C’è uno strumento di potenza smisurata, imprevedibile, diffusa. Chi lo padroneggia accumula un vantaggio incolmabile, ma appropriarsene non è semplice. Facilita opere d’arte, scoperte scientifiche, persino illuminazioni spirituali; allo stesso tempo alimenta anche retorica, propaganda, burocrazia, falsità e totalitarismi. È prudente diffonderlo? Le masse possono maneggiarlo senza nuocersi? È meglio lasciarlo a piccoli gruppi di persone competenti?
Se pensate che stia parlando di intelligenza artificiale vi sbagliate, perché mi sono permesso un salto nel passato e parlo della scrittura; uno strumento che per molto tempo è stato appannaggio di caste chiuse che ne custodivano la diffusione per alimentare e preservare i propri privilegi.
A un certo punto, con una decisione tutt’altro che ovvia e a lungo osteggiata, si è ritenuto che alfabetizzare le masse fosse preferibile che affidare il monopolio di questa tecnologia a una casta di pochi eletti; credo che sia stata la scelta giusta, nonostante i danni che la scrittura ha arrecato grazie alla sua diffusione. E sospetto che con l’intelligenza artificiale ci troveremo a un bivio simile.
Torniamo nel presente. Nel giro di poche settimane Anthropic ha annunciato Mythos rifiutandosi di consegnarlo al pubblico, lo ha affiancato a una versione “addomesticata” chiamata Fable e l’ha aperta al pubblico, per poi vedersi vietare entrambi dal governo statunitense, che ne ha imposto la sospensione per “qualunque cittadino straniero”, compresi i dipendenti non statunitensi della stessa Anthropic. Pochi giorni dopo il blocco è stato allentato e Fable è tornato accessibile; nel frattempo OpenAI ha presentato GPT-5.6 e ne ha ristretto il rilascio a una manciata di partner fidati, anche in quel caso su richiesta di Washington.
L’aspetto comico di questa storia riguarda il modo in cui Anthropic (e non solo lei) si sia scavata la fossa da sola. Dopo anni di marketing e hype delle aziende tech sull’incredibile pericolosità dei loro strumenti – e se non vi sembra ridicolo adesso, pensate a quanto lo era quattro anni fa – questa pubblicità volta a trovare investitori sembra ritorcersi contro le stesse aziende. Lo ha spiegato bene un ricercatore di sicurezza informatica, Peter Girnus, secondo cui chi descrive in ogni comunicato stampa il proprio prodotto come “una munizione” prima o poi verrà preso in parola da qualche governo.
Il pretesto tecnico per giustificare la chiusura è debolissimo. Stando alla ricostruzione della stessa Anthropic, il governo avrebbe agito sulla base di un aggiramento dei filtri che consiste, in sostanza, nel chiedere al modello di leggere un pezzo di codice e segnalarne i difetti, capacità che molti altri modelli pubblici (incluso GPT-5.5 di OpenAI) offrono senza problemi e che i tecnici usano ogni giorno. Più di cento esperti, fra cui figure di Adobe e Nvidia, hanno scritto alle autorità per dire che i modelli Mythos sono piuttosto bravi a trovare falle e che sottrarre al pubblico uno strumento del genere mentre la concorrenza procede nello sviluppo è un autogol.

In effetti si tratta di modelli molto efficaci, ma somigliano più a un utile strumento cognitivo che a un’arma di distruzione di massa. Certo, non sappiamo se un Mythos futuro non rappresenterà un salto di qualità tale da avverare le pubblicità delle aziende tech, se sarà capace di scovare vulnerabilità inedite in ogni sistema operativo o di qualcosa di orribile che per ora fatico a immaginare. Anthropic sostiene che già la versione attuale individui falle critiche in tutti i browser e che in una prova con le agenzie di intelligence nell’arco di poche ore è riuscito a trovare vulnerabilità in sistemi sensibili. Forse sono cifre gonfiate per fare colpo, ma non scommetterei sull’ipotesi che la minaccia resti per sempre modesta. La domanda che mi interessa però è un’altra, e cioè se, ammesso che lo strumento diventi ancor più formidabile, tenerlo privato sia la scelta più saggia. Ne dubito.
Quando uno strumento simile resta mano di pochi, che sia un governo o un’azienda, l’abuso da parte di chi lo possiede è un danno meno visibile e più arduo da contrastare rispetto ad un uso malevolo più diffuso. Con la diffusione si aprono i rischi di impieghi offensivi, ma anche la possibilità di contromisure distribuite e di equilibri di potere. Con la concentrazione si ottiene solo asimmetria, oltretutto affidata a soggetti che non abbiamo alcuna ragione di ritenere affidabili.
In un suo post su Facebook, Giorgio Gilestro ha scritto di come per gran parte della Guerra Fredda gli Stati Uniti trattarono la crittografia alla stregua di un’arma; esportare un algoritmo con una chiave robusta equivaleva, sul piano giuridico, a esportare materiale bellico. Le cose cambiarono nel 1991, quando Phil Zimmermann scrisse PGP e lo rilasciò open source, diventando bersaglio di un’indagine penale per esportazione illegale di armi che si infranse contro una contraddizione insanabile: anche se il codice è un’arma, stamparlo è un esercizio di libera espressione, che negli USA è protetta dal Primo Emendamento. Gilestro ne ricava una conclusione che condivido: i pesi open di oggi sono il PGP del nostro tempo, numeri rilasciati in chiaro, replicabili da uno studente in qualunque paese e irrecuperabili una volta diffusi.
Una nota di Citigroup segnala un’impennata nella domanda di modelli open-weight man mano che i regolatori restringono l’accesso a quelli di frontiera, anche perché il divario di prestazioni si è assottigliato dopo l’uscita del cinese GLM-5.2. Questo modello, scaricabile liberamente, non è bloccabile come Fable o Mythos e soprattutto costa circa un decimo dei concorrenti occidentali. Le restrizioni, insomma, stanno producendo una migrazione verso i sistemi aperti, liberi ed economici.
Aziende come Airbnb e Cursor hanno dichiarato di costruire parte della propria infrastruttura su Qwen e su Kimi, i modelli aperti di Alibaba e di Moonshot, ottenendo prestazioni paragonabili a quelle occidentali per una frazione del costo; su OpenRouter, una piattaforma che instrada le richieste verso centinaia di modelli diversi, i modelli open wight cinesi sono passati da una quota trascurabile a circa il sessantuno per cento di tutti i token processati nel giro di un anno e mezzo. Alcuni parlamentari americani hanno aperto un’indagine proprio su Airbnb e su Cursor per l’uso di quei modelli, e l’amministratore delegato di Airbnb si è visto costretto a precisare pubblicamente che nessun dato sensibile veniva inviato agli sviluppatori cinesi – a dirla tutta, i modelli aperti sono gli unici in cui i dati sono davvero privati, se utilizzati sui propri server. Al netto della nazione da cui proviene il modello.
Nel frattempo anche i funzionari europei hanno manifestato il loro disappunto per la dipendenza dalle decisioni di Washington; non è un caso che in Europa si accarezzi l’idea di cooptare Anthropic e portarla entro i confini comunitari.
Ma perché le aziende americane non corrono ai ripari tagliando i prezzi? In parte è già successo. OpenAI starebbe valutando dei tagli ai prezzi dei token, Microsoft ha lanciato una propria linea di modelli economici, Google ha proposto una versione più leggera dei suoi sistemi mentre il suo amministratore delegato ammette che molte aziende a maggio stanno già sforando i budget annuali. Persino Nvidia ha cominciato a rilasciare propri modelli scaricabili gratuitamente, proponendoli come alternativa sia ai cinesi sia ai laboratori chiusi americani. Tagliare i prezzi o offrire modelli più piccoli però non equivale a rilasciare i pesi; anche se Anthropic scendesse al livello di Zhipu, resteresti comunque cliente di un servizio che un decreto può bloccare da un giorno all’altro, come è successo a Mythos.
Il problema è che queste aziende campano sugli investimenti e gli investitori potrebbero stufarsi. Non sono un economista, ma desumere che questo porterà al crollo delle aziende USA o allo scoppiare della famosa bolla (per quanto la bolla ci sia) mi pare una semplificazione: gli investitori sono ancora tanti. Lo deciderà la strategia delle big tech, ma sembra plausibile che avere i modelli più potenti, ora che questi sistemi sono diventati infrastruttura, non basti più. Servono anche buoni prezzi e dunque investimenti per far calare i consumi.
È però plausibile immaginare che prima o poi l’open raggiungerà i vari Mythos, rendendo inutile qualunque strategia proibizionista. Forse un giorno ripercorreremo quel che abbiamo fatto con l’alfabeto, mettendo da parte paure e privilegi per rendere questo strumento cognitivo il più possibile accessibile – ma dubito che accadrà domani.
Francesco D’Isa