B(IA)S

Ma con l’IA non dovevamo lavorare meno?

Ma con l’IA non dovevamo lavorare meno?

Conoscete la vecchia profezia di John Maynard Keynes sulla settimana lavorativa di quindici ore? Era il 1930 e l’economista immaginava che, grazie al progresso tecnologico, i nostri nipoti avrebbero sofferto più per l’abbondanza di tempo libero che per la fatica del lavoro. Ebbene, siamo nel 2026 e, guardandoci intorno tra scrivanie affollate e notifiche no-stop, possiamo dichiarare ufficialmente che Keynes era un inguaribile ottimista, o forse non aveva previsto che l’essere umano è incredibilmente creativo quando si tratta di complicarsi la vita. La grande promessa dell’intelligenza artificiale era esattamente questa: delegare le mansioni ripetitive alla macchina per riappropriarci del nostro tempo. Invece, i dati ci raccontano una storia diametralmente opposta: l’IA non è venuta a portarci in vacanza, ma a spingerci a correre più veloci, come criceti sulla ruota dell’iperproduzione.

Il punto di rottura di questa narrazione utopica è stato cristallizzato da un recente e illuminante studio pubblicato dalla Harvard Business Review, il quale sostiene senza mezzi termini che l’intelligenza artificiale non riduce il carico di lavoro, ma lo intensifica.

La tesi al centro della ricerca è la seguente: ogni minuto risparmiato grazie all’automazione non viene restituito al lavoratore sotto forma di riposo, ma viene immediatamente reinvestito in nuove attività, alzando costantemente l’asticella delle aspettative aziendali. È il cosiddetto paradosso dell’efficienza applicato ai colletti bianchi. Se prima per scrivere un report accurato servivano otto ore, e oggi grazie a un modello linguistico ne servono due, il management non vi permetterà di andare al parco per le restanti sei; vi chiederà semplicemente di produrre quattro report invece di uno.

Questa dinamica sta generando quella che gli esperti chiamano “intensificazione del lavoro”, un fenomeno dove la densità delle mansioni svolte nell’unità di tempo raggiunge livelli critici. Non lavoriamo meno, lavoriamo con una frequenza più alta, eliminando quei preziosi tempi morti che un tempo fungevano da cuscinetto psicologico tra una task e l’altra. La sparizione dei momenti di pausa “analogica” ha portato a un aumento vertiginoso della fatica mentale. Un rapporto globale sulle tendenze del lavoro evidenzia come il volume di comunicazioni digitali sia aumentato del 250% negli ultimi anni, lasciando i dipendenti in uno stato di perenne allerta cognitiva. L’IA ha accelerato i processi, ma l’essere umano rimane un organismo biologico con determinati limiti di elaborazione.

Il risultato è un esaurimento che non deriva tanto dallo sforzo fisico, quanto dalla saturazione decisionale. Gestire un’intelligenza artificiale richiede un monitoraggio costante: dobbiamo verificare che non produca allucinazioni, correggerne il tono, integrarne i dati e assicurarci che l’output sia coerente. Questo lavoro di supervisione, spesso sottovalutato, è estremamente dispendioso in termini di energia psichica. Ricerche sulla salute occupazionale confermano che la necessità di interfacciarsi costantemente con sistemi algoritmici sta portando a nuove forme di burnout digitale, caratterizzate da un senso di inadeguatezza rispetto alla velocità della macchina. Siamo diventati i controllori di volo di un traffico dati che non dorme mai.

C’è poi l’aspetto della disponibilità. Se l’intelligenza artificiale è sempre attiva, l’aspettativa implicita è che anche chi la governa debba esserlo. La reperibilità è diventata la nuova norma, erodendo definitivamente il confine – già sottile – tra vita professionale e privata. Molte aziende, lungi dal promuovere il benessere, utilizzano i dati sulla produttività aumentata dall’IA per giustificare ritmi di lavoro che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati disumani. In questo scenario, l’IA agisce come un catalizzatore di ansia prestazionale: se lo strumento è perfetto e veloce, ogni ritardo o errore viene attribuito esclusivamente alla fallibilità umana.

In conclusione, l’idea che l’automazione ci avrebbe reso liberi si sta rivelando una delle più grandi illusioni del capitalismo. Mentre i chatbot diventano più ‘umani’ e i generatori di immagini più raffinati, noi ci ritroviamo a gestire un carico cognitivo senza precedenti, intrappolati in una corsa al rialzo dove il premio per aver lavorato bene è, ironicamente, ricevere ancora più lavoro. Forse dovremmo smettere di chiederci come l’IA possa renderci più produttivi e iniziare a domandarci perché abbiamo così paura del tempo vuoto.

Alessandro Mancini