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Khaby Lame si clona con l’IA

Khaby Lame si clona con l’IA

Khaby Lame è l’influencer che ha trasformato il gesto più semplice – aprire le mani come a dire “è ovvio, no?” – in un linguaggio globale, diventando il creator più seguito su TikTok. Oggi, la mimica che lo ha reso celebre rischia di diventare un asset industriale replicabile. Secondo varie fonti, l’influencer avrebbe venduto la società legata al suo business, Step Distinctive Limited, per una cifra vicina al miliardo di dollari (975 milioni), in un accordo che includerebbe la creazione di un gemello digitale alimentato da intelligenza artificiale. 

L’elemento davvero dirompente di questa mossa non è il valore economico, ma il cambio di paradigma: non si monetizza solo l’immagine, si automatizza la presenza. Un “digital twin”, in questo contesto, non è più un avatar “fantasy”, ma una copia operativa che può produrre contenuti, adattarsi a lingue e formati, presidiare canali e stringere partnership senza vincoli di tempo o fisici.

L’industria dell’intrattenimento conosce già questa traiettoria: la differenza è che ora scende dal cinema alla creator economy, con una velocità e una permeabilità superiori. Già nel 2022 James Earl Jones ha autorizzato l’uso di registrazioni d’archivio per ricreare con l’AI la voce di Darth Vader nella serie Obi-Wan Kenobi, con il supporto di Skywalker Sound e della società Respeecher. 

Il punto – come sempre – non è demonizzare la tecnologia: in molti casi l’uso è consensuale e perfino narrativamente sensato. Il problema è capire cosa accade quando l’identità diventa un prodotto che “lavora” al posto tuo e, soprattutto, quando può farlo anche dopo che tu hai cambiato idea. Se il gemello digitale è progettato per massimizzare attenzione e conversioni, tenderà infatti a irrigidire stile e personalità in una formula, premiando ciò che performa meglio e penalizzando l’evoluzione dell’autore.

Immagine via Google Creative Commons.

Non a caso, a Hollywood la discussione si è spostata sul terreno contrattuale. SAG-AFTRA ha pubblicato linee guida e materiali informativi che insistono su consenso informato e compenso quando viene creato un “digital replica” di un performer, inclusi casi di scansione e utilizzo successivo.

Queste tutele raccontano una realtà: la copia digitale non è un semplice effetto speciale, ma un sostituto potenziale del lavoro umano. E la creator economy, che vive di presenza continua, è un terreno ancora più esposto: un clone può produrre “come te” senza i tuoi tempi, i tuoi limiti, le tue scelte. Da qui discendono dilemmi concreti: chi risponde se il gemello associa il volto di Lame a messaggi, brand o cause che l’originale non avrebbe sostenuto? Chi può spegnerlo? E con quali condizioni economiche?

Sul piano regolatorio, l’Europa sta provando a ridurre l’ambiguità imponendo obblighi di trasparenza: l’AI Act prevede, tra le altre cose, che i contenuti sintetici (deepfake inclusi) siano indicati come tali e che in certi casi gli utenti siano informati quando interagiscono con un sistema di IA.  Parallelamente, la Commissione UE ha lavorato a un codice di condotta su marking ed etichettatura dei contenuti generati o manipolati dall’IA, proprio per rendere riconoscibile ciò che “somiglia al vero” ma non lo è.  Il problema è che il gemello digitale di una celebrità non si presenta necessariamente come “falso”: può essere venduto come estensione legittima del brand, e dunque scivolare nella zona grigia dove l’utente non è ingannato in senso stretto, ma neppure messo davvero in condizione di distinguere.  

Il caso Khaby Lame arriva quindi nel momento in cui l’identità digitale è contesa tra tre forze: le piattaforme che vogliono automatizzarla, i brand che vogliono scalarla, le istituzioni che provano a inseguirla. Se la persona diventa un’infrastruttura, la domanda per tutti, creator, artisti, performer, è quanto di sé si può concedere a un sistema che non dorme mai, e se l’onnipresenza valga il prezzo di perdere il controllo sul proprio “io” pubblico?

Alessandro Mancini