Ciò che oggi associamo alla tecnologia (i dati, la rete, il cloud) e accompagna quasi ogni aspetto della nostra vita, appare immateriale, ma è in realtà sostenuto da infrastrutture fisiche, politiche ed epistemiche profondamente radicate nel mondo reale. Questa consapevolezza ci costringe a mettere in crisi una delle narrazioni più persistenti della modernità tecnologica: l’idea che il digitale coincida con una dimensione eterea, smaterializzata, autonoma rispetto alle condizioni materiali della sua esistenza.
In realtà, come evidenziato da Kate Crawford in Atlas of AI, i sistemi digitali – così come l’intelligenza artificiale – non sono né immateriali né autonomi, ma emergono da una complessa rete di relazioni che coinvolge risorse naturali, lavoro umano, infrastrutture energetiche e logistiche, nonché dispositivi culturali e politici . Il cosiddetto “cloud”, spesso evocato come metafora di leggerezza e ubiquità, è in verità una costellazione di data center energivori, cavi sottomarini, server e miniere di minerali rari. A sua volta, la rete è un territorio stratificato che attraversa il pianeta, dalla crosta terrestre fino alle orbite satellitari.
La materialità del digitale si manifesta innanzitutto a livello geologico. I dispositivi che utilizziamo quotidianamente (smartphone, computer, sensori) sono il risultato di processi estrattivi che trasformano elementi formatisi nel corso di milioni di anni in oggetti a rapido consumo. Crawford sottolinea come questa compressione temporale – tra il “tempo profondo” della formazione dei minerali e il tempo accelerato dell’obsolescenza tecnologica – rappresenti una delle contraddizioni fondamentali dell’ecosistema digitale contemporaneo . In questo senso, ogni interazione digitale implica una catena di trasformazioni materiali che rimangono invisibili all’utente.

La dimensione materiale, di fatto, è anche politica. Le infrastrutture digitali sono progettate, possedute e gestite da attori specifici (grandi corporazioni tecnologiche e istituzioni statali) che ne determinano le logiche operative. L’apparente neutralità delle tecnologie nasconde infatti una serie di scelte normative e valoriali: cosa viene reso visibile, cosa viene classificato, quali dati vengono raccolti e come vengono utilizzati. Come osserva Crawford, l’intelligenza artificiale è anche una “forma di esercizio del potere”, un sistema che incorpora e riproduce le asimmetrie esistenti.
Infine, vi è una dimensione epistemica. Le tecnologie digitali contribuiscono attivamente a costruire il mondo e il tessuto della realtà. Attraverso processi di classificazione, modellizzazione e predizione, esse producono categorie di conoscenza che influenzano il modo in cui comprendiamo ciò che ci circonda. In questo senso, l’infrastruttura digitale è anche un’infrastruttura cognitiva: un insieme di dispositivi che definiscono ciò che è conoscibile, misurabile e significativo.
Questa triplice dimensione – materiale, politica ed epistemica – permette di comprendere come il digitale sia tutt’altro che immateriale. Al contrario, esso si configura come un sistema profondamente radicato nel mondo, le cui implicazioni attraversano l’ambiente, la società e i processi di produzione del sapere. È proprio a partire da questa consapevolezza che progetti artistici come (W)HOLE di Clusterduck acquistano una rilevanza particolare. Commissionato da KiöR Zürich e sviluppato nello spazio urbano, il lavoro si inserisce in una linea di ricerca che indaga la materialità nascosta delle tecnologie digitali, traducendo concetti complessi in un’esperienza estetica e partecipativa.
Il dispositivo concettuale attorno a cui si struttura (W)HOLE è il tombino, elemento urbano apparentemente banale ma carico di potenzialità simboliche. Clusterduck lo assume come metafora e soglia: un punto di accesso verso ciò che normalmente resta invisibile. I tombini diventano “portali” verso una dimensione sotterranea fatta di cavi, sensori, protocolli e sistemi di gestione dei dati. Ed è così che, in modo quasi letterale, il progetto si inscrive nella tradizione della media archaeology, che mira a riportare alla luce gli strati materiali e storici delle tecnologie contemporanee, opponendosi alla narrazione dominante della smaterializzazione digitale.
L’operazione artistica si sviluppa attraverso una combinazione di tecnologie immersive – realtà aumentata, modellazione 3D, fotogrammetria e sound design – che trasformano la città in un ambiente narrativo stratificato. L’esperienza proposta è modulare, partecipativa, costruita come un percorso di esplorazione attiva. I sei “regni” – Earth, Cloud, City, Address, Interface e User – riflettono la struttura del cosiddetto “stack”, ovvero l’insieme di livelli che compongono l’architettura globale del digitale. Questa articolazione richiama direttamente il pensiero di Benjamin Bratton, che ha teorizzato lo stack come nuova forma di sovranità planetaria.

(W)HOLE non si limita a una visualizzazione “didattica” di questo modello; al contrario, lo problematizza, inserendosi nel dibattito critico che ha messo in discussione la centralità delle grandi piattaforme e la loro capacità di definire le condizioni dell’esperienza contemporanea. Le riflessioni di Geert Lovink sul “stacktivism” e di Tiziana Terranova sul “Red Stack” vengono evocate come alternative possibili: modelli di infrastruttura basati su cooperazione, accesso condiviso e autonomia collettiva.
In questo contesto, il riferimento a Ludwig Wittgenstein introduce una dimensione ulteriore. L’idea dei “giochi linguistici” suggerisce che il significato non è dato una volta per tutte, ma emerge da pratiche condivise. Applicata al dominio tecnologico, questa prospettiva implica che anche le infrastrutture digitali non sono entità neutre o inevitabili, ma costruzioni sociali che possono essere ripensate e ridefinite. (W)HOLE si propone dunque come uno spazio di negoziazione simbolica, in cui i cittadini sono invitati a partecipare alla costruzione di nuovi significati e nuove forme di comprensione del digitale.
Dal punto di vista estetico, il progetto si colloca in una zona ibrida tra arte pubblica, installazione immersiva e piattaforma educativa. Gli oggetti allegorici (i tombini scolpiti e incisi) fungono da ancore fisiche per l’esperienza, mentre il livello aumentato apre a una dimensione speculativa, quasi onirica. Questa duplicità riflette una tensione tipica della new media art: da un lato, la volontà di rendere visibile l’invisibile; dall’altro, la consapevolezza che ogni visualizzazione è inevitabilmente parziale e mediata.
Il progetto di Clusterduck ha anche una componente partecipativa. Il “repository attivabile” fornisce all’osservatore un archivio di risorse, articoli e strumenti per promuovere una democratizzazione dei sistemi tecnologici, in un tentativo di tradurre la riflessione critica in azione.
E ancora, l’ambientazione urbana gioca un ruolo fondamentale. Collocando l’opera nello spazio pubblico, Clusterduck rompe la separazione tra arte e vita quotidiana, invitando i passanti a confrontarsi con le infrastrutture che attraversano e utilizzano ogni giorno. La città diventa così un palinsesto, un luogo in cui le stratificazioni del reale e del digitale si sovrappongono e si rendono visibili. Questo approccio richiama le pratiche della locative media art, in cui il contesto geografico e sociale è parte integrante dell’opera.
In un’epoca segnata da quella che viene spesso definita “policrisi” – una convergenza di crisi ecologiche, economiche e politiche – (W)HOLE assume una dimensione profondamente politica. Le domande che pone non riguardano solo la tecnologia, ma il modo in cui costruiamo la realtà condivisa. Chi controlla le infrastrutture? Chi decide come vengono progettate e utilizzate? Quali interessi modellano l’accesso all’informazione? E, soprattutto, è possibile immaginare forme alternative di organizzazione tecnologica basate su principi di cooperazione piuttosto che di estrazione?
Laura Cocciolillo