A sentire i critici, tutti odiano le intelligenze artificiali, nessuno le usa e scrivono solo bufale. A sentire gli entusiasti, sono una rivoluzione nel mondo del lavoro, le utilizzano tutti e chi le rifiuta sarà tagliato fuori. Chi ha ragione? Per capirci qualcosa, seppur in modo sommario, è necessario uscire dalla comfort zone della propria bolla per esplorare i dati disponibili.
L’ho fatto, e ovviamente hanno torto entrambi i poli, ma andiamo con ordine. La maggior parte dei sondaggi più attendibili conferma l’ovvio, ovvero che l’intelligenza artificiale ha oltrepassato da tempo la fase della novità per diventare uno strumento abituale per milioni di persone. Il 38% della popolazione mondiale le usa intenzionalmente su base settimanale e una quota rilevante, pari al 21%, ne fa un uso intenzionale quotidiano (KPMG & University of Melbourne, Trust, attitudes and use of artificial intelligence: A global study 2025, 2025).
Quanto al lavoro, nel 2022, il 54% dei dipendenti dichiarava di usarle, mentre nel 2024 la quota è salita al 67%. L’aumento maggiore è stato registrato in paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Australia, dove l’uso è passato da una media del 34-37% nel 2022 al 58-66% nel 2024. Secondo i dipendenti intervistati da KPMG e l’Università di Melbourne, l’uso dell’IA nelle aziende è balzato dal 34% (2022) al 71% (2024). Il rapporto Stanford HAI 2025 conferma questa tendenza, segnalando che il numero di aziende che utilizzano l’IA è passato dal 55% nel 2023 al 78% nel 2024.

La diffusione non è omogenea, ma zigzaga lungo le fratture generazionali e professionali che in parte già caratterizzavano il mondo digitale. Gli studenti rappresentano l’ovvia avanguardia di questo processo, con tassi di adozione attorno all’83% che evidenziano come per le nuove generazioni l’interazione con l’IA sia già un dato acquisito. Nel mondo del lavoro la penetrazione è massiccia, sebbene si accompagni a dinamiche più complesse: circa il 78% delle aziende dichiara di aver adottato soluzioni basate sull’IA nel 2024 (rispetto al 55% del 2023), mentre il 58% dei lavoratori la utilizza quotidianamente per ottimizzare il proprio carico di lavoro.
Accanto alla sempre maggiore diffusione c’è la tendenza a occultarne l’impiego; un fenomeno che alcuni definiscono Shadow AI. Sebbene la tecnologia sia onnipresente, una quota significativa di lavoratori preferisce agire in segreto; si stima infatti che il 57% dei dipendenti ammetta di nascondere sistematicamente l’uso di tali strumenti ai propri datori di lavoro (KPMG & University of Melbourne, Trust, attitudes and use of artificial intelligence: A global study 2025, 2025). Questa reticenza non è distribuita uniformemente tra i comparti economici, ma trova una manifestazione estrema nei lavori intellettuali, dove ben il 75% confessa di avvalersi del supporto algoritmico senza dirlo (GPTZero/Microsoft). Se vi sembra che nessuno dei vostri amici e colleghi usi le AI, insomma, è probabile che vi stiano mentendo.
Le ragioni di tale comportamento risiedono nello stigma verso questi strumenti come anche l’assenza di protocolli aziendali chiari, che lascia il lavoratore nell’incertezza normativa. Il silenzio non è solo un espediente per preservare la paternità intellettuale dei risultati agli occhi dei critici, ma rappresenta un adattamento ad ambienti professionali che non hanno metabolizzato il cambiamento. Questa prassi è un problema per la sicurezza; quasi la metà degli utenti (48%) dichiara di aver caricato dati aziendali sensibili su piattaforme pubbliche, esponendo le organizzazioni a vulnerabilità che rimangono invisibili proprio a causa della mancata dichiarazione d’uso dello strumento (KPMG & University of Melbourne, Trust, attitudes and use of artificial intelligence: A global study 2025, 2025).
Al netto della crescita nell’utilizzo, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti dell’intelligenza artificiale si delinea come un florilegio di sentimenti contrastanti, dove il riconoscimento dell’utilità pratica non riesce a lenire una sempre più radicata inquietudine. Sebbene una lieve maggioranza dei cittadini globali (55%) ritenga che i benefici derivanti da questi prodotti e servizi superino gli svantaggi, l’accettazione pragmatica convive con un disagio emotivo che tende ad acuirsi. Una quota compresa tra il cinquantadue e il cinquantaquattro per cento degli individui dichiara infatti che l’interazione con le tecnologie basate sull’IA genera nervosismo; si tratta di un dato significativo che ha subito un incremento di ben tredici punti percentuali nell’ultimo biennio, riflettendo una crescente apprensione per la velocità del mutamento in atto.
Al centro di questa tensione risiede la profonda sfiducia verso chi detiene il controllo tecnologico. La fiducia nella capacità delle aziende tech di proteggere i dati personali degli utenti è in costante erosione, attestandosi attualmente al 47% a livello globale; parallelamente, si osserva un calo nella percezione di imparzialità dei sistemi, con un numero sempre minore di persone convinte che gli algoritmi siano esenti da pregiudizi o discriminazioni strutturali. Pare che gli utenti siano meno ingenui di come vengono dipinti, tutto sommato.
Pew Research si distingue dalle altre fonti per il modo in cui misura la ricezione dell’IA, chiedendo agli intervistati di bilanciare direttamente preoccupazione ed entusiasmo invece di valutarli come sentimenti separati. A livello globale, i dati mostrano che la preoccupazione (34%) supera nettamente l’entusiasmo (16%), sebbene la maggioranza relativa della popolazione (42%) si trovi in uno stato di ambivalenza, dichiarandosi ugualmente preoccupata ed entusiasta. Come sempre, il modo in cui si raccolgono i dati implica un mutamento attivo del risultato: mentre il sondaggio binario costringe a una posizione più netta, con questo i pareri si sfumano. Nel sondaggio precedente, ad esempio, io avrei votato “più pregi che difetti”, ma qua mi sarei dichiarato “ugualmente preoccupato ed entusiasta”.
Le preoccupazioni si estendono inevitabilmente alla sfera socio-economica, dove il timore della sostituzione professionale rimane una costante del dibattito collettivo, sebbene con sfumature diverse rispetto al passato. Il 60% dei lavoratori prevede che l’intelligenza artificiale trasformerà radicalmente le modalità di svolgimento delle proprie mansioni nei prossimi cinque anni; cionondimeno, solo il 36% degli intervistati teme effettivamente di essere rimpiazzato in toto dalla macchina. Tale dato indica una consapevolezza diffusa riguardo alla necessità di un’evoluzione delle competenze umane, pur in un clima di incertezza riguardo alla stabilità dei mercati occupazionali e alla distribuzione della ricchezza prodotta dall’automazione.

Un altro dato molto interessante riguarda le asimmetrie geografiche nella ricezione dell’intelligenza artificiale, che tracciano una mappa del mondo profondamente polarizzata, dove le diverse eredità culturali e prospettive di crescita economica cambiano enormemente gli approcci al mezzo. Le nazioni asiatiche si configurano come i principali motori di un entusiasmo globale che vede nell’innovazione tecnologica un formidabile strumento di emancipazione collettiva; in Cina, l’83% della popolazione percepisce nell’IA una prevalenza di benefici rispetto ai rischi, dato che trova riscontro anche in Indonesia e Thailandia, dove il consenso si attesta rispettivamente all’80% e al 77%( Stanford HAI, The 2025 AI Index Report: Public Opinion, 2025). In questi contesti, la tecnologia viene vissuta come un ascensore sociale ed economico, capace di scardinare vecchie gerarchie; parallelamente, le filosofie collettiviste e una visione meno antropocentrica della realtà sembrano attenuare quella barriera ontologica tra l’individuo e la macchina che preoccupa maggiormente il pensiero occidentale.
Al polo opposto, il blocco occidentale — comprendente il Nord America, l’Europa e l’Oceania — manifesta una resistenza culturale che affonda le radici nella tutela della privacy e dell’autonomia individuale. Negli Stati Uniti, nonostante il Paese sia la culla delle maggiori multinazionali del settore, solo il 39% dei cittadini guarda con ottimismo al bilancio tra vantaggi e pericoli; percentuali analoghe si riscontrano in Canada, fermo al 40%, e nei Paesi Bassi, dove la fiducia scende al 36% (Stanford HAI, The 2025 AI Index Report: Public Opinion, 2025). Queste tecnologie nascono in Occidente, ma l’Oriente è più pronto ad accoglierle.
Anche in Occidente però si osserva un fenomeno di graduale crescita di fiducia, persino nelle nazioni che inizialmente si erano mostrate più diffidenti; tra il 2022 e il 2024, la fiducia è cresciuta di dieci punti in Germania e in Francia, mentre nel Regno Unito e in Canada l’aumento è stato dell’8% (Stanford HAI, The 2025 AI Index Report: Public Opinion, 2025). Questo trend suggerisce che il contatto prolungato con la tecnologia stia trasformando l’ansia dell’ignoto in un pragmatismo consapevole; laddove l’esperienza d’uso quotidiana dimostra l’utilità dello strumento, anche le popolazioni più caute iniziano a riconoscerne le potenzialità, pur mantenendo un livello di allerta necessario a garantire una vigilanza etica sul futuro del digitale (Stanford HAI, The 2025 AI Index Report: Public Opinion, 2025).
Nessun parere estremo è giusto dunque, come spesso accade; ma è ormai pacifico che queste tecnologie fanno già parte della vita di miliardi di persone.
Bibliografia
Capstick, Emily. «Chapter 8: Public Opinion». In The AI Index 2025 Annual Report, a cura di Nestor Maslej et al. Stanford, CA: AI Index Steering Committee, Institute for Human-Centered AI, Stanford University, 2025.
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Gillespie, Nicole, Steve Lockey, Tabi Ward, Alexandria Macdade, e Gerard Hassed. Trust, Attitudes and Use of Artificial Intelligence: A Global Study 2025. Melbourne: The University of Melbourne e KPMG, 2025. https://doi.org/10.26188/28822919.
Ipsos. Global Views on AI 2024: Ipsos AI Monitor. Parigi: Ipsos, maggio 2024.
Ipsos New Zealand. Ipsos New Zealand AI Monitor 2024. Auckland: Ipsos New Zealand, giugno 2024.
Maslej, Nestor, Loredana Fattorini, Raymond Perrault, Yolanda Gil, Vanessa Parli, Njenga Kariuki, Emily Capstick, Anka Reuel, Erik Brynjolfsson, John Etchemendy, Katrina Ligett, Terah Lyons, James Manyika, Juan Carlos Niebles, Yoav Shoham, Russell Wald, Toby Walsh, Armin Hamrah, Lapo Santarlasci, Julia Betts Lotufo, Alexandra Rome, Andrew Shi, e Sukrut Oak. The AI Index 2025 Annual Report. Stanford, CA: AI Index Steering Committee, Institute for Human-Centered AI, Stanford University, aprile 2025.https://doi.org/10.48550/arXiv.2504.07139.
Poushter, Jacob, Moira Fagan, e Manolo Corichi. How People Around the World View AI. Washington, D.C.: Pew Research Center, 15 ottobre 2025.
Francesco D’Isa