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Il rapper IA che fa propaganda per l’estrema destra

Il rapper IA che fa propaganda per l’estrema destra

Esistono rapper che non esistono. E questa, ormai, non è più una novità.
Con le intelligenze artificiali ciò che fino a poco tempo fa appariva come totalmente improbabile è diventato perfettamente ordinario, al punto che anche figure del tutto costruite diventano argomento di accesi dibattiti su web e media tradizionali. 

È in questo scenario che si inserisce Danny Bones, rapper britannico attivo online già da alcuni mesi e finito di recente al centro dell’attenzione mediatica in seguito a un’inchiesta del The Bureau of Investigative Journalism. I suoi contenuti, diffusi su diverse piattaforme e capaci di raccogliere milioni di visualizzazioni, ruotano attorno a temi come immigrazione, identità nazionale e declino del Regno Unito, con testi che evocano deportazioni e difesa culturale in chiave apertamente nazionalista.

Bones si presenta attraverso un’estetica riconoscibile, fatta di riferimenti alla working class britannica, testa rasata e immaginario skinhead. Le sue canzoni (poche finora) si appoggiano a basi musicali riconducibili al genere della UK drill, mentre il contenuto dei testi insiste su posizioni anti-immigrazione e su una retorica identitaria esplicita. Ultimo, ma non ultimo, Danny Bones è belloccio.

Il punto decisivo riguarda però la sua stessa esistenza. Danny Bones non è una persona reale, ma un’entità generata artificialmente e gestita da un collettivo anonimo noto come The Node Project, impegnato nella produzione di contenuti progettati per circolare in modo efficace all’interno delle piattaforme digitali.
Che non esistesse si poteva intuire facilmente guardando uno dei suoi video, in particolar modo quello del brano “SHUT UP” che ha una qualità visibilmente posticcia, degna di un fruit drama o di un video di gatti antropomorfi su TikTok.

L’analisi del The Bureau of Investigative Journalism non si è limitata a rivelare ciò che già era intuitivo, ma si è spinta oltre. L’inchiesta ha messo in luce come il collettivo dietro Danny Bones, il The Node Project, sia stato ingaggiato dal partito britannico di estrema destra Advance UK per produrre contenuti di campagna elettorale, tra cui il video principale utilizzato durante una recente elezione suppletiva a Manchester in cui troviamo elementi di continuità col repertorio musicale di Danny Bones.
Al di là del dato politico, ciò che rende il caso interessante è però la sua costruzione musicale. Ci troviamo di fronte a una delle prime operazioni in cui un artista interamente generato artificialmente viene utilizzato come vettore di comunicazione per una campagna politica di estrema destra, con un impianto narrativo che richiama esplicitamente una visione cospirativa dell’immigrazione, intesa come minaccia sistemica all’integrità nazionale voluta dall’alto.

In questo senso, Danny Bones non è soltanto un contenitore di contenuti ideologici, ma un oggetto progettato precipuamente per funzionare a livello virale in ogni suo aspetto. L’aspetto musicale non fa certo eccezione, e infatti la scelta della UK drill più che accessoria sembra proprio strutturale.

Per fornire un po’ di contesto: la UK drill si sviluppa a partire dal drill di Chicago, rielaborato nel contesto britannico e intrecciato con il rap locale. Dal punto di vista sonoro si caratterizza per ritmiche serrate, pattern sincopati, uso marcato di 808 profondi e linee melodiche minimali, spesso cupe, su cui si innestano flow spezzati e quasi parlati. È una musica costruita sulla tensione e sull’essenzialità, e risulta immediatamente riconoscibile anche all’ascoltatore meno esperto.

Ma è soprattutto il suo statuto culturale a renderla significativa. La UK drill è una musica diasporica, cioè radicata nelle comunità di origine migrante che abitano le grandi città britanniche, e nasce come forma di espressione legata a condizioni materiali e sociali specifiche. Proprio per questo, negli ultimi anni è diventata uno dei linguaggi più diffusi tra le generazioni più giovani anche al di fuori dei contesti originari, oltre ad essere un genere controverso per le caratteristiche che la fanno spesso assomigliare al gangsta rap, vedasi l’esaltazione della criminalità e della violenza.

L’utilizzo di questo specifico codice culturale permette quindi una doppia operazione. Da un lato consente ai contenuti di Danny Bones di inserirsi in un flusso musicale già legittimato e altamente consumato, raggiungendo un pubblico più giovane che difficilmente verrebbe intercettato da forme così esplicite di comunicazione politica. Dall’altro, produce una frizione evidente per chi riconosce la genealogia di questo linguaggio.

Questa tensione non sembra essere un effetto collaterale, ma parte integrante del dispositivo. Nei commenti ai video, spesso popolati da account difficilmente distinguibili tra utenti reali e bot, emergono osservazioni che vanno esattamente in questa direzione. “Lo sapete che questo genere è stato inventato dai neri, vero?”, scrive qualcuno. È un tipo di reazione che più che contraddire il progetto in sé pare alimentarlo, dal momento che aumenta l’interazione col contenuto e contribuisce alla sua circolazione tramite gli algoritmi delle piattaforme. 

Il sospetto è che anche questo livello di ricezione sia stato, se non previsto nei dettagli, almeno anticipato nella logica generale di costruzione dei contenuti. Così la musica è il supporto del messaggio ma è anche uno degli elementi attraverso cui questo messaggio viene ottimizzato per esistere all’interno delle piattaforme.

Ma allora la verità è finita per sempre? Non tutto è perduto.
Questi utilizzi dell’AI si tende spesso a leggerli in chiave apertamente pessimistica, soprattutto quando si tratta di comunicazione politica.
Il caso Danny Bones, però, offre anche un’indicazione utile su come il pubblico stia iniziando a reagire a questo tipo di contenuti.
A fronte di un’ampia copertura mediatica internazionale i numeri della sua presenza online restano relativamente contenuti. Al momento in cui scriviamo, aprile 2026, il suo profilo Instagram si attesta intorno agli undicimila follower, mentre i video pubblicati raccolgono nella maggior parte dei casi poche migliaia di visualizzazioni. Anche lo spazio dei commenti, tanto su YouTube quanto su Instagram, appare spesso popolato da interazioni difficilmente distinguibili tra reali e automatizzate. Sembrano in gran parte bot, per intendersi.

Ne emerge una discrepanza evidente tra la viralità del caso e l’effettiva capacità di costruire un seguito stabile. È un dato che invita a ridimensionare almeno in parte l’idea di una totale permeabilità del pubblico. Nonostante l’uso di un linguaggio musicale riconoscibile come la UK drill, l’operazione sembra faticare a produrre un’adesione reale, come se venisse percepita per ciò che è: puro e semplice slop.

In questo senso, prima ancora che sul piano politico, Danny Bones sembra scontrarsi con una soglia di riconoscibilità estetica. Gran parte del pubblico, per ora, non ci casca.

Pierluigi Fantozzi