Quando uscì Il primo Diavolo veste Prada avevo 12 anni, ascoltavo in loop Californication dei Red Hot Chili Peppers – quell’assolo a tre minuti e 17 è senz’altro stato per me l’orgasmo ante litteram – portavo l’apparecchio e mi chiedevo cos’avrei fatto da grande senza sapere assolutamente niente del mondo e della vita.
Andai a vedere il film con le amiche, in un piccolo cinema di paese, e ne rimasi così tanto affascinata, entusiasta, colpita, illuminata – cercate il sinonimo che più vi piace – che il giorno dopo chiesi a mia madre di prenotare dal parrucchiere: la volevo anch’io la frangia di Andy Sachs, quella cosa che l’aveva trasformata da goffa a donna sicura di sé, idealmente in meno di un’ora. Ricordo che dopo aver visto Stanley-Tucci-Nigel-per-sempre tirare fuori un poncho dal guardaroba delle meraviglie e porlo a lei come fosse il Sacro Graal, ripescai di corsa dal fondo dell’armadio quello che mia zia mi aveva regalato l’anno prima – e che mai e poi mai mi sarei messa per uscire di casa perché era fucsia – e decisi di indossarlo con fierezza il primo giorno del nuovo taglio di capelli. Il caso aveva anche voluto che fosse in mio possesso uno strano cappello bianco di lana, che tanto somigliava alla gavroche in tweed – termini acquisiti con l’età – che Anne Hathaway indossa in una delle tante sequenze in cui la si vede attraversare la strada per andare in ufficio, dopo il restyling con tanto di stivali di Chanel, sì, proprio quelli. Ora io non so dirvi cosa gli altri pensarono di me quel mattino nel giardinetto fuori dai cancelli delle medie, ma so che quando scesi dalla macchina di mio padre e percorsi da sola quei 20 metri di vialetto per raggiungerli, con quel poncho fucsia, il cappello bianco e la frangia nuova di pacca, mi sentii invincibile. Probabilmente, se chiedessi a qualcuno dei miei vecchi compagni di dirmi come apparvi dall’esterno – e non lo farò non solo per amor di dignità ma perché nessuno ricorderebbe niente – la situazione risulterebbe ben più grottesca. Avessi una foto dell’outfit da allegare a questo articolo giuro che ve la darei in pasto, ma grazie a Dio ai tempi la vita era ancora priva di cellulari.
Nonostante le nostre vite siano state incredibilmente diverse e che siamo diventate donne incredibilmente diverse, i pianeti si sono allineati e hanno fatto sì che a vedere il sequel del film, io sia andata con quelle stesse amiche, vent’anni dopo. Definirei suggestivo l’essersi rese conto che metà sala non era ancora nata quando uscì il primo, e che le giovanissime sedute di fianco a noi di tanto in tanto sbloccavano il telefono per dare una scrollatina su
Instagram, che nel 2006 non era manco stato inventato. E vi assicuro che è stato ben più di un semplice a regà semo vecchie. È stata quasi una presa di coscienza mistica sul tempo che passa. E quanto.
Ma veniamo a noi. Il Diavolo veste Prada 2 non è niente di che, come la stragrande maggioranza dei sequel di film che, si voglia o no, hanno fatto un po’ storia. Pensavo meglio? Sinceramente no, mi aspettavo un film bruttino e ho visto un film bruttino. Mille rimandi al primo capitolo, a partire letteralmente dal primo frame, in cui la mano di Anne Hathaway spanna lo specchio del bagno mentre si lava i denti. Ma che il sapore di quello che stai per vedere sarà molto diverso da quello visto vent’anni fa, te ne accorgi subito: la protagonista tiene in mano uno spazzolino elettrico nero che nei supermercati italiani di solito è l’Oral B Vitality Pro, il color grading scelto in fase di post-produzione del film per questa scena è in toni gelidi, e col cavolo che c’è Suddenly I see – la colonna sonora di KT Tunstall – a incorniciare il volto di lei.
Il messaggio subliminale – per chi sa coglierlo – che ti tira una mazzata subito? La vita è amara, e ora lo sa anche Andy Sachs. Non a caso, a tipo quattro minuti dall’inizio del film, viene licenziata in tronco insieme a tutto il suo team per mancanza di fondi del giornale per cui lavora, e a comunicarglielo è una notifica del telefono – in fin dei conti, il Post ha scritto che “fonti di Condé Nast Italia, che hanno chiesto di rimanere anonime, hanno detto che l’azienda ha comunicato la chiusura alla redazione di Wired Italia dieci minuti prima di pubblicare il comunicato online”, quindi insomma, niente che non sia normale amministrazione. Spoiler a parte, per acchiappare la nostalgia di quelle come noi che erano in sala già la prima volta, i rimandi al primo film sono tanti: dalle cinture cerulee effettivamente identiche fino alla minestra di mais che a quanto pare continua a far ingrassare, dagli ormai passati alla storia stivali di Chanel, fino al consiglio qualunque cosa accada, non andare di sopra che Andy dispensa con grande tenerezza per se stessa al nuovo stagista che deve consegnare il Book a casa di Miranda. Nonostante questi maldestri tentativi, il film di per sé non lega neanche le scarpe a quello d’esordio – non che si sia mai pensato che lo avrebbe fatto – ma qualcosa fa. E cioè ti fa inaspettatamente riflettere su tutta una serie di questioni. Se il primo capitolo ti presentava un mondo sì faticoso e a tratti folle ma oggettivamente invidiabile – o almeno invidiabile da una me dodicennne – tanto che Meryl Streep, sorniona, verso la fine dichiarava Tutti vogliono essere noi, dopo aver visto il sequel, vien da chiedersi: ma chi è, di preciso, che vuole essere voi?

Perché quel noi, in cui adesso sto anch’io – sì, in effetti un sogno realizzato – è indiscutibilmente nella merda. Qualcuno ha detto che Il Diavolo veste Prada 2 è una lettera d’amore al giornalismo – tra parentesi il regista è figlio dello storico direttore del New York Times – e qualcun’altro che il film racconta in realtà la crisi dell’editoria. Io penso che ci dica molto più di questo, peccato che però sorvoli superficialmente le cose importanti.
Il film racconta di sicuro una crisi identitaria, incarnata dal personaggio di Meryl Streep che in questi due film passa da essere The Iron Lady a un’anzianotta con principio di Alzheimer che si svende per non avere troppe beghe da gestire. Della Miranda Priestly del 2006 non c’è rimasto assolutamente niente se non i cappotti – che comunque ora si appende da sola.
Oppure la crisi è incarnata da una Emily – Emily Blunt ti amiamo – che passa da essere quella che butta giù un cubetto di formaggio quando sente che sta per svenire perché perennemente a dieta, che passa da essere quella che avrebbe ucciso pur di fare quel lavoro, a un’arpia qualunque che sta ai piani alti di un grande brand e che, volendo, ha il potere di lasciare in mutande la realtà editoriale che tanto aveva amato. Perché, come lei stessa ci tiene a spiattellare in faccia all’ex capa Miranda Priestly, voi esistete solo se noi ve lo permettiamo. Concetto agghiacciante, ma spudoratamente vero per chiunque lavori in questo settore. E non c’è bisogno di essere nella redazione di Vogue per saperlo, qualunque realtà editoriale oggi campa esclusivamente se le viene permesso. Seduta accanto alla crisi identitaria, la crisi generazionale. E di due generazioni diverse.
A metà film Anne Hathaway, sempre bellissima ma oggettivamente un po’ botoxata, si trova a tu per tu con la nemesi Emily Blunt per un’intervista, e in un momento di fraterna sincerità in cui le due si raccontano in tre parole cos’hanno fatto negli ultimi vent’anni, la prima dice all’altra qualcosa tipo anch’io ho due figlie, e in questo momento sono in *e cita un posto newyorkese di cui non ho idea*; al che il personaggio di Emily Blunt la guarda in modo strano e l’altra è allora costretta a specificare che le figlie sono in effetti due ovuli congelati, ma che a lei piace pensarle come due bambine. Peccato che la scena duri meno di un minuto, perché il layering di discorsi da fare qui sarebbe ben complesso. Ma forse non è questa la sede.
L’altra generazione è quella ancor più giovane di Andy, quindi per capirsi quella dei ragazzi che nel secondo film ricoprono il ruolo che lei aveva avuto nel primo: gli stagisti ventenni. Questi esseri pressoché invisibili, abituati ad avere lo stesso rilievo sociale di un bidet: ignorati finché non servono. L’unica differenza sostanziale tra quelli nel film e quelli che noi siamo stati o con cui abbiamo a che fare in ufficio, è l’élite da cui provengono. Nel film sono nominate nientemeno che Yale, Cornell e Harvard – la crème de la crème dell’Ivy League americana – come atenei di provenienza delle ultime ruote del carro della redazione – e anche qui ci sarebbero da dire tante di quelle cose. Ma nonostante le loro possibilità dorate, questi ragazzi sono lì pronti a farsi spremere come arance fuori dall’Acropoli di Atene ad agosto (una delle spremute più buone mai bevute). Ecco, questo è un dettaglio del film splendidamente anacronistico. Perché i ventenni di oggi col cazzo che si fanno sfruttare così, e non ci pensano manco per sbaglio a fare le 22 in ufficio. Posso dire? Che meraviglia. Questo costrutto sociale che a noi ci ha dilaniati e che forse continua pure a farlo è finito, e il film questo, purtroppo, non lo dice.
E veniamo alla tanto invocata crisi dell’editoria – periodica, non libraria. Mentre Meryl Streep ascolta inerme consulenti che le dicono che presto tutto sarà fatto con l’intelligenza artificiale, il problema più grande che Andy Sachs si trova a dover gestire è che i suoi pezzi, avvincenti e meravigliosamente scritti, non rendono felice il capo perché non li clicca nessuno. La gente non legge, scrolla. E mentre scrolla non trova evidentemente quel rettangolino abbastanza “catchy” da interrompere il flusso cliccandoci sopra. E quindi Andy è in crisi perché non capisce cosa dare ai lettori. Il punto, lei stessa coglie, è che non ci sono più i lettori come li intende lei, ci sono gli utenti digitali. E gli utenti digitali il tempo e la voglia di uscire dallo scroll e prendersi dieci minuti per leggere quello che Andy scrive, non ce l’hanno – e neanche provano a trovarlo. Questo è il grande tema. Che tolte le versioni cartacee che compra solo chi è davvero affezionato alla tal rivista, il resto è su schermo.
E come dice Nigel – uno Stanley Tucci invecchiatello ma sempre in gran forma – tutto si riduce a produrre contenuti cliccabili dalla gente mentre fa pipì. Bene o male noi tutti questo facciamo. Questo stesso articolo, se è fortunato, verrà letto da poche persone rispetto al numero che si imbatterà nel suo post Instagram. E quindi ci sarà da pensare a come renderlo un carosello appetibile. Il concetto di carosello, non a caso, nel film viene evidenziato più di una volta come un discreto problema. Ve lo ricordate l’adagio secondo cui non si giudica un libro dalla copertina? Ecco, un post Instagram è di fatto la copertina di un articolo, e sì, la gente giudica eccome da quella e basta. Perché per quanto possa essere buono un pezzo, se la sua copertina social non tira a sufficienza, andrà nel dimenticatoio insieme a tutto il resto del marciume. Questa è la vera crisi dell’editoria. E ci facciamo i conti tutti i giorni.
Sia chiaro, le amiche che erano in sala con me (entrambe le volte) e che nella vita fanno tutt’altro, non sono state minimamente toccate da tutti questi spunti di riflessione e non li hanno neanche troppo colti, perché probabilmente o sei addetto ai lavori oppure scivolano via, come i problemi di ogni settore. Quindi la lettura di tutto ciò è sicuramente molto personale e legata al lavoro che faccio. Ma di certo se la me dodicenne fu in qualche modo ispirata da Il Diavolo veste Prada, la me trentaduenne fa un cenno di assenso al sequel perché sì, è tutto tristemente vero.
Beatrice Galluzzo