NET ECOLOGY

Anche nello spazio ci sarà la lotta di classe

Anche nello spazio ci sarà la lotta di classe

Ora che la pubblicazione degli Epstein Files ha spinto molti a rivalutare una serie di teorie complottiste alle quali, in tempi meno sospetti, difficilmente avremmo attribuito la minima credibilità, qualcuno è tornato a porsi una domanda che sembrava ormai relegata ai margini del dibattito pubblico: ma ci siamo davvero stati sulla Luna? Qualunque sia la risposta — e probabilmente è no — resta il fatto che, con la Terra sempre più vicina al collasso climatico (sì, anche se ormai quasi nessuno ne parla più) e con Jeff Bezos che, attraverso la sua compagnia aerospaziale Blue Origin, continua imperterrito a lavorare per stabilire una presenza umana permanente sul satellite tramite il lander lunare Blue Moon, non è poi così assurdo iniziare a considerare seriamente la possibilità – a mio avviso piuttosto inquietante – che, in un futuro non troppo lontano, il liberismo turbo-capitalista possa spingersi fino al punto di tentare la colonizzazione della Luna.

Per interrogare alcune delle principali trasformazioni tecnologiche, ecologiche e politiche del presente, il collettivo artistico Liminal State ha sviluppato THEIA PARADIGM, un progetto di future fiction che utilizza proprio l’immaginario della colonizzazione lunare – ricostruito in forma installativa a Roma e visitabile fino al 28 marzo –  come strumento per riflettere sulle contraddizioni del nostro tempo. Il lavoro si inserisce in quella tradizione della fantascienza critica che impiega il futuro non tanto per prevedere ciò che verrà, quanto per analizzare il presente da una prospettiva obliqua. In poche parole si attiva quello che studiosi come Donna Haraway, Fredric Jameson e Darko Suvin hanno descritto come cognitive estrangement: una forma di distanza immaginativa capace di rendere visibili strutture di potere e modelli sociali che, nel quotidiano, tendiamo a considerare naturali o inevitabili.

Ambientata intorno al 2100, la colonia lunare sotterranea THEIA prende forma come un ambiente speculativo costruito a partire da dati tecnico-scientifici, architetture immersive e protocolli narrativi partecipativi. In apparenza si tratta di un insediamento progettato per garantire la sopravvivenza umana oltre i limiti ecologici della Terra; tuttavia, man mano che la simulazione prende forma, emergono una serie di tensioni politiche e tecnologiche che risultano sorprendentemente familiari. THEIA sembra infatti amplificare dinamiche già operative nel presente: il colonialismo digitale, la crescente diffusione di sistemi di governance algoritmica, l’intensificarsi della crisi ecologica globale e la progressiva trasformazione del capitalismo in un sistema infrastrutturale capace di estendersi ben oltre i confini del pianeta.

Future fiction e immaginazione speculativa

Ma prima un piccolo disclaimer: bisogna tenere a mente che il concetto di future fiction si distingue dalla fantascienza tradizionale per la sua stretta relazione con il presente tecnologico e politico. Piuttosto che costruire universi completamente immaginari, la future fiction si fonda su tecnologie esistenti o plausibili e su processi socioeconomici già in atto. E infatti la colonia non appare come un’utopia lontana ma come l’estensione logica di infrastrutture e sistemi già presenti nel nostro mondo. Tecnologie di monitoraggio biometrico, sistemi agricoli controllati, infrastrutture energetiche rinnovabili e piattaforme di selezione algoritmica costituiscono elementi concreti che rendono lo scenario non solo immaginabile, ma anche inquietantemente plausibile.

Colonialismo digitale e infrastrutture di controllo

L’ingresso in THEIA avviene attraverso un test attitudinale online che valuta il rapporto dell’individuo con i limiti, le regole e il conflitto sociale. Il dispositivo introduce immediatamente una dimensione di selezione algoritmica e profilazione comportamentale, richiamando le logiche operative delle piattaforme digitali contemporanee, nelle quali gli utenti vengono continuamente classificati attraverso sistemi di raccolta dati, analisi comportamentale e modelli predittivi. 

Nel colonialismo storico il controllo territoriale costituiva il presupposto dell’estrazione economica. Nel colonialismo digitale, invece, il territorio diventa informazionale: piattaforme, database e algoritmi organizzano e sfruttano flussi di dati su scala globale. La colonia THEIA radicalizza questa logica trasformando l’intera vita umana in un sistema monitorato e ottimizzato.

All’interno della colonia ogni parametro vitale – dall’energia disponibile alla qualità dell’aria – è costantemente misurato e gestito attraverso sistemi tecnici centralizzati. Il control room rappresenta il nucleo decisionale da cui vengono regolati i flussi energetici, biologici e logistici della comunità. Questo modello di governance richiama forme emergenti di algorithmic governance, in cui decisioni sociali e politiche vengono sempre più delegate a sistemi automatizzati.

Ecologia artificiale e gestione della biosfera

Un altro asse fondamentale del progetto riguarda la dimensione ecologica. THEIA è progettata come un ecosistema completamente artificiale, scavato nel regolite lunare per proteggere gli abitanti dalle radiazioni e dalle escursioni termiche. Tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza – ossigeno, acqua, cibo ed energia – devono essere prodotte e riciclate all’interno di un sistema chiuso.

Questo modello richiama alcune delle principali ricerche contemporanee sull’ecologia artificiale e sui sistemi di supporto vitale per missioni spaziali di lunga durata. Tuttavia, nella narrazione della colonia lunare questi sistemi assumono anche un significato simbolico. La biosfera non ha più nulla a che vedere con un ambiente naturale, ma diventa un’infrastruttura tecnica progettata per garantire la continuità della vita. 

In questo senso THEIA rappresenta una forma estrema di ciò che alcuni teorici definiscono terraformazione inversa: non è l’ambiente extraterrestre a essere trasformato per diventare simile alla Terra, ma l’umanità stessa a dover adattare la propria organizzazione sociale e biologica a un ambiente radicalmente artificiale. La bio-farm, con le sue serre illuminate artificialmente, diventa il luogo in cui la vita viene continuamente rigenerata attraverso processi tecnici. La natura non è più un contesto autonomo ma un sistema produttivo gestito e monitorato.

Colonialismo lunare e capitalismo extraplanetario

Oggi, numerose agenzie spaziali e aziende private stanno sviluppando programmi di estrazione mineraria e infrastrutture permanenti nello spazio. Queste iniziative aprono la possibilità di una nuova frontiera economica basata sull’accesso alle risorse extraterrestri. La colonia THEIA può essere interpretata come una simulazione delle implicazioni politiche di questo scenario. La presenza di una corporation immaginaria – Theia Corp. – richiama il modello delle compagnie coloniali che, tra XVII e XIX secolo, gestivano territori e popolazioni nei contesti imperiali.

Questo parallelismo suggerisce che la colonizzazione dello spazio potrebbe riprodurre dinamiche storiche di sfruttamento e disuguaglianza. La selezione degli abitanti, le espulsioni e il controllo centralizzato delle risorse indicano che la nuova civiltà lunare non è immune dalle logiche di potere che hanno caratterizzato il colonialismo terrestre.

Qualche interrogativo

La Luna diventa così uno specchio del presente: un territorio immaginario in cui le tensioni tra tecnologia, potere e sostenibilità vengono rese visibili e amplificate. In poche parole, THEIA è un dispositivo critico che costringe a questionare le condizioni politiche, etiche ed epistemologiche che renderebbero concepibile una civiltà umana oltre la Terra. Emergono quindi una serie di interrogativi.

Una prima questione riguarda il regime di governance che renderebbe possibile tale progetto. Se la sopravvivenza in un ambiente radicalmente ostile richiede sistemi altamente integrati di controllo delle risorse – energia, ossigeno, acqua, produzione alimentare – allora la gestione di tali infrastrutture implica inevitabilmente forme di coordinamento centralizzato e di monitoraggio continuo. La domanda diventa quindi: quale modello politico potrebbe garantire contemporaneamente la stabilità di un ecosistema fragile e la libertà dei suoi abitanti? In altre parole, una civiltà extraterrestre sostenibile richiederebbe necessariamente una riduzione delle libertà individuali? 

Un secondo nodo riguarda la questione della selezione. In THEIA l’accesso alla colonia è filtrato attraverso un test attitudinale che valuta la compatibilità dei candidati con un sistema sociale altamente regolato. In questo scenario, la promessa di “un nuovo inizio per l’umanità” potrebbe nascondere la riproduzione, su scala cosmica, delle disuguaglianze che hanno caratterizzato la storia terrestre. Questo elemento introduce un problema etico cruciale: chi decide chi ha il diritto di partecipare alla nuova civiltà? 

Un terzo interrogativo riguarda la continuità tra colonialismo terrestre e colonizzazione spaziale. La retorica dell’esplorazione e della frontiera ha storicamente accompagnato processi di appropriazione territoriale e di sfruttamento delle risorse. La colonizzazione dello spazio rappresenterebbe un superamento delle logiche coloniali oppure la loro estensione oltre i confini planetari?

Infine, il progetto invita a confrontarsi con una questione più radicale, raramente esplicitata nei discorsi sull’esplorazione spaziale: la desiderabilità stessa della sopravvivenza a ogni costo. Gran parte delle narrazioni contemporanee sulla colonizzazione dello spazio presuppone che l’espansione dell’umanità oltre la Terra sia un obiettivo intrinsecamente positivo, quasi una necessità evolutiva. Tuttavia, questa premessa merita di essere interrogata. Se la costruzione di civiltà extraterrestri richiedesse sistemi sociali altamente controllati, selettivi ed ecologicamente artificiali, fino a che punto tale futuro sarebbe realmente preferibile all’accettazione dei limiti planetari? In altre parole, la domanda non riguarda soltanto come l’umanità potrebbe sopravvivere oltre la Terra, ma se tale sopravvivenza rappresenti necessariamente un valore indiscutibile. 

Laura Cocciolillo