LA RIVOLUZIONE ALGORITMICA

Un CERN per l’intelligenza artificiale

a cura di Francesco D'Isa
Un CERN per l’intelligenza artificiale

Mia madre ha ottantadue anni compiuti da pochi giorni e non vota Partito Democratico. Nemmeno io, per la verità. Eppure è stata lei a inoltrarmi, qualche giorno fa, la newsletter di un convegno organizzato dal Pd al Nazareno con il testo integrale di un intervento di Giorgio Parisi sull’intelligenza artificiale. Su questi argomenti ammetto di trovarla ben più sveglia e aperta di molti miei coetanei che pure ci lavorano per mestiere, ma quel che mi ha fatto davvero piacere è che, leggendo il discorso del premio Nobel, ci ho riconosciuto quasi alla lettera idee per cui anche io, come altre persone, mi batto da anni.

Fino a ieri eravamo spesso archiviati sotto la voce «tecnoentusiasti», con il sottinteso, nemmeno troppo velato, di essere degli utili idioti delle grandi piattaforme. Questo perché non neghiamo le sempre più portentose capacità di queste macchine, come andava di moda fino all’anno scorso (ora è dura mantenere questa posizione), o perché reputiamo che il tabù di uso creativo, dalla ricerca all’arte, sia privo di senso, così come la colpevolizzazione dell’utente. Inoltre pensiamo che soluzioni capitaliste come il copyright non servano a nulla. Non so se i tempi stanno cambiando o se siamo sempre stati meno soli di quel che sembrava, ma consola scoprirlo.

Perdonate lo sfogo e veniamo invece alla proposta. Parisi e altri ricercatori propongono la costruzione di un centro europeo pubblico di ricerca sull’intelligenza artificiale, una specie di CERN dell’IA, ossia un’infrastruttura aperta e trasparente, finanziata da molti Stati, capace di supportare un livello di ricerca che nessun Paese da solo sarebbe in grado di ottenere. Il richiamo al CERN è legato alla sua storia: nel dopoguerra l’Europa mise in comune laboratori di fisica che i singoli Stati non potevano permettersi, senza segreti industriali e mantenendo i risultati pubblici grazie alla collaborazione di nazioni che fino a poco tempo prima si erano sparate addosso.

L’idea non è nuova. La porta avanti da sette anni Giuseppe Attardi, già ordinario di Informatica a Pisa, dentro la rete che nel 2018 si chiamava CLAIRE e oggi CAIRNE; e la sostiene da tempo lo stesso Parisi. A dire il vero è stato proprio Parisi a darle risonanza continentale, con un appello pubblicato su Nature nell’ottobre del 2024; lì l’immagine non era ancora il CERN ma un «telescopio» internazionale con cui osservare e frenare il potere delle grandi aziende, e il paragone con il laboratorio di Ginevra è arrivato in seguito, nelle interviste, come scorciatoia più efficace. Attardi ripete una cosa che mi pare dirimente, e cioè che, se nessuno in Europa ha prodotto per tempo modelli linguistici paragonabili a quelli americani o cinesi, la ragione non sta in una nostra inferiorità tecnica; mancavano semplicemente i soldi. E aggiunge che un centro simile non servirebbe soltanto a sfornare l’ennesimo modello, ma anche a esplorare le direzioni che le aziende private trascurano perché troppo rischiose o poco redditizie.

Negli ultimi mesi la proposta ha smesso di essere una petizione diffusa tra scienziati e ha cominciato a pesare sul piano politico. C’è un manifesto, presentato a Bologna nell’autunno scorso, firmato tra gli altri da Yann LeCun, da Geoffrey Hinton, da Cédric Villani, da Bernhard Schölkopf; a febbraio la ministra Bernini l’ha appoggiato pubblicamente ai Lincei. Le firme illustri sono una buona notizia, ma come sappiamo, tra il dire e il fare ci sono di mezzo bilanci, leggi, progetti e tanta tanta burocrazia.

L’analisi di Parisi suggerisce che i modelli di uso generale sono oggi in mano a pochissime società private, che possiedono insieme la capacità di calcolo, i dati e i modelli. È una concentrazione che fino a pochi anni fa sarebbe parsa inverosimile e che si autoalimenta, perché più un sistema è grande ed efficiente più attira utenti e investimenti grazie ai quali continua a crescere. Quando interroghiamo una di queste macchine non sappiamo quasi mai da dove venga la risposta: chi sceglie le fonti e stabilisce cosa sia attendibile ed esercita un potere enorme e quasi invisibile sugli output.

Non sappiamo del tutto come funzionino queste macchine. Le costruiamo, le facciamo funzionare, tuttavia ci manca una teoria che spieghi perché, aumentando gli strati e i parametri, la qualità delle risposte migliori. Il compito della ricerca è anche capire quel che si costruisce, non solo farlo funzionare, e per farlo serve un luogo pubblico che ponga anche le domande che interessano meno a chi vende questi strumenti.

Parisi, riprendendo un rapporto di Bernie Sanders, ci ricorda che la potenza dell’IA poggia su un patrimonio collettivo fatto di decenni di ricerca pubblica e dei dati che produciamo e abbiamo prodotto nei secoli. Non è eticamente accettabile che tutta la ricchezza distillata dentro i modelli resti privata.

La soluzione più istintiva è invocare il copyright. Se i modelli si nutrono del nostro lavoro, estendiamo allora la proprietà intellettuale, facciamoci pagare il pedaggio, mettiamo un cancello davanti a ogni testo e a ogni immagine. Possiamo ormai dire tranquillamente che non funziona. I dati dei singoli hanno pochissimo valore in un contesto che richiede miliardi di informazioni e quelli numericamente cospicui (enormi collezioni di immagini, di articoli, ecc) sono in possesso di grandi cartelli editoriali; coi diritti ci guadagnano solo pochi attori, che non a caso stringono accordi con le big tech. Se la conoscenza è un bene comune, va trattata come tale, cioè restituita alla collettività sotto forma di infrastruttura pubblica, orari di lavoro ridotti, un dividendo economico a uso della collettività. A un’espropriazione collettiva si risponde socializzando ciò che è stato sottratto, mentre un ulteriore recinto è utile solo a chi è in possesso di molto spazio e sa difenderlo meglio, in genere per motivi economici.

Ma Parisi non parla di diritti d’autore (scusate, è una mia fissa). Il suo discorso sposta la domanda da chiedersi dove stia andando l’intelligenza artificiale a domandarsi chi ne tenga il volante, con quali regole e a vantaggio di chi. Da lì discendono tre nodi che tratta come un’unica matassa, il potere, il lavoro e la conoscenza. Il primo l’ho già toccato, ed è la concentrazione della capacità di calcolo, dei dati e dei modelli in pochissime mani private, con la conseguenza che chi controlla tutto questo finisce per controllare anche, alla lunga, le narrazioni e i significati.

Sul lavoro la sua posizione è prudente. Riprende Geoffrey Hinton, che prevede insieme un aumento della disoccupazione e dei profitti e ne attribuisce la colpa al capitalismo più che alla tecnologia; e ricorda il dato, per cui dal 1973 negli Stati Uniti la produttività e i profitti sono cresciuti in modo enorme mentre il salario reale mediano è rimasto fermo, quando non è calato. La torta è cresciuta, insomma, e le fette sono andate quasi tutte a pochi. La conclusione che ne trae è che se il guadagno prodotto dall’IA poggia su un sapere accumulato da tutti, una parte di quel guadagno deve tornare a tutti, sotto forma di orari ridotti e di servizi migliori, di quel «dividendo tecnologico» di cui parla anche il documento del Pd. Cita l’esempio dell’Inps, che automatizzando lo smistamento di milioni di comunicazioni ha liberato decine di milioni di ore di lavoro; ore che possono diventare una rendita per pochi oppure tempo e servizi per molti.

Veniamo allora alla proposta vera e propria. Parisi immagina una struttura aperta, trasparente, senza fini di profitto e dichiaratamente lontana da scopi militari, con un finanziamento iniziale che lui stesso quantifica nell’ordine di un miliardo l’anno per tre anni, con Francia e Germania già interessate. I dettagli, ammette, restano tutti da costruire, e potrebbero esserci più sedi distribuite tra i vari Paesi anziché una sola. Il manifesto firmato a Bologna immagina un’istituzione snella, fondata sul capitale umano e sulla collaborazione fra discipline, con i modelli aperti e lo sviluppo open-source come principi, affinché gli strumenti restino accessibili a tutti; e tra i pilastri, accanto alla ricerca fondamentale e alla riflessione etica, compare in modo esplicito la sostenibilità energetica e ambientale, che terrò a mente più avanti. Gli ambiti applicativi vanno dalle tecnologie linguistiche multilingue alla robotica, dalla sanità ai modelli climatici, fino alla sicurezza dei dati. È prevista anche una struttura di raccordo con l’industria, dove però le collaborazioni restano subordinate al pubblico interesse e si parla apertamente di «modelli condivisi di proprietà intellettuale» e di protezione delle start-up dalle acquisizioni premature.

Parisi cita l’enciclica di Leone XIV, firmata nel giorno del centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum, dalla quale il Nobel prende l’idea che la tecnologia non sia mai neutrale e la parola a cui tiene di più, «disarmare», nel senso di riportare l’IA al servizio del bene comune. Parla poi esplicitamente di armi autonome, i sistemi capaci di scegliere e colpire un bersaglio senza una mano umana sul grilletto; qui la sua richiesta, in attesa di un divieto, è che la responsabilità giuridica e morale debba restare in capo a persone identificabili.

Parisi menziona la proposta di legge con cui Sanders e Ocasio-Cortez chiedono una moratoria sulla costruzione di nuovi centri di calcolo finché non ci sia una legislazione a tutela di lavoratori, ambiente e diritti; lo fa senza chiedere di condividerla, e usandola piuttosto come termometro di una diffidenza verso l’IA che la Silicon Valley preferisce non vedere. La moratoria a me pare una via troppo rigida e poco plausibile per ragioni geopolitiche; preferirei dei vincoli ambientali stringenti e verificabili sull’energia e sull’acqua che questi impianti consumano, sulla loro provenienza e sulla sostenibilità locale, con l’obbligo di rendere pubblici i consumi effettivi. Non è d’altra parte un’idea estranea al progetto, dato che la sostenibilità energetica e ambientale figura già tra i pilastri del manifesto.

Al manifesto di Bologna come dicevo è collegata una petizione, ha già superato le tremila firme e l’ho firmata anch’io. Una firma pesa poco da sola, certo; serve però a far sapere ai governi che a chiederlo sono già migliaia di persone, ben oltre l’aula universitaria in cui la proposta è nata e che la pretesa di sottrarre l’intelligenza artificiale al solo mercato è una velleità di poche persone. Il link è qui. Se siete in vena di petizioni utili, è una di quelle che mi sento di raccomandare. Risparmia la fatica dove vale la pena ma non risparmiarti quella necessaria a imparare.

Francesco D’Isa