La rivoluzione digitale cinese non è qualcosa di recente: già nel 2016 pagare il caffè con lo smartphone, organizzare la giornata attraverso un’applicazione e vivere dentro un unico ecosistema digitale era la norma. Tutto quello che oggi in Europa stiamo ancora in parte metabolizzando era già la normalità nella Cina di dieci anni fa, dove i pagamenti digitali erano già sdoganati al mercato, in taxi e richiesti persino da chi faceva l’elemosina per strada tramite QR code.
Molte di queste transazioni avvengono grazie a WeChat, che è praticamente onnipresente in Cina: con oltre 1,2 miliardi di utenti attivi totali, questa app ingloba chat, social, pagamenti, mappe, acquisti, taxi, prenotazioni e notizie in un unico spazio. In pratica, per gli utenti cinesi WeChat è Internet stesso, più smart e completo di quanto siamo abituati in Occidente.
Nel 2017 Tencent, il gigante tecnologico dietro WeChat, ha lanciato i mini-program, ossia “app dentro l’app”. Queste mini-app sono agili programmi (scritti in JavaScript e XML personalizzato) che vivono dentro WeChat: non vanno scaricate negli app store, basta aprirle su WeChat. In meno di un anno dall’esordio erano già 580.000, e il loro uso è esploso: nel 2021 superavano già i 450 milioni di utenti attivi giornalieri.
Grazie ai mini-program l’esperienza è più fluida: in pochi click si prenota una visita medica o si acquista un biglietto del treno, si ordina al ristorante inquadrando un QR code sul tavolo, si paga una multa oppure si ascolta la spiegazione di un’opera d’arte all’interno di un museo, tutto senza lasciare WeChat e senza fare login o registrarsi su altre piattaforme.

A fianco di WeChat sono numerose le app che riflettono questa mentalità integrata del “tutto in uno”. Xiaohongshu (nota anche come RedNote o “Piccolo Libro Rosso”) è un social network che mescola contenuti social con funzionalità di e-commerce. Con oltre 300 milioni di utenti attivi mensili, Xiaohongshu funziona come un vasto diario collettivo di consigli: gli utenti postano “note” con testo, foto e video su abiti, cosmetici e viaggi.
Ogni post è al contempo una recensione, un tutorial e spesso un link diretto al prodotto, che non rimanda a un sito web esterno, come ancora oggi siamo abituati a vedere su Instagram, ma porta direttamente all’acquisto. Il modello cinese non è solo tecnologia, ma un approccio che si focalizza nel concentrare servizi e ridurre i passaggi tra piattaforme.
Questo salto digitale è stato agevolato da diversi fattori unici. In Cina la scarsissima diffusione delle carte di credito ha permesso di saltare direttamente dal contante allo smartphone. Contemporaneamente, un’infrastruttura normativa e sociale particolarmente favorevole ha accelerato il processo: il governo ha investito massicciamente in infrastrutture digitali (dalle reti 5G ai corsi di intelligenza artificiale nelle scuole) e ha sperimentato su larga scala servizi innovativi.
Ad esempio, la Cina sta già introducendo la propria valuta digitale (il cosiddetto yuan elettronico) in molte città, semplificando ulteriormente i pagamenti elettronici. Anche le smart cities sono già realtà concrete: centinaia di città cinesi testano sistemi di gestione del traffico basati su algoritmi, veicoli a guida autonoma, semafori “intelligenti” e monitoraggio in tempo reale dei trasporti pubblici.
Quello che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza — ovvero vivere in una città “digital by default” — per i cinesi è ormai routine quotidiana. Lo smartphone è diventato un’interfaccia continua verso ogni servizio essenziale, dal login unificato per i documenti d’identità digitali alla prenotazione immediata di un autobus o di una visita ospedaliera.
Se oggi uscire di casa senza il cellulare in tasca è per noi a volte impensabile, in Cina è già diventato impossibile, e si comprende perché molte innovazioni appaiano lì già pronte quando da noi sono ancora complesse tanto quanto aiutare i propri genitori a recuperare lo SPID.
Camilla Fatticcioni