LA RIVOLUZIONE ALGORITMICA

Il cinema IA cinese conquisterà il mondo

a cura di Francesco D'Isa
Il cinema IA cinese conquisterà il mondo

Il 12 febbraio ByteDance ha rilasciato in Cina Seedance 2.0, il suo nuovo modello di generazione video. Nel giro di poche ore internet si è riempito di clip che sembravano i deliri di una sala di post-produzione hollywoodiana: Frodo da un “vendo oro” per impegnare l’anello, i personaggi di Friends reinterpretati come lontre, Will Smith alle prese con un mostro di spaghetti, Kanye West che danza in un palazzo imperiale cinese cantando in mandarino, ma soprattutto tanti, tantissimi – e lasciatemi dire bellissimi – film cinesi reinterpretati da gattini. Samurai, soap opera, thriller, King fu, tutto coi gatti. I video erano così realistici da far sembrare le precedenti versioni reliquie di un’altra era geologica – destino che capiterà presto anche a questi.

Il 25 marzo, OpenAI chiude il suo progetto video Sora, decidendo di puntare i propri investimenti altrove.

La Cina sorpassa e l’America piange: il giorno dopo il lancio di Seedance 2, Disney ha inviato una lettera di diffida a ByteDance, accusando l’azienda di aver addestrato il modello su opere protette, Paramount ha parlato di violazione flagrante della proprietà intellettuale, la Motion Picture Association sostiene che la violazione del copyright in Seedance fosse una caratteristica strutturale del sistema. Il sindacato degli attori SAG-AFTRA ha condannato l’uso non autorizzato delle voci e sembianze dei propri membri. ByteDance ha risposto con due frasi di circostanza sul rispetto della proprietà intellettuale e la promessa di rafforzare i filtri, poi ha sospeso il lancio internazionale del modello. A metà marzo 2026, Seedance 2.0 resta accessibile soltanto agli utenti delle app domestiche cinesi.  

Nel frattempo, l’accordo tra Disney e OpenAi ovviamente salta, e l’azienda ha dichiarato di voler comunque seguire progetti Ai che “rispettano la proprietà intellettuale”.

OpenAI abbandona Sora ma lo fa per investire in altro: coding, robotica, LLM… la prima azienda al mondo a diffondere un grande modello linguistico non è più in testa alle classifiche per la potenza dei propri sistemi, con Claude e Gemini che per certi versi la superano e per altri no. Non possono permettersi di perdere questa gara e concentrare le forze (e il denaro) altrove è una mossa comprensibile, considerato che il gap con la concorrenza video cominciava ad essere sensibile: i video con Sora non solo erano sempre meno riusciti rispetto a Kling o Seedance 2, ma anche più costosi.

Quello che rivela il caso Seedance e Sora però, se lo si guarda con un minimo di prospettiva, è un trasferimento in corso del baricentro della produzione culturale globale, reso possibile anche da un’asimmetria normativa che l’Occidente ha contribuito a creare.

Non si pensi che la Cina sia un Far West dell’intelligenza artificiale, senza regole né limiti, tutt’altro. All’inizio di febbraio, poco prima del lancio di Seedance, la Cyberspace Administration of China ha annunciato la rimozione di oltre 540.000 contenuti AI considerati illeciti da Douyin, WeChat e Weibo, con provvedimenti disciplinari contro più di 13.000 account. La Cina dispone di uno degli apparati normativi più articolati al mondo per la regolazione dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale; ha imposto requisiti di etichettatura, meccanismi di filtraggio, registri obbligatori per i fornitori di modelli generativi. La censura è capillare e spesso imprevedibile.

Eppure il tipo di contenuti censurati è diverso. Il sistema cinese è costruito per proteggere la stabilità politica e l’immagine del Partito: sopprime la satira politica, la dissidenza, la pornografia, le narrazioni storiche non conformi alla linea ufficiale. Ma sul copyright dei contenuti stranieri è molto più permissivo. La protezione della proprietà intellettuale americana non è una priorità del sistema cinese.

L’Occidente, simmetricamente, ha il problema opposto. I filtri riguardano meno la politica (con importanti eccezioni) ma più la proprietà intellettuale. Disney, Netflix, Paramount, Warner Bros, dispongono di un potere di interdizione giuridica enorme e lo esercitano con efficacia. Hollywood protegge i suoi personaggi, ma nel farlo impedisce ai creatori occidentali di accedere agli strumenti più avanzati per la generazione video, cedendo il terreno a chi quei limiti non li subisce.

Chi produce cultura ha bisogno di strumenti e libertà di sperimentare. In questo momento, l’ecosistema cinese offre entrambe le cose, almeno per tutto ciò che non tocca la sfera politica. L’ecosistema occidentale offre più libertà politica (sempre meno scontata, peraltro) ma vincola sempre di più la sperimentazione creativa con i modelli generativi. 

Chi come me lavora quotidianamente con i modelli di generazione video sa che la supremazia cinese in questo campo è percepibile. Seedance 2.0 e Kling 3.0 producono risultati che i modelli occidentali non raggiungono, in termini di coerenza del movimento, consistenza dei personaggi, controllo cinematografico della scena. Sono strumenti con cui si può pensare in termini registici; si descrive una scena come farebbe un regista molto pignolo e il modello gestisce inquadrature, luci, recitazione, suono. Sora 2, Veo 3.1, Runway Gen-4.5 sono ottimi modelli, ciascuno con i propri punti di forza, ma chi li usa tutti sa che il salto qualitativo adesso tende dalla parte cinese.

I numeri confermano questa impressione. Sei degli undici migliori modelli di generazione video a livello mondiale sono sviluppati da aziende cinesi — ByteDance, Kuaishou, MiniMax, Alibaba tra le altre. I modelli cinesi open-source sono passati da un utilizzo quasi nullo a metà 2024 a circa un terzo dell’uso complessivo di AI entro la fine del 2025, secondo i dati di OpenRouter. I loro strumenti costano meno, sono integrati in piattaforme con centinaia di milioni di utenti (Douyin, CapCut, Doubao), e sono accessibili con meno restrizioni nei mercati del Sud del mondo, dove le piattaforme americane spesso bloccano l’accesso in base all’indirizzo IP.

Per capire dove sta andando il soft power cinese nel campo dell’AI generativa, bisogna guardare al tanto temuto “slop”, che ammetto di frequentare e amare senza vergogna. Come dicevo, nelle ultime settimane i social media di mezzo mondo si sono riempiti di micro-drama generati dall’intelligenza artificiale in cui gatti e cani recitano soap opera con musica piena di pathos, colpi di scena e zoom drammatici sui musi pelosetti. I video vengono dalla Cina, sono in cinese (spesso con sottotitoli) e raggiungono milioni di visualizzazioni anche in paesi dove nessuno parla la lingua, dal Pakistan all’America Latina.

È facile liquidare tutto questo come spazzatura e in effetti buona parte di questa produzione è di scarso valore. Ma non tutta: come accade con i meme, il fenomeno ha la struttura di un gioco creativo collettivo, una forma di sperimentazione diffusa da cui emergono trovate genuinamente inventive, momenti di umorismo, piccoli gioielli narrativi. Canali YouTube dedicati a questo tipo di produzione raccolgono miliardi di visualizzazioni e generano ricavi nell’ordine dei milioni di dollari annui.

Il percorso dal meme al prodotto culturale è più breve di quanto si pensi e infatti talvolta le due cose coincidono. Il cortometraggio AI Huo Qubing, un dramma storico generato con strumenti cinesi, ha raggiunto centinaia di milioni di visualizzazioni in pochi giorni. Il primo film AI che farà il giro del mondo potrebbe venire dalla Cina.

Jia Zhangke, regista vincitore di premi a Cannes e Venezia ha prodotto di recente un cortometraggio interamente con Seedance 2.0, intitolato Jia Zhangke’s Dance.

Il corto merita di essere raccontato, perché manifesta un atteggiamento verso l’intelligenza artificiale che in Occidente è quasi impensabile per un autore del suo livello. Jia Zhangke’s Dance mette in scena due versioni del regista, entrambe generate dall’AI, una con un aspetto dichiaratamente artificiale e l’altra quasi indistinguibile dall’originale. Jia lo ha prodotto,  scritto e supervisionato, ma i due corpi sullo schermo sono sintetici. La sua versione AI gli spiega di avergli tolto le rughe e fatto perdere peso; lui protesta che vuole indietro i chili, perché così sembra goffo. I due discutono, si prendono in giro, visitano insieme le scene dei film che hanno reso Jia uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo.

Il momento rivelatore arriva quando l’AI inserisce nel dialogo una battuta ottimista sul “guardare verso una nuova era”. Jia la rifiuta: i suoi personaggi non hanno mai parlato così. È un gesto di resistenza autoriale dialogico, lontanissimo dal panico che pervade le reazioni occidentali allo stesso strumento. Su Weibo, accompagnando il corto, il regista ha scritto che dal bianco e nero al colore, dal muto al sonoro, dal film al digitale, il cinema è sempre convissuto con la novità tecnologica e che quello che conta è come le persone usano la tecnologia, non la tecnologia in sé. Ha chiuso con una frase che un autore occidentale avrebbe difficoltà anche solo a formulare: “Sono come l’AI, sto ancora imparando.”

Il contrasto con le reazioni dall’altra parte del Pacifico è istruttivo. Nelle stesse settimane in cui Jia sperimentava con Seedance, la SAG-AFTRA ne condannava l’uso, Disney avviava azioni legali, e sulle piattaforme occidentali si moltiplicavano le invettive contro chiunque toccasse lo strumento. Su Letterboxd, sotto la pagina del corto di Jia, un utente scriveva che chiunque usi l’AI per il proprio lavoro dovrebbe essere considerato un ex-filmmaker. L’atteggiamento prevalente, nel mondo culturale occidentale, oscilla tra il rifiuto ideologico e la difesa corporativa; quello di Jia è più pragmatico e, a suo modo, più filosoficamente onesto. Non sacralizza la figura dell’autore al punto da rendere inimmaginabile il dialogo con una macchina, né si lascia sedurre dall’entusiasmo acritico. Gioca con l’ambivalenza, la mette in scena senza risolverla, e rivendica la propria autorialità non contro lo strumento ma attraverso la capacità di usarlo con intenzione.

Il colonialismo culturale americano del Novecento funzionava attraverso grandi narrazioni: i film di Hollywood, la musica pop, le serie televisive costruivano un immaginario condiviso che portava con sé valori, stili di vita e desideri. Era un soft power che operava dall’alto, attraverso prodotti culturali costosi e tecnicamente sofisticati.

Il modello cinese emergente è diverso. La Cina sta costruendo l’infrastruttura attraverso cui il mondo intero produrrà i propri contenuti visivi e di conseguenza è la prima ad utilizzarlo. I precedenti esistono già; TikTok ha ridefinito il linguaggio audiovisivo globale, imponendo formati ed estetiche che ora sono lo standard anche sulle piattaforme concorrenti. Il passaggio dalla curiosità tecnologica all’egemonia culturale può avvenire senza che nessuno se ne accorga, semplicemente perché lo strumento più comodo e potente è anche quello che plasma le abitudini creative di una generazione.

L’Occidente si trova nella posizione di chi protegge il fortino mentre il terreno intorno si sgretola. Le cause legali di Disney e della MPA contro ByteDance sono comprensibili dal punto di vista della tutela degli asset, ma l’effetto è quello di rallentare l’accesso dei creatori occidentali agli strumenti più avanzati, mentre i creatori cinesi continuano a usarli senza ostacoli. Ogni mese di ritardo nel lancio internazionale di Seedance 2.0 è un mese in cui l’ecosistema creativo cinese accumula esperienza e produce contenuti che, seppur ancora in misura poco vistosa, definiscono nuove convenzioni estetiche.

Anche la pretesa di una netta distinzione tra censura cinese e libertà occidentale si fa sempre meno sostenibile. I modelli americani applicano filtri sempre più restrittivi sulla generazione di volti reali, sulla rappresentazione della violenza, su contenuti anche lontanamente controversi. I filtri di sicurezza dei modelli occidentali, concepiti per ragioni in parte legittime, hanno l’effetto collaterale di rendere gli strumenti meno flessibili, potenti e interessanti per chi vuole sperimentare. I modelli cinesi, per converso, hanno filtri politici molto netti ma sono più permissivi in altro. Il risultato è che per un creatore indipendente che vuole produrre un video AI che non parla di politica cinese,  l’ecosistema orientale è già oggi la scelta più efficace.

Nessuno può prevedere con certezza come si svilupperà questa dinamica. È possibile che l’industria americana trovi un compromesso, che le piattaforme cinesi accettino restrizioni per entrare nei mercati occidentali, che i modelli di Google o di altri colmino il divario tecnico. Ma la direzione è chiara: la Cina lavora sulla produzione con AI con un’intensità e una coerenza che l’Occidente non riesce a eguagliare, diviso tra interessi corporativi, timori legali e dibattiti etici.

Un secolo fa il cinema americano conquistò il mondo. I film di Hollywood portavano con sé valori, narrazioni ed estetiche che divennero universali; oggi gli strumenti cinesi di generazione video potrebbero invertire questo flusso. Mentre Hollywood fa causa a ByteDance per proteggere Spider-Man, i gattini cinesi ci conquistano un meme alla volta.

Francesco D’Isa