Parto dalla conclusione, così se ti irrita puoi risparmiarti il resto: con cosa scrivo sono affari miei. Posso usare la stilografica del nonno, una macchina da scrivere, Word con il correttore automatico, un editor pagato a cartella che mi riscrive mezzo capitolo, oppure un modello linguistico che mi propone venti varianti di un paragrafo di cui salvo tre righe. Posso aver letto mille libri e aver ricavato da essi stile e idee, oppure non aver letto un rigo. Posso prendere una trama da una storia sentita al bar o farmela suggerire da un sogno; posso parlare di fatti autobiografici reali o inventarli di sana pianta e dire che sono veri. Chi legge ha tutto il diritto di giudicare quello che trova sulla pagina e di smettere se non gli piace. Il resto però sono affari miei e se proprio ci tieni a scoprire la verità, sappi che questa sarà sempre oltre il tuo sguardo: non avrai mai alcuna certezza. La scrittura cela chi scrive in mille modi e non è mai, mai e ripeto mai figlia di una sola penna, neanche se rinchiudi chi scrive in una cella di isolamento.
Ora, la polemichetta. Il 21 settembre Thélyson Orélien, poeta e scrittore canadese di origine haitiana, ha vinto il Prix du roman Fnac con il suo romanzo, C’était ça ou mourir, che in un mese aveva venduto circa trentacinquemila copie. Poche ore dopo un account anonimo su X, «Balance ton Claude», che contava novantadue follower, lo ha accusato di aver scritto il libro «quasi interamente» con un’intelligenza artificiale, sulla base dei responsi di un software di rilevamento chiamato Pangram. Dietro l’account, si è scoperto in seguito, c’era anche Samuel Fitoussi, editorialista di destra del Figaro, che il post lo aveva rilanciato subito dal suo profilo personale. Le Monde ha passato a Pangram più di metà del romanzo e ha ottenuto oltre il 95% di testo classificato come generato; France 24 lo ha analizzato per intero, con un risultato del 92%. Nel frattempo sono emersi articoli pubblicati da Orélien fra il 2012 e il 2014 e copiati in parte da altri autori. Oh no, COPIATI! Merita il patibolo! Così reclama la folla.
Un attimo però, seguiamo la ricostruzione di Alberto Puliafito su internazionale: “Non sappiamo in che condizioni lavorative abbia scritto l’autore nel 2012 e dovremmo chiederci cosa accadrebbe se passassimo al setaccio tutta la produzione giornalistica quotidiana di tutto il mondo. Probabilmente scopriremmo che la gran parte di quel che viene prodotto è rimaneggiata: questa pratica ha anche un nome in inglese, churnalism. Uno studio britannico del 2008, per esempio, aveva scoperto che circa l’80 per cento dei contenuti giornalistici nel Regno Unito non era originale e che le storie frutto di reporting originale erano solo il 12 per cento”. Perché non mettere alla gogna il sistema di sfruttamento dietro al giornalismo, invece che l’80% dei giornalisti che copiano?
Tornando a Orélien, il 25 settembre l’Académie Goncourt ha escluso il libro dalla selezione per «preservare l’integrità» del premio. Sappiamo la verità? No, e non dovrebbe interessarci. Se vuoi la mia, credo che Orélien abbia usato un modello linguistico. Resta però la domanda che mi interessa di più: perché ha mentito? E la risposta riguarda più te che lui.
Facciamo un po’ di chiarezza sulla genesi del processo. Alberto Puliafito ricorda che l’AFP ha sottoposto i passaggi segnalati su X ad altri otto rilevatori, con esiti che vanno da «molto probabilmente scritto da un essere umano» al cento per cento di probabilità artificiale, passando per quasi ogni cifra intermedia; con risultati simili, osserva, ognuno crede a quello che vuole – sebbene, va detto, Pangram vanti un’efficacia maggiore. Peccato sia a pagamento, perché potresti avere piacevoli sorprese usandolo sui testi di chi si sgola contro l’AI. Io l’ho fatto, ottenendo per alcune persone risultati fra il 40% e il 100%. Ipocrisia o strumento difettoso? A te l’ardua sentenza. Puliafito cita inoltre uno studio del 2025 in cui Shoumik Saha e Soheil Feizi, dell’Università del Maryland, hanno mostrato che basta una revisione leggera fatta con un modello linguistico perché un testo umano venga preso per artificiale e che nessuno dei dodici rilevatori esaminati distingue bene un ritocco da una riscrittura. Pangram assicura di essere migliorato da allora, e nel caso di Orélien le verifiche incrociate rendono il suo responso credibile. Prendiamo comunque per buono il tasso d’errore che dichiara l’azienda, un falso positivo ogni ventiquattromila testi: Puliafito fa il conto e ne ricava una quarantina di persone accusate ingiustamente per ogni milione di testi controllati. Moltiplica quel milione per quanto si scrive ogni giorno in un paese qualsiasi e avrai un’idea della Gestapo della scrittura che molti auspicano.

Se dai per scontato che se un libro è scritto con l’intelligenza artificiale abbia fatto tutto la macchina, sappi che ti sbagli. È il contrario, e se Orélien ha davvero scritto un buon romanzo con un modello linguistico è riuscito in un’impresa notevole. Il libro ha vinto il Prix du roman Fnac, assegnato a partire dalle scelte di quattrocento librai e quattrocento lettori, è entrato nelle prime selezioni del Goncourt, del Renaudot, del Femina e del Médicis, ed è stato venduto a editori di una ventina di paesi. Chi parla di assenza di lavoro evidentemente non ci ha mai provato. Luciano Floridi ha dato un nome a questa pratica, distant writing, sul calco del distant reading di Franco Moretti; l’autore progetta il libro senza scrivere materialmente ogni frase, fissa i vincoli, sceglie fra le varianti, corregge la rotta, e la creatività si sposta dalla stesura all’architettura. Non è facile scrivere trecento pagine di narrativa con uno strumento che a ogni riga tende a scivolare verso il centro statistico: viene quasi sempre una schifezza. Per quella che è la mia esperienza, scrivere un testo letterario (con la saggistica è diverso) è la cosa più difficile da fare con una AI, e infatti non è una pratica molto frequente. Usarle come editor invece è molto semplice, molto utile e di conseguenza diffusissimo.
Luca Sofri ha notato sul suo blog un paradosso interessante. Per anni ci è stato ripetuto che nessuna intelligenza artificiale saprà mai raggiungere la qualità del talento umano, soprattutto nelle arti e nelle creatività; adesso che un libro accolto da editori, critici e giurie come «un gran bel libro» si scopre forse scritto con una macchina, il merito passa di colpo tutto al software. Prima l’AI non sapeva fare niente di bello, ora fa tutto da sola. Se la macchina da sola non sa scrivere niente di bello, a quel libro qualcuno ha lavorato a lungo e il merito è suo; se invece sa scriverlo, bisogna abbandonare l’idea che le AI non possano fare prodotti artistici. La mia risposta – almeno per ora – è la prima. Lo so per esperienza.
Ma prendiamo sul serio l’accusa: l’onere della prova spetta a chi la fa. Credi che sia facile? Che abbia fatto tutto il computer? È un’accusa grave: stai delegittimando il lavoro altrui. Provalo: prendi un abbonamento, che costa più o meno quanto due pizze al mese, usa il modello che vuoi e fatti scrivere con un prompt o due un romanzo capace di vincere il Prix Fnac, o anche soltanto questo articolo. Senza il mio testo davanti, s’intende, senza i miei appunti, le mie letture e le mie idee. Se per ottenere qualcosa di simile devi prima dare in pasto alla macchina quello che ho scritto io, hai già dimostrato il contrario di quello che sostieni. Se funzionasse come credi, del resto, le case editrici sarebbero sommerse di capolavori e non della solita spazzatura, umana e umana+AI. I modelli sono gli stessi per tutti, eppure gli esiti si distribuiscono come per qualunque altra tecnica, con una massa enorme di roba mediocre e una frangia esigua di cose riuscite – è quel che è accaduto alla fotografia quando è arrivata sui nostri telefoni. A fare la differenza è chi usa lo strumento e come. Se pensi il contrario, hai a disposizione un esperimento quasi gratuito per dimostrarlo e mi chiedo come mai nessuno abbia mai raccolto la mia sfida.
Anche ammesso che la macchina faccia tutto, cosa che, ripeto, è estremamente improbabile, resterebbe poi da spiegare che cosa cambierebbe davvero per te che leggi. Trentacinquemila persone hanno letto quel romanzo in un mese, e alcune si sono commosse. Amélie Nothomb ne ha parlato come di «un livre prodigieux, un tour de force»; Robert Ménard, sindaco di Béziers, che con l’accoglienza dei migranti ha un rapporto notoriamente freddo, ha detto che da anni un libro non lo sconvolgeva così, al punto da fargli cambiare sguardo sui migranti stessi. Quelle emozioni sono accadute. Scoprire come è nato il testo può cambiare il giudizio successivo e lascia intatto quel che la lettura ha già prodotto. Calvino lo aveva intuito nel 1967, in Cibernetica e fantasmi, dove immaginava una macchina capace di sfornare tutte le permutazioni di un materiale dato e osservava che il senso sarebbe nato comunque dall’incontro fra una di quelle combinazioni e una coscienza umana, con la sua storia e il suo inconscio. Il corpo in gioco in un romanzo, a pensarci bene, è anzitutto quello di chi legge.
C’è poi un’ipocrisia quasi comica. Quando un sistema della stessa famiglia aiuta a prevedere come si ripiega una proteina, applaudi il risultato e non chiedi al laboratorio certificati di purezza; quando tocca un romanzo, scatta la scomunica. Nelle scienze giudichi l’esito, nelle arti pretendi il pedigree. La purezza che chiedi, del resto, la letteratura non l’ha mai conosciuta. Nel 1592 un libello attribuito a Robert Greene metteva in guardia i drammaturghi da un «corvo arricchito, abbellito con le nostre piume», e il corvo era con ogni probabilità Shakespeare, che le piume le prendeva davvero dove le trovava: la trama di Romeo e Giulietta dal poema di Arthur Brooke, le storie inglesi dalle Cronache di Holinshed, la Cleopatra sulla chiatta di Antonio e Cleopatra quasi parola per parola dal Plutarco tradotto da Thomas North, l’utopia di Gonzalo nella Tempesta dal Montaigne tradotto da John Florio. Montaigne, a sua volta, diceva di citare gli altri solo per dire meglio sé stesso, e confessava di nasconderne talvolta i nomi apposta, perché i critici frettolosi dessero un buffetto a Plutarco sul suo naso. Dumas firmava romanzi a cui Auguste Maquet aveva lavorato in modo sostanziale; Lautréamont scriveva nelle Poesie che il plagio è necessario, perché il progresso lo implica; T. S. Eliot ne ricavò nel 1920 una massima celebre, secondo cui i poeti immaturi imitano e quelli maturi rubano. La letteratura che veneri è nata anche così, e nessuno ha mai tolto Antonio e Cleopatra dagli scaffali perché dentro c’è North.
L’ossessione per la purezza inoltre ha un costo che pagano gli onesti. Manav Raj, Justin Berg e Rob Seamans hanno condotto sedici esperimenti preregistrati su oltre ventisettemila persone, pubblicati quest’anno sul Journal of Experimental Psychology: General, per capire come cambia il giudizio su un testo creativo quando si dichiara che è stato scritto con l’AI o con il suo aiuto. Ne esce una penalità costante, in media intorno al sei per cento, legata quasi per intero all’autenticità percepita e refrattaria a ogni tentativo di attenuarla. Presentare il testo come una collaborazione fra persona e macchina non serve a niente. In uno degli studi i ricercatori hanno usato racconti umani vincitori di un concorso letterario, e anche quelli, una volta etichettati come prodotti con l’AI, sono stati puniti nella stessa misura. La penalità scatta con l’etichetta, qualunque sia il testo. Puoi aver scritto la pagina più bella del secolo, basta dichiararlo per perdere punti.
Fuori dalla letteratura le cose vanno in modo analogo. In quattro esperimenti con 4.439 partecipanti, Jessica Reif, Richard Larrick e Jack Soll hanno mostrato che chi usa l’AI al lavoro si aspetta giudizi negativi sulla propria competenza e motivazione – giudizi che immancabilmente arrivano. In un esperimento del Teamwork Lab di Atlassian con 961 lavoratori, chi dichiarava di essersi fatto aiutare dall’AI veniva giudicato dieci volte più pigro e aveva 24 punti percentuali di probabilità in meno di essere proposto per un progetto, a parità di lavoro consegnato. L’esito è prevedibile: secondo lo studio di KPMG e dell’Università di Melbourne su quarantottomila persone in quarantasette paesi, il 57% dei dipendenti ammette di nascondere l’uso dell’AI e di presentare come proprio il lavoro generato. Già nel 2024 il 52% di chi usava questi strumenti al lavoro esitava ad ammetterlo per i compiti più importanti. Tutti la usano e quasi nessuno lo dice.
Il problema, mi dirai, è la menzogna. Se Orélien avesse detto «sì, ho usato anche l’IA, ma le idee e le esperienze sono mie», sarebbe stato un altro discorso. Il problema è che, se lo avesse detto, il romanzo non sarebbe mai uscito. E sai cosa ti dico? Ha fatto bene a mentire. Se dici «io voglio saperlo, così il libro lo pago meno o non lo leggo», stai implorando di essere truffato. Pretendi trasparenza e punisci chi la pratica. L’unica colpa di Orélien riguardo al romanzo, a mio parere, è aver mentito male (se ha mentito). Gli stessi Raj, Berg e Seamans degli studi sopracitati avvertono che imporre per legge la dichiarazione rischia di consolidare il pregiudizio. Se hai messo in piedi una fabbrica di bugiardi e ti scandalizzi per le menzogne, le menzogne te le meriti.
C’è poi il razzismo, spesso ignorato dalla sinistra che segue queste polemiche nate a destra (destra che le AI le usa senza problemi). Quest’estate Jerry Falade, esordiente nigeriano dottorando a Dallas, ha perso un contratto da 2,4 milioni di dollari per un sospetto mai accertato, e ha fatto notare di essere il terzo autore nero, quest’anno, a vedersi annullare o congelare un contratto importante per accuse dello stesso tenore. H. M. Wolfe, autrice afroamericana di Daggermouth, si è vista attribuire da Pangram il 60% di testo artificiale in uno studio ripreso dall’Atlantic; il trinidadiano Jamir Nazir è stato segnalato come autore di un racconto scritto dall’AI al Commonwealth Short Story Prize, prima che la fondazione, esaminate bozze e appunti, lo scagionasse e lo proclamasse vincitore. Ora tocca a un haitiano. Già nel 2023 una ricerca di Stanford mostrava che i rilevatori penalizzano in modo sistematico chi scrive in una lingua che non è la sua. Il sospetto scivola più facilmente nei solchi del pregiudizio razziale e i nomi che finiscono alla gogna tendono ad assomigliarsi con una regolarità che di casuale credo abbia poco.
Matthew Kirschenbaum racconta in Track Changes che alla fine degli anni Settanta certi romanzieri nascondevano di scrivere al computer, e qualcuno ribatteva l’intero testo a macchina prima di spedirlo, perché un dattiloscritto troppo pulito tradiva lo strumento e insinuava il sospetto di una fatica mancata. Un programma di videoscrittura non produce il testo e il paragone ha i suoi limiti, lo so. Quel panico, comunque, si è dissolto appena la pratica è diventata di tutti, e oggi non ti sogneresti di chiedere a un romanziere se ha scritto con Word.
E la fatica? Perché la biasimo tanto? Perché credo che difenderla sia classista? E qui ti chiedo: hai scelto tu la lingua in cui sei nato, la classe sociale, la possibilità o meno di avere tempo e denaro per l’educazione? E se proprio vogliamo credere alla fantasia del genio innato, non hai scelto neanche di nascere con quello. Ti è capitato. Avrai anche faticato, ne sono certo, ma non hai scelto neanche la tua predisposizione e resistenza alla fatica. Per scrivere servono tempo libero, «una stanza tutta per sé» e qualcuno che nel frattempo si occupi del resto; chi ha potuto permetterseli ha sempre avuto buon gioco a spacciare il privilegio per merito: qui sta lo snobismo della fatica. Quanto al maschilismo, basta guardare chi ha faticato davvero dietro certi capolavori. Il mito dell’autore solitario che suda sulla pagina ha sempre cancellato il lavoro di chi gli stava accanto, quasi sempre donne. Ripeto: non è un caso che il biasimo verso l’AI colpisca più le classi subalterne, motivo per cui spiace che molta sinistra cavalchi quest’onda. Senza contare che se qualcuno davvero potesse produrre un capolavoro senza dolore e senza fatica, con o senza macchine, dovremmo solo gioirne.
Per tutti i rivelatori AI che ho usato tranne Pangram questo testo è 100% umano. Per Pangram 72% umano. Difficilmente verrei lapidato con queste cifre e invece l’ho usata spesso e volentieri nella stesura. La verità infatti è che è 100% mio: mia la responsabilità, mie le idee e le scelte. In altri testi in cui ho usato una AI quasi solo per tradurmi Pangram dice che sono al 100% AI.
Francesco D’Isa