FAR EAST

La Cina sta usando l’IA per decifrare il passato

La Cina sta usando l’IA per decifrare il passato

C’è un punto in cui la storia smette di essere un archivio e diventa una conversazione ed è quello che in Cina si sta sperimentando con l’intelligenza artificiale applicati ai testi antichi.  Non per animare gli avatar di Confucio o Laozi o per generare citazioni apocrife buone per i social (altro aspetto in voga nella valorizzazione culturale e storica in Cina), ma trattare migliaia di opere scritte nell’arco di duemila anni come un gigantesco database culturale interrogabile. In questo senso, l’IA non “fa parlare” gli antichi nel modo sensazionalistico in cui spesso viene raccontata, ma rende visibili strutture profonde del pensiero collettivo. Secondo quanto riportato da China Daily, l’integrazione tra AI e patrimonio classico è oggi una priorità strategica nazionale, con programmi dedicati alla digitalizzazione sistematica dei testi antichi e alla loro integrazione nei grandi modelli linguistici cinesi.

Un recente studio ha utilizzato modelli linguistici per analizzare quasi 10.000 testi storici cinesi, dal periodo del periodo Primavere e Autunni (722 a.C. al 481 a.C) fino alla fine della dinastia Qing nel 1911, con l’obiettivo di misurare valori morali, visioni del mondo e orientamenti psicologici: individualismo, rispetto dell’autorità, senso di lealtà, cura verso la comunità. In sostanza, applicare categorie della psicologia contemporanea a un corpus che copre più di due millenni di produzione intellettuale. L’obiettivo dichiarato è duplice: preservare il patrimonio culturale e allo stesso tempo renderlo “computabile”, cioè leggibile dalle macchine e integrabile nei sistemi di intelligenza artificiale di nuova generazione.

Per secoli, la conoscenza storica si è costruita su letture lente, interpretazioni ravvicinate, confronti puntuali tra testi. L’intelligenza artificiale, invece, può attraversare migliaia di volumi in tempi ridotti, individuare ricorrenze lessicali, correlazioni concettuali, cambiamenti semantici nel lungo periodo, studiando pattern che si ripetono o che cambiano nel corso dei secoli. In Cina, piattaforme basate su AI stanno già migliorando il riconoscimento dei caratteri antichi e facilitando la consultazione di archivi classici attraverso interfacce intelligenti che combinano testo originale, annotazioni e strumenti di analisi semantica.

Immagine via Google Creative Commons.

I risultati mettono in crisi uno dei cliché più resistenti sulla cultura cinese: l’idea di una continuità immobile, di un sistema di valori sostanzialmente identico a sé stesso per secoli. L’analisi quantitativa mostra variazioni significative tra regioni e periodi storici. In alcune epoche emergono accenti più marcati sull’autorità e sulla gerarchia, in altre una maggiore enfasi su relazioni orizzontali o responsabilità individuali. Perfino fattori materiali – produttività agricola, densità demografica, condizioni economiche – sembrano lasciare tracce misurabili nel linguaggio dei testi. Quando cambiano le condizioni di vita, cambiano anche le parole con cui si racconta il mondo.

L’IA apre alla possibilità di collegare dati culturali a variabili ambientali e sociali, trasformando la storia intellettuale in un terreno di analisi comparabile. Non è un’analisi che si focalizza su “che cosa dicevano” gli antichi, ma è più su quanto emergono determinati valori e tendenze psicologiche a seconda del periodo storico, di crisi o di prosperità. Questa trasformazione rientra in una più ampia strategia di costruzione di risorse linguistiche nazionali, pensate per rafforzare la presenza del cinese nei sistemi globali di AI e nell’ecosistema digitale internazionale.

Va però ricordato che i modelli linguistici operano attraverso categorie contemporanee, e il rischio di sovrapporre concetti moderni a testi antichi è tutt’altro che teorico. Ogni traduzione culturale è un’interpretazione, e senza una supervisione critica solida l’IA può non solo replicare, ma amplificare errori e distorsioni.

Negli ultimi anni, università e centri di ricerca – da Harvard ad altre istituzioni impegnate nelle digital humanities – stanno lavorando alla costruzione di database consultabili di testi classici cinesi, migliorando l’Optical Character Recognition (OCR) per caratteri antichi e sviluppando strumenti di riconoscimento delle entità. Questo significa poter tracciare reti di citazioni, individuare riusi testuali, mappare le connessioni tra autori e scuole di pensiero.  In questo processo avviene una ridefinizione del concetto di archivio, che non è più un deposito statico, ma un’infrastruttura dinamica e interrogabile da cui si possono estrarre sempre nuovi dati.  

Per un presente ossessionato dall’innovazione, c’è qualcosa di paradossale nel fatto che le tecnologie più avanzate vengano usate per tornare indietro nel tempo. Eppure è una mossa coerente: comprendere la lunga durata dei valori culturali serve anche a leggere il contemporaneo. Si guarda al passato per comprendere meglio il presente, in particolare in un’epoca di tensioni geopolitiche, di competizione tecnologica e narrativa tra Cina e Occidente, poter analizzare empiricamente l’evoluzione storica dei sistemi di valori è uno strumento politico oltre che accademico.

La vera svolta non è parlare con i morti, ma smettere di trattarli come entità monolitiche. L’intelligenza artificiale, applicata ai testi antichi, mostra che le culture cambiano, si adattano, reagiscono a momenti di crisi e prosperità in modi differenti, e questo restituisce complessità e variabili dove siamo sempre stati a abituati a vedere l’immutabilità.  È un passaggio che può spaventare chi teme la riduzione della cultura a dataset, ma è anche un’opportunità per uscire dalla retorica. Il passato non sarà più polvere da scaffale, ma materia viva da interrogare con strumenti nuovi.

Camilla Fatticcioni