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L’era dei musicisti artificiali

L’era dei musicisti artificiali

Il nome dei Milli Vanilli resterà per sempre legato a uno degli scandali più clamorosi della storia del pop. Dietro il duo, Fab Morvan e Rob Pilatus, c’era in realtà la regia del produttore tedesco Frank Farian, già artefice negli anni Settanta del successo dei Boney M., il gruppo disco che firmò tra le tante anche le hit Daddy Cool e Rasputin.

Anche nel caso dei Milli Vanilli, le voci che si sentono nei dischi non erano quelle delle persone che il pubblico vedeva sul palco o nei videoclip. La differenza è che, mentre per i Boney M. questa verità è emersa poco alla volta, facendo perdere credibilità al gruppo in modo graduale, per i Milli Vanilli lo scandalo fu molto più violento.

Fab Morvan e Rob Pilatus furono presentati al mondo come i veri interpreti delle canzoni che stavano dominando le classifiche e, quando nel 1989 arrivò la consacrazione globale con il Grammy per Girl You Know It’s True, fu proprio un incidente durante un’esibizione dal vivo a svelare che si trattava di un gruppo fantasma, e che i veri cantanti non erano i due che tutti conoscevano. Il Grammy venne revocato e i Milli Vanilli furono costretti a restituirlo, in quello che resta un episodio unico nella storia del premio, con conseguenze che sconfinarono nella vita personale di Pilatus: dopo aver tentato il suicidio alcune volte, morì di overdose nel 1998.

I Milli Vanilli at Grammy Awards. Image via Google Creative Commons.

A ripercorrere questa storia a circa 35 anni di distanza viene da chiedersi: se avvenisse oggi reagiremmo allo stesso modo? C’è da dire che in quel periodo a rendere lo scandalo dei Milli Vanilli così deflagrante contribuirono diversi elementi che di fatto oggi non sussistono più.

In un articolo del 1997 lo studioso Jack Banks notava che la loro vicenda andava inserita in un quadro più ampio, in cui l’affermazione del videoclip e la centralità di MTV stavano rafforzando il peso dell’immagine e della promozione visiva, rendendo sempre più obsoleto il legame tra il corpo dell’artista, la sua vera voce e la sua performance. Il caso del duo, per Banks, nasce in seno a una logica di mercato che stava dando molta più importanza all’aspetto visivo ancor prima che al valore musicale. In pratica si stava aprendo la strada a degli avatar.

Banks ci aveva visto lungo: nei dieci anni successivi alla pubblicazione del suo articolo, il concetto di personaggio virtuale nella musica pop viene progressivamente sdoganato, tanto in Occidente quanto in Oriente. Un passaggio decisivo è rappresentato dai Gorillaz, il progetto ideato da Damon Albarn e Jamie Hewlett che, a partire dal 2001, porta al centro della scena una band composta da personaggi animati con un repertorio musicale di tutto rispetto. Con loro non c’è più alcuna necessità di celare l’identità reale degli autori o dei musicisti coinvolti; al contrario, la dimensione fittizia diventa parte integrante e dichiarata dell’operazione artistica. L’autenticità non ha più bisogno di essere ancorata alla coincidenza tra corpo e voce, spostandosi sulla coerenza dell’universo estetico, narrativo e sonoro che sostiene il progetto.

Pochi anni dopo, in un contesto culturale diverso ma sorprendentemente convergente, in Giappone si afferma il fenomeno Vocaloid e in particolare la figura di Hatsune Miku, voce sintetica associata a un avatar che diventa a tutti gli effetti una popstar globale, capace di riempire arene e di generare un repertorio costruito collettivamente da una comunità di produttori. In entrambi i casi, il pubblico non si sente ingannato dall’assenza di un corpo “reale” che coincida con la voce, perché la natura artificiale del dispositivo non è nascosta ma costitutiva dell’esperienza musicale.

Oggi il quadro è ancor più complesso rispetto a quando scriveva Banks. I social network hanno intensificato l’importanza che si dà all’immagine e le intelligenze artificiali avanzate hanno iniziato a produrre contenuti a una velocità inedita. E come sono cambiati i mezzi così anche il nostro rapporto con l’autenticità sembra essere mutato.

Hatsune Miku. Imagine via Google Creative Commons.

Prendiamo il caso di Tata Taktumi. Nel 2025 il produttore Timbaland ha presentato al pubblico la sua prima artista generata con intelligenza artificiale: una figura digitale, con voce sintetica e identità costruita interamente attraverso modelli di AI. Il singolo di debutto, Glitch x Pulse, è stato diffuso insieme a un videoclip in cui Taka si muove assieme a dei ballerini veri (i Jabbawockeez) mentre canta un brano che sembra richiamare esplicitamente il repertorio produttivo dello stesso Timbaland.

Taktumi è stata creata da Timbaland attraverso Sumo, la famosa piattaforma di generazione musicale tramite AI che consente di trasformare prompt in brani completi.  A tal proposito vale la pena ricordare che Suno è coinvolta in una battaglia legale con le major discografiche per una presunta violazione di copyright, con accuse secondo cui i suoi modelli sarebbero stati addestrati con musica protetta dal diritto d’autore. Negli ultimi mesi però la dinamica è cambiata: Warner Music Group ha siglato un accordo con Suno che ha portato alla chiusura della causa e all’avvio di una collaborazione regolamentata, mentre Universal Music Group e Sony Music continuano le loro azioni legali o trattative, senza aver ancora raggiunto un’intesa formale.

Non è chiaro fino a che punto l’entusiasmo pubblico di Timbaland nei confronti di Tata Taktumi sia legato a una visione estetica oppure a un accordo commerciale con Suno, anche se quest’ultima ipotesi appare molto probabile. In ogni caso, al di là della risonanza mediatica iniziale, l’esperimento non ha prodotto una risposta particolarmente calorosa da parte del pubblico: i profili social legati al progetto hanno raccolto numeri contenuti e il video di Glitch x Pulse ha totalizzato visualizzazioni modeste rispetto agli standard delle uscite pop di alto livello.

Certo: nessuno è saltato al collo di Timbaland accusandolo di essere un novello Frank Farian, né di star ingannando il pubblico con una voce che non appartiene a un corpo riconoscibile, segno che oggi la distanza tra produzione e presenza, tra dispositivo tecnico e figura artistica, viene percepita in modo sensibilmente diverso rispetto alla fine degli anni Ottanta.

Questo perché il valore attribuito all’autenticità dell’artista musicale ha attraversato una trasformazione profonda, che sposta l’attenzione dalla coincidenza tra corpo, voce e biografia verso la coerenza di un progetto con una solida narrazione e un immaginario potente. In questo contesto Tata Taktumi può essere letta come uno dei primi tentativi di legittimare la figura dell’artista generato con intelligenza artificiale in una fase storica in cui piattaforme come Suno stanno ridefinendo i rapporti di forza con l’industria discografica attraverso nuovi accordi di licenza che potrebbero cambiare ulteriormente il rapporto fruitore-artista.

Pierluigi Fantozzi