In una scena de La verità è che non gli piaci abbastanza – il film-Bibbia del 2009 che ha chiarito le idee sul dating almeno a una generazione – tra gli scaffali del supermercato una Drew Barrymore esasperata si lamenta con l’amica Scarlett Johansson della complessità dell’interazione tra i sessi. Le dice, e riporto fedelmente perché il concetto è fondamentale, “Io rimpiango i giorni in cui c’erano solo un numero di telefono e una segreteria telefonica, e in quella segreteria telefonica c’era una cassetta, e su quella cassetta o c’era un suo messaggio o non c’era. Adesso invece devi correre a controllare tutti i portali solo per sentirti rifiutata da sette tecnologie diverse”.
La sceneggiatura del film era basata sull’omonimo libro pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2004. Facebook è stato rilasciato al grande pubblico nel 2006. Ciò significa che l’esasperazione dei protagonisti – perché sono esasperati praticamente tutti – era ante litteram. Perché quello che Drew Barrymore racconta durante lo stesso sfogo all’amica – “Una volta un uomo mi ha lasciato un messaggio vocale in ufficio, così l’ho chiamato a casa, lui mi ha mandato un’e-mail sul Blackberry e io un sms sul cellulare, lui ha risposto con un’e-mail al mio indirizzo privato, e così è sfumato tutto” – per noi equivale a leggere dei rituali di una tribù che vive su una remota isola del Pacifico. Nessuno ci lascerebbe mai un vocale sulla linea telefonica dell’ufficio (e viceversa), nessuno ci manderebbe mai un’e-mail o un sms (e viceversa), il telefono fisso a casa non ce l’ha praticamente più nessuno, e il Blackberry è fuori commercio da un decennio.
Ma nonostante questo, noi stiamo messi meglio di Drew Barrymore?
Nel 2024 la CEO e fondatrice di Bumble Whitney Wolfe Herd disse che il futuro dell’app che aveva creato sarebbe stato quello di usare l’intelligenza artificiale per farle fare il lavoro sporco. Ovvero quella sistemica rottura di coglioni che risiede nel parlare del più e del meno con qualcuno – senza poter essere neanche troppo diretti per non spaventare – nella speranza di cogliere dalle briciole il tanto agognato livello di compatibilità. Spoiler: la compatibilità, quella reale, si costruisce nel tempo di un rapporto a due, con tutta la mancata pazienza e i compromessi storpi del caso. Cercare di capire da una manciata di domande – peraltro poste da un te artificiale a un altro te artificiale – se una persona può o non può matchare con noi è a tutti gli effetti una bella cazzata. E cercare di ridurre tutto a questo, di cosa sa se non di pigrizia? Perché a quanto pare la voglia di prendersi la briga e il tempo di scoprire una persona layer dopo layer dopo layer – ovvero in fin dei conti trauma dopo trauma dopo trauma – latita, e latita perché è davvero una gran fatica. Ci siamo abituati a essere comodi in tutto, e l’amore di per sé è una delle cose più scomode a cui riesco a pensare.

Qualche giorno fa, a seguito di un annuncio fatto a marzo, sempre la fondatrice di Bumble ha raccontato in un’intervista ad Axios che è chiaro che il modello tradizionale delle dating app stia morendo di stenti. Dopo anni di swipe, gli utenti – a quanto pare soprattutto la Gen Z – sarebbero sempre più stanchi, frustrati e disillusi dall’esperienza del dating online, ed è per questo che Bumble si accinge a una profonda trasformazione basata sull’intelligenza artificiale. L’app introdurrà un assistente AI chiamato Bee – per chi non l’ha colta: Bumble Bee – pensato per aiutare gli iscritti a costruire profili più efficaci e autentici, mettendo però al bando un eventuale assist su foto profilo e messaggi. L’obiettivo, secondo la CEO, è usare l’intelligenza artificiale per rendere le relazioni più umane – no non è una barzelletta – facilitando incontri reali e connessioni di qualità. A quanto pare se il mio Io artificiale parla prima col tuo Io artificiale, forse poi io e te ci capiamo meglio. Utopia? No, solo il 2026.
Ma parliamoci un attimo chiaro ragazzi. Parliamo di sesso, quello occasionale, quello che ci piace tanto. Ho visto gente cercare sesso su Tinder come si cerca parcheggio il venerdì all’ora dell’aperitivo, ma non accorgersi di chi li guarda con un certo languore da un metro più in là. Anche volendo togliere l’amour dall’algoritmo per far spazio al coito mordi e fuggi, che cambia? Perché siamo onesti, c’è una bellezza feroce nell’incrociare lo sguardo di qualcuno mentre siamo fuori nel mondo, tenerlo abbastanza a lungo da avere il sentore che qualcosa in voi aderisca alla causa che manco Greenpeace, e ritrovarsi a sentire che le dita non trovano pace in nessun posto che non siano gli incavi più remoti dei nostri corpi. Senza dover parlare, senza doversi chiedere che lavoro fai o se ti piace il cinema. Quello che vogliamo sono le mani addosso – in senso buono, ça va sans dire. Come può uno swipe sostituirsi a questa roba? E sia chiaro, un incontro galante rimediato su Bumble o chi per lei ce li può pure regalare un paio di orgasmi, questo non lo nega nessuno. Ma è come ordinare su Glovo. Bello, ma mai come aver alzato il culo per andare in un ristorantino che passandoci davanti ci era sembrato interessante.
Pur stabilendo che noi siamo sicuramente i più sfigati di tutti, la storia di questa involuzione relazionale è ben più vecchia di noi. Nel 1959, a Stanford, Jim Harvey e Phil Fialer usano l’IBM 650 – il primo computer prodotto in serie al mondo – per un progetto di matchmaking che ribattezzano Happy Families Planning Service. Non era altro che un esperimento universitario, basato su questionari e schede perforate, ma che mostrava già tre elementi chiave: il questionario, l’idea di compatibilità computabile e il fascino sociale della macchina. Nel ‘64, nel Regno Unito Joan Ball fonda il St. James Computer Dating Service come estensione della sua agenzia matrimoniale a Londra. Questa trovata, a lungo oscurata da narrazioni americane più note, è cruciale. Perché Ball intuisce che il computer può rendere più efficiente un mestiere che già esisteva, e cioè quello della mediazione matrimoniale. Non è più un giochetto universitario, è un servizio commerciale per persone realmente in cerca di un partner. L’anno dopo a Harvard nasce Operation Match, considerato il primo grande servizio americano di computer dating. Per la prima volta vengono utilizzati questionari che includono classe sociale, atteggiamenti sessuali, reddito familiare, intelligenza, autovalutazione estetica e peso. E da lì, tra anni Settanta e Ottanta prendono il volo agenzie, annunci, videotape e servizi telefonici: qualunque sia la tecnologia messa in campo, il succo è la normalizzazione progressiva dell’idea di cercare un partner attraverso un intermediario.
Nel ‘95 Match.com porta il personale romantico dentro l’internet commerciale, e nel 2009 Grindr lancia la svolta per uomini gay, bisessuali e queer. Ormai è un’app, e usa la posizione per segnalarti profili vicini, abbattendo il passaggio web-desktop e spostando l’incontro nello spazio urbano immediato. Questo cambia la temporalità del dating: non più soltanto profili da cercare, ma persone che – se ti va bene – puoi incontrare da lì a un’oretta. Sul mercato dal 2012, solo Tinder dichiara oggi oltre 630 milioni di download, oltre 100 miliardi di match – siamo 8 miliardi, 100 miliardi di match – e circa 50 milioni di utenti mensili. E in tutto ciò, un fattore – che è una roba a metà tra una giostra e una trappola – è degno di nota: il mercato globale delle app per appuntamenti dichiara di mandare avanti la baracca per aiutare le persone a intessere relazioni – presupponendo che una volta che ne hai trovata una, smetterai di utilizzare determinati servizi almeno finché quella dura – ma guadagna quando tu resti, torni presto, fai di tutto per migliorare la tua posizione competitiva e soprattutto paghi per ridurre le tue probabilità di fallimento.
Ma di cos’è, vi chiedo, che abbiamo realmente paura? Chi vuole salvarsi in corner dalle smagliature sull’ego ti dice che non è questione di paura ma di tempo, che chattare su un’app con tot persone insieme ti dà la possibilità non solo di ottimizzare – e solo su questo ci sarebbe da scrivere un libro più che un articolo – ma di trovare qualcuno più agilmente nella cornice delle nostre frenetiche vite. Che se la vita è perlopiù lavoro-lavoro-lavoro, non è che resti poi questo gran margine per le pubbliche relazioni orizzontali (e sentimentali, in caso di upgrade). Tralasciamo in questa sede che qui sarebbe forse il caso di spingersi un attimo più in là e azzardare che se la vita che viviamo ci preclude il senso stesso della vita, forse i discorsi da fare sono altri e vengono ben prima di questi. Ma anche lasciando questo da parte, io credo che la risposta alla domanda stia in quelle poche righe di copione affidate alla bocca della buon vecchia Drew Barrymore. Se ci togliamo dalla superficie delle cose – e Dio Santo quanto ci piace starci – è essere rifiutati, è il fallimento. È il palazzo di diciotto piani che tiriamo su tutt’intorno, per non sentirci mai dire da qualcuno che non siamo abbastanza alti. E vogliamo così tanto evitare che ci succeda, vogliamo così tanto evitare di non sentirci efficaci, che per farlo siamo disposti anche ad affidare la scelta di un partner all’intelligenza artificiale. Bumble Bee ci ha visti per quello che siamo, e ha vinto tutto.
Beatrice Galluzzo