Ti distendi su un prato, nell’oscurità della notte, alla ricerca di quel fascino dal sapore antico dell’ammirare la meraviglia del cielo stellato come l’umanità fa fin dall’alba dei tempi. Hai trovato il giusto angolino di mondo per immergerti nel buio – un privilegio per pochi nell’epoca dell’inquinamento luminoso. Ma c’è qualcosa di disturbante. Aguzzando la vista, uno dopo l’altro, compaiono punti di luce in movimento. Succede di continuo, costantemente, in ogni momento della notte. A volte si muovono lenti e sono appena percettibili con la coda dell’occhio, altre volte sono ben luminosi e veloci, o persino disposti in uno spettacolare treno di luci che dopo pochi secondi scompare alla vista. Intuisci si tratti di satelliti, ma non ti aspettavi fossero così tanti.
Lo spazio non è solo il posto in cui accadranno le cose in futuro, ma è già oggi una componente fondamentale dell’economia. La chiamano Space Economy e riguarda tutto quell’ecosistema di infrastrutture, tecnologie, aziende e servizi che hanno a che fare con lo spazio, la porzione di Universo situata oltre la linea di Kármán – cioè dai 100 chilometri di altitudine in su. Un settore del mercato ancora di nicchia rispetto ad altri settori, ma in continua e rapida crescita, e spesso interconnesso ad altri settori trainanti come quello tech o quello militare.
L’ESA riporta che nel 2024, la space economy valeva un totale di 596 miliardi di dollari a livello globale, con investimenti pubblici (soprattutto in ambito militare) di 122 miliardi e privati di 7 miliardi. L’anno precedente su scala globale il valore della space economy si attestava poco oltre i 520 miliardi di dollari. Ma si può guardare anche al numero di lanci spaziali. All’epoca Apollo avvenivano un centinaio di lanci spaziali all’anno, in grossa parte legati proprio alla competizione per la corsa allo spazio. Poi sono diminuiti fino a raggiungere un minimo storico di 50 lanci a inizi anni 2000, per poi ricominciare a impennarsi dal 2005 in poi. Nel 2023 sono stati 221, nel 2024 sono stati 259, nel 2025 sono stati addirittura 330.
In totale il numero di satelliti attualmente attorno alla Terra è oltre le 18.000 unità e ogni anno ne vengono lanciati migliaia, alcuni per sostituire i precedenti giunti a fine vita, altri per nuovi progetti o per rimpolpare costellazioni già in orbita. Nel 2025 si è raggiunto il record assoluto con 4491 nuovi satelliti registrati dall’UNOOSA, organismo ONU che si occupa dello spazio esterno. Alcuni satelliti hanno scopi scientifici, per esempio di osservazione terrestre (come i Sentinel dell’ESA), meteorologici, o astronomici. La maggior parte sono per le telecomunicazioni, o hanno scopi strategici, di natura militare. Ma fa impressione notare che negli ultimi anni, circa un lancio spaziale su tre, è stato eseguito a vantaggio di un singolo attore privato, ossia per i soli satelliti Starlink dell’americana SpaceX.

La megacostellazione di Starlink conta oggi circa 10mila satelliti in orbita e altrettanti pianificati, con possibili estensioni fino a 34400 in totale. Ci sono altre megacostellazioni, attive o in progettazione, e molti attori sia pubblici che privati intendono costruire qualcosa di simile in futuro, ma ad oggi circa il 65% di tutti i satelliti in orbita è Starlink. “Internet veloce dallo spazio” si legge nella homepage di Starlink, per avere “connettività veloce ovunque e ogni volta che ne hai bisogno”. Da sempre Elon Musk, a livello di marketing, presenta la sua azienda con fare filantropico, per portare internet a tutto il pianeta, anche nelle zone più isolate. Permette di aiutare i paesi in via di sviluppo, per scopi medici, agricoli e umanitari. Ma oltre la facciata aziendalista, è difficile non leggerci lo sfruttamento di una risorsa comune – lo spazio – a vantaggio di un interesse privato.
Lo spazio sembra grande e vuoto, in fondo di nessuno, ma in realtà è un patrimonio dell’umanità. Anche l’UNESCO, tramite la Declaration in Defence of the Night Sky and the Right to Starlight del 2007, riconosce l’accesso al cielo notturno come un diritto inalienabile per l’umanità. E questo è vero sia per ragioni culturali ed ecosistemiche, quanto per ragioni scientifiche. Fin da quando si parla di megacostellazioni le principali istituzioni scientifiche e astronomiche si dimostrano preoccupate. L’Unione Astronomica Internazionale ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in cui si parla di interferenze alle frequenze visibili e in quelle radio, costringendo gli astronomi a programmare le osservazioni in base alle orbite dei satelliti o a rimuoverne la traccia tramite sofisticati algoritmi. Un tema ritenuto così rilevante da aver portato la IAU a fondare anche lo IAU Centre for the Protection of the Dark and Quiet Sky. Starlink si è impegnata a ridurre e mitigare gli effetti dei suoi satelliti, ma si tratta di una soluzione parziale, ancor più visto il numero di satelliti previsti per il futuro.
Se inizialmente Starlink era in perdita, oggi con 10 milioni di iscritti raggiunti a febbraio del 2026, oggi – dice l’azienda – è in positivo e cresce ogni anno di più. Ma oltre l’interesse economico è importante sottolinearne anche il peso politico. Starlink è stato usato ampiamente nell’invasione Russa in Ucraina, a vantaggio della popolazione ucraina, ma non è stato dato in supporto alla popolazione palestinese durante l’invasione israeliana. Musk ha poi offerto Starlink alla popolazione iraniana, quando il governo ha bloccato l’accesso a internet. In alcuni casi, nella parentesi in cui Musk ha affiancato Trump nelle sue politiche, gli Starlink sono anche stati utilizzati come leva diplomatica. A prescindere da quel che si pensa di questi conflitti, è evidente che un’azienda privata come Starlink – o la sua versione militare Starshield – può avere un peso, anche decisivo, che faccia il gioco di una o dell’altra parte a seconda della direzione scelta dall’azienda e del megacapitalista di turno.
La domanda sorge spontanea: questo processo di privatizzazione dello spazio e delle sue ricadute terrestri, ci sta bene, oppure dovremmo ostacolarlo in qualche modo?
Luca Nardi