove l’ICE ha incontrato la strenua opposizione dei residenti; oppure a New York con la vittoriosa campagna di Zohran Mamdani, che è stata una celebrazione della complessità del reale e della bellezza imperfetta di una società plurale.
Quella di Mamdani, scrivono le autrici, “è il tipo di visione concreta, non fantascientifica né nostalgica, proiettata verso il futuro, che i fascisti della fine dei tempi sono incapaci di offrire e che, a quanto pare, moltissime persone aspettavano da tempo”.
Alla fine, poi, i fascisti apocalittici sono molto più fragili di quanto possa sembrare a prima vista. Sono infatti disperatamente aggrappati ad un’illusione del tutto irrealistica: la catastrofe risparmierà solo loro; soltanto loro si salveranno.
Ma la verità è che nessuno si salva da solo, nemmeno se è la persona più ricca e più potente del mondo.
Leonardo Bianchi