Mentre il dibattito sulla sovranità digitale europea si arena tra dichiarazioni d’intenti e provvedimenti timidi, un’ex commissaria europea ha deciso di passare dalle parole ai fatti. Margrethe Vestager, che dal 2014 al 2024 ha incarnato il volto più combattivo di Bruxelles contro i giganti tecnologici statunitensi, ha lanciato Rebuild: un’iniziativa non profit che ambisce a riscrivere le regole del gioco digitale. Ma può davvero un’iniziativa partita dal basso scardinare l’egemonia di piattaforme che hanno colonizzato ogni aspetto della nostra vita online?
Rebuild nasce da un problema serio e reale: nonostante anni di battaglie regolatorie, l’Europa ha sostanzialmente perso il controllo delle proprie infrastrutture digitali. Il progetto si propone quindi di affrontare questa dipendenza strutturale non attraverso nuove norme, di cui Bruxelles è già notoriamente prolifica, ma costruendo alternative concrete. L’obiettivo dichiarato è riportare governance, open source e intelligenza artificiale sotto modelli fondati su sorveglianza limitata, pubblicità etica e capacità algoritmica trasparente.
L’iniziativa si inserisce in un contesto in cui l’Unione Europea ha sì approvato regolamenti come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, ma questi strumenti legislativi, per quanto ambiziosi, non hanno scalfito il dominio di mercato delle big tech. Secondo dati della Commissione Europea, oltre l’80% dei servizi cloud utilizzati dalle aziende europee dipende infatti da provider statunitensi, mentre nel settore dei social media la percentuale di utenti su piattaforme made in USA supera il 90%.

Il nodo centrale che Rebuild vuole analizzare è se sia possibile – e soprattutto sensato – creare piattaforme “europee” capaci di competere con i colossi già affermati. La storia recente non è incoraggiante: Quaero, ad esempio, il “Google europeo” che venne annunciato nel 2005 come iniziativa franco-tedesca in chiave anti-Google, attraversò frizioni interne fino a spegnersi negli anni successivi, dimostrando la subalternità del Vecchio Continente alle infrastrutture a stelle e strisce.
Come sottolineato da diversi analisti, questa dipendenza non riguarda solo questioni economiche o di privacy, ma tocca la capacità stessa degli Stati di esercitare sovranità sulle proprie economie digitali. La questione diventa ancora più critica nell’era dell’intelligenza artificiale, dove il controllo dei dati e degli algoritmi determina chi detiene il potere di plasmare comportamenti e decisioni.
Rebuild pone sul tavolo domande scomode: la regolazione europea basta, o serve ripensare radicalmente cosa intendiamo per “piattaforma sociale”? Il progetto sembra suggerire che anni di multe miliardarie e normative stringenti non hanno modificato i modelli di business delle big tech, che continuano a prosperare nonostante le sanzioni.
L’approccio di Rebuild si concentra su tre pilastri: governance trasparente e partecipativa, open source come garanzia di controllo democratico, e intelligenza artificiale sviluppata secondo principi etici europei. Un modello che guarda a esperienze come quella di Mastodon, il social network decentralizzato, o alle iniziative di cloud sovrano come Gaia-X, che però finora hanno faticato a trovare adozione su larga scala.
La vera sfida resta quella quantitativa. Le piattaforme statunitensi non dominano solo perché tecnologicamente superiori, ma perché hanno raggiunto una massa critica di utenti che rende quasi impossibile la competizione. Gli effetti di rete (più utenti attraggono più utenti) creano barriere all’ingresso insuperabili. Inoltre, come evidenziato da studi economici recenti, le economie di scala nel digitale tendono a favorire configurazioni oligopolistiche.
Rebuild dovrà quindi confrontarsi con un paradosso: per essere davvero alternative, le piattaforme europee dovrebbero rinunciare alle logiche estrattive che hanno reso dominanti quelle USA. Ma senza quelle stesse logiche, come raggiungere la scala necessaria per competere? La risposta potrebbe non stare nella competizione diretta, ma nella costruzione di nicchie di valore dove i principi contano quanto, o più, della dimensione. Resta da vedere se l’Europa, che ha già perso troppe battaglie digitali, saprà questa volta costruire non un clone delle piattaforme statunitensi, ma qualcosa di radicalmente diverso. E auspicabile.
Alessandro Mancini