Se tra uno scroll apatico e l’altro vi è capitato di imbattervi in un’albicocca disperata per aver appena scoperto il tradimento del marito – un ananas palestrato – con una fragola provocante, non chiamate il neurologo. Siete semplicemente finiti nel tunnel del “fruit drama”, l’ultimo, surreale baluardo di quella che i sociologi digitali definiscono ormai senza mezzi termini brainrot. Si tratta di brevi soap opera generate integralmente dall’intelligenza artificiale dove frutti antropomorfi recitano copioni degni delle peggiori produzioni televisive di serie B. Eppure, dietro il pianto digitale di un mirtillo, si nasconde una stratificazione di significati che merita di essere sviscerata perché ci dice della nostra epoca molto più di quanto vorremmo ammettere.
Tecnicamente, questi contenuti rappresentano l’apice dell’AI slop, cioè quel materiale di scarto generativo che satura i nostri feed per catturare l’attenzione residua di utenti ormai ipnotizzati da algoritmi che premiano la quantità sulla qualità. Molti di questi video sono figli di modelli generativi ultra-avanzati come Sora. Ma proprio in questi giorni, con un tempismo che rasenta l’ironia tragica, è arrivata la notizia della chiusura della piattaforma di proprietà di OpenAI, che avrebbe deciso di deviare le sue risorse su strumenti più redditizi come il coding e i servizi aziendali, a causa degli insostenibili costi energetici necessari per mantenere in vita il giocattolo.
Questa estetica del brainrot non è però innocua: agisce come un solvente che scioglie la complessità del reale in una melassa di pixel priva di conseguenze morali.

La violenza di genere, il razzismo o il tradimento diventano così improvvisamente accettabili, persino divertenti, perché a subirli è una fragola in CGI con gli occhi grandi e acquosi. Eppure, questo fenomeno nasconde un altro lato della medaglia, che è quello che più dovrebbe far tremare i sacerdoti della Silicon Valley e i loro sogni di gloria. Mentre figure come Jeff Bezos o Elon Musk investono miliardi per automatizzare il lavoro manifatturiero e aumentare la produttività grazie all’IA, la massa degli utenti usa questi strumenti per l’esatto opposto: il nonsense non remunerativo.
Il capitale spinge l’intelligenza artificiale verso l’estrazione di valore, l’efficienza burocratica e la sostituzione della forza lavoro umana con algoritmi docili e instancabili. La risposta delle nuove generazioni, consciamente o meno, è una forma di resistenza ludica e caotica. Creare o consumare un fruit drama non serve a fare carriera, non fattura, non ottimizza alcun processo aziendale e non arricchisce il curriculum. È un atto di evasione pura in un mondo che ci vorrebbe costantemente connessi, pronti a performare e a generare dati utili per nutrire la macchina. Forse, il giovane utente che passa ore a guardare una mela che divorzia non è solo una vittima della regressione infantile, ma sta attuando un sabotaggio inconscio. Sta usando una tecnologia da trilioni di dollari per produrre qualcosa di assolutamente privo di valore di mercato, un rifiuto digitale che non può essere trasformato in profitto diretto.
Non si può ignorare l’insoddisfazione profonda che proviene da queste animazioni grottesche. In un sistema economico sempre più oppressivo, dove la precarietà è diventata l’unica certezza e l’orizzonte futuro appare come un deserto automatizzato, il ricorso all’assurdo diventa l’unica valvola di sfogo accessibile a costo zero. Il fruit drama ci dice che gli utenti, specialmente i più giovani, sono stanchi di un’IA che vuole essere il loro assistente personale, il loro tutor o il loro sostituto sul posto di lavoro. Preferiscono che sia un giullare digitale, un creatore di sogni acidi e deformi che riflette la frammentazione della loro stessa realtà sociale. Siamo di fronte a una rivolta silenziosa contro il realismo capitalista: se la realtà viene controllata dall’alto e ogni nostra interazione deve essere monetizzata, l’unica via di fuga rimasta è rifugiarsi nell’irrazionalità.
In questo senso, il fruit drama, più che la dimostrazione del pericoloso abbassamento della nostra soglia di attenzione, è la prova che, nonostante gli sforzi del sistema per renderci ingranaggi perfetti di una macchina produttiva globale, la nostra voglia di non prenderci sul serio e di scherzare con le nostre paure resta l’ultimo baluardo di umanità.
In un mondo che corre verso l’automazione e l’appiattimento totale, ridere di un limone disperato potrebbe essere l’unica cosa che ancora distingue noi, esseri umani, da una macchina.
Alessandro Mancini