In un mondo ideale, un leader sovranista dovrebbe difendere i propri confini da ogni interferenza esterna, facendone un punto d’onore e di coerenza. Ma nell’Ungheria che si appresta a votare per le elezioni parlamentari del prossimo 12 aprile, il concetto di sovranità sembra essersi piegato a una interpretazione decisamente creativa: quella di un laboratorio a cielo aperto dove le decisioni dei cittadini vengono pilotate da algoritmi e interessi stranieri. Viktor Orbán, l’uomo che ha costruito la sua carriera politica denunciando i presunti complotti dei burattinai globalisti, si trova oggi al centro di una morsa digitale che vede collaborare gli apparati russi e i vertici della Casa Bianca, in una coalizione senza precedenti. Quello a cui assistiamo è più di un confronto elettorale; è un esperimento di guerra ibrida totale in cui l’intelligenza artificiale non è più un tema da convegno ma un’arma tattica pronta all’uso.
E la Russia di Vladimir Putin non si sta limitando a fare il tifo dalle retrovie. Secondo quanto rivelato da VSquare, alcune unità specializzate del GRU, l’intelligence militare russa, avrebbero già stabilito una base operativa a Budapest per agire come veri e propri architetti della campagna elettorale a sostegno del governo. Questi esperti di operazioni psicologiche non si occupano di cartelloni pubblicitari, ma coordinano fabbriche di troll e botnet incaricate di inquinare sistematicamente il dibattito pubblico sui social network. L’obiettivo è chiaro: soffocare ogni voce critica sotto una valanga di messaggi artificiali, dipingendo Orbán come l’unico baluardo di stabilità in un’Europa descritta costantemente dal Cremlino come un continente al collasso e privo di guida.
La vera novità di questa campagna è però l’impiego massiccio e spregiudicato dell’IA generativa. L’osservatorio IDMO ha documentato una strategia di influenza senza precedenti su TikTok, dove video generati dall’IA vengono utilizzati per manipolare la percezione dell’elettorato più giovane e meno informato. Non solo i social media, anche l’editoria è interessata da questo fenomeno. Ne è un esempio eclatante la diffusione di Én, A Kétarcú (Io, Due Facce), un intero albo a fumetti creato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale con l’unico scopo di screditare e ridicolizzare il principale leader dell’opposizione, Péter Magyar. L’autore del fumetto è un influencer ungherese di estrema destra, Áron Ambrózy, sostenuto dal Movimento di Resistenza Nazionale, organizzazione di estrema destra che amplifica la propaganda del partito di governo, Fidesz.

Questi contenuti sintetici, spesso indistinguibili dalla realtà, non si limitano a esaltare i successi del governo, ma diffondono attacchi feroci e diffamatori contro gli altri candidati alla presidenza, alimentando una polarizzazione sociale che viene poi amplificata dagli algoritmi delle piattaforme. È la democrazia ridotta a un software: economica, scalabile e terribilmente efficace nel bypassare il pensiero critico.
In questo scenario già abbastanza affollato, si è inserito un sostegno esplicito e senza precedenti che arriva direttamente da Washington. La visita strategica del vicepresidente JD Vance ha agito come un potente detonatore politico a ridosso del voto, legittimando ufficialmente la narrativa di Orbán e puntando il dito contro l’Europa per presunte interferenze indebite. Mentre i servizi segreti russi lavorano nell’ombra delle infrastrutture digitali, il network pro-Trump amplifica online ogni messaggio del leader ungherese, creando una camera dell’eco transatlantica dove la verità si riduce ad accessorio della propaganda.
Per chiudere il cerchio, non poteva mancare il classico tocco di vittimismo tecnologico, utile a compattare le fila contro un nemico invisibile ma onnipresente. Nei giorni scorsi è stata diffusa la notizia, rivelatasi falsa, che le grandi piattaforme americane stessero attivamente censurando i post dei sostenitori di Orbán per influenzare il risultato del voto. Tuttavia, uno scrupoloso lavoro di fact-checking ha confermato che Meta non sta affatto limitando i contenuti governativi. La bugia della censura si è però ormai diffusa tra l’opinione pubblica, contribuendo a costruire l’immagine di un leader perseguitato dalle “Big Tech”, mentre nel frattempo proprio quelle piattaforme vengono inondate di bot russi e deepfake pro-regime.
Il risultato di questa offensiva congiunta è un sistema democratico svuotato della sua essenza. Quando i video che guardiamo sono finti, i commenti che leggiamo sono scritti da bot russi e il sostegno politico arriva da chi accusa gli altri di fare ciò che sta facendo lui stesso, la libertà di scelta diventa un concetto astratto. L’Ungheria che andrà al voto fra pochi giorni è un Paese in bilico e lo specchio di un futuro in cui le elezioni si vincono nei server e non più nelle piazze, lasciando ai cittadini l’illusoria soddisfazione di aver partecipato a un gioco il cui risultato è già stato scritto in codice altrove. In questa partita a scacchi digitale tra Mosca e Washington, a perdere rischia di essere l’unica vera sovranità rimasta: quella dell’elettorato ungherese.
Alessandro Mancini