Dieci anni fa, quando i modelli linguistici di grandi dimensioni erano ancora degli esperimenti da laboratorio, un imprenditore di nome Sam Altman annunciò l’avvio di uno studio a lungo termine sul reddito universale di base (spesso abbreviato con UBI, universal basic income). All’epoca Altman, che oggi tutti conosciamo come co-fondatore di OpenAI, era il presidente di YCombinator, la più famosa acceleratrice di startup della Silicon Valley: lanciando lo studio, Altman pensava che presto ci saremmo trovati in “un mondo in cui la tecnologia rimpiazza i lavori esistenti, e un reddito di base diventa quindi necessario”.
Lo stesso anno Elon Musk, che all’epoca aveva ancora un’ottima reputazione, disse che l’UBI gli sembrava inevitabile, considerata l’automazione in arrivo. Quattro anni dopo un altro imprenditore tech, Andrew Yang, avrebbe costruito un’intera campagna presidenziale intorno a questa idea. Ma il terreno era già fertilissimo: il reddito universale di base – di solito definito come un pagamento mensile universale, erogato dallo stato a tutti i cittadini senza altre condizioni – sembrava l’unica politica utile a mettere d’accordo trasversalmente libertari di destra, progressisti, miliardari con velleità filantropiche e shitposter che sognavano la piena automazione e condividevano meme su Mark Fisher in gruppi Facebook di nicchia. Sembrava solo questione di tempo. Poi è successo qualcosa di strano.
Negli ultimi quattro anni, dal lancio al pubblico della prima versione di ChatGPT nel settembre del 2022, un sacco di persone hanno effettivamente cominciato a perdere il lavoro. Il CEO di Klarna, Sebastian Siemiatkowski, ha dichiarato che l’IA lo ha aiutato a ridurre il personale del 40%. Marc Benioff ha attribuito a degli agenti IA la causa del taglio di 4.000 ruoli tagliati in Salesforce. Accenture ne ha eliminati 11.000 citando l’IA come motivazione esplicita.
I settori colpiti o sotto pressione sono ormai trasversali, e vanno ben oltre la manifattura, che era il target immaginato nelle discussioni degli anni Dieci. I tagli più visibili riguardano il tech, ma la contrazione tocca anche finanza, customer service, logistica, diritto, contabilità e, in misura crescente, il giornalismo cosiddetto “di base”: cronaca, riassunti sportivi, report finanziari, lanci d’agenzia. Un working paper della Harvard Business School aggiornato nell’agosto del 2025, basato sull’analisi di quasi tutte le offerte di lavoro americane tra il 2019 e il 2025, ha evidenziato che le maggiori riduzioni nelle posizioni aperte si concentrano proprio in finanza e tecnologia, cioè nei settori che fino a pochi anni fa sembravano più al riparo dall’automazione.
La situazione, insomma, è esattamente quella che nel 2016 aveva convinto Altman e Musk del fatto che il reddito di base fosse inevitabile. Le discussioni a riguardo, invece, sembrano essere sparite completamente dall’agenda politica.
Per essere precisi, l’idea di garantire a ogni cittadino un’entrata di base precede di molto gli anni Dieci del Ventunesimo secolo. Già nel 1797 il rivoluzionario britannico Thomas Paine propose in un famoso pamphlet che lo stato compensasse con un pagamento diretto tutti i cittadini per la privatizzazione della terra, che aveva storicamente impedito alle persone di procurarsi il cibo da sole. Il sociologo americano G.D.H. Cole coniò il termine «reddito di base» nel 1935, ma ci sarebbe voluto fino al 1971 perché la proposta arrivasse per la prima volta alla Camera dei rappresentanti statunitense. A sostenere la proposta c’erano nomi intellettualmente molto distanti tra loro come il keynesiano James Tobin e il libertario Milton Friedman, e l’anno successivo sia Richard Nixon che il candidato democratico McGovern portarono avanti proposte simili in campagna elettorale.

Per un attimo, il reddito di base era sembrato inevitabile, ma la proposta non aveva una forte base di sostegno popolare al di fuori del movimento per i diritti dei poveri, che negli Stati Uniti dell’epoca era piuttosto di nicchia, e i politici la lasciarono man mano perdere. Poco dopo sarebbero stati eletti Reagan e Thatcher, si sarebbe diffusa la retorica secondo cui le misure di welfare incentivano l’ozio e la dipendenza dallo stato: per trent’anni, fino agli anni Dieci del Duemila, a tenere in vita l’idea sarebbero stati soprattutto accademici e ricercatori che si incontravano in convegni poco frequentati.
Il tema è poi tornato di moda nella Silicon Valley, in apparenza partendo proprio dalle preoccupazioni esposte nel 2016 da Altman e Musk: la paura che l’automazione avrebbe eliminato posti di lavoro in un brevissimo lasso di tempo e su una scala gigantesca. Chris Hughes, cofondatore di Facebook, si mise a finanziare ricerca e attivismo sul tema. Götz Werner, fondatore della catena di farmacie tedesca DM, l’ha sostenuta pubblicamente per anni.
Qua e là cominciarono a diffondersi i primi programmi pilota in Finlandia, in Kenya con la ONG GiveDirectly, in Ontario, a Stockton in California, nei Paesi Bassi, in Germania. Nel 2020, durante la pandemia, diversi governi hanno distribuito ai cittadini aiuti diretti che somigliavano molto, almeno nella forma, a un UBI temporaneo di emergenza.
Era il momento di massima visibilità dell’idea, anche in Italia, dove già prima della pandemia il primo governo Conte introdusse il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. La misura aveva delle ambizioni comunque decisamente limitate rispetto a un reddito universale di base vero e proprio, dato che era condizionato alla ricerca attiva di lavoro, a soglie di reddito e patrimonio, e prevedeva una serie di obblighi per i beneficiari, ma nel dibattito pubblico venne comunque spesso presentato, dai suoi sostenitori, come un passo nella direzione giusta: alla sua introduzione, il vicepremier Luigi Di Maio lo definì «l’abolizione della povertà». Non ha mai funzionato veramente come promesso, e nel 2023 è stato abolito dal governo Meloni, che lo ha sostituito con prassi più frammentate e condizionate.
Oggi in Europa la preoccupazione non è tanto come redistribuire la ricchezza prodotta dall’IA, ma come assicurarsi di ottenere una quota sufficiente di questi ricavi, dato che al momento gran parte dei ritorni economici sono statunitensi o cinesi. Per un paese come l’Italia, con un debito pubblico tra i più alti d’Europa e un’economia sommersa che rende difficile anche solo quantificare la base fiscale, la prospettiva è ancora più complicata. L’UBI come proposta politica è praticamente assente dal dibattito pubblico, e nonostante i timori per l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro e sull’occupazione impiegatizia siano diffusi, il salario minimo continua a essere sostanzialmente bloccato.
Nella Silicon Valley, dove l’entusiasmo fino a qualche anno fa era palpabile, qualcosa ha cominciato a cambiare quando i dati dei progetti pilota hanno iniziato a rivelare cose scomode.
Lo stesso pilot di OpenResearch che aveva aumentato l’autonomia e la stabilità finanziaria dei partecipanti ha infatti anche prodotto un risultato più difficile da digerire per chi lo aveva finanziato: i beneficiari lavoravano in media una settimana in meno all’anno rispetto a chi non riceveva nulla. Per gli investitori e i manager della Silicon Valley, questa è stata la prova che il reddito di base rende le persone pigre, perché meno motivate a lavorare. C’è, naturalmente, un modo completamente diverso di leggere lo stesso dato, ovvero che le persone non erano demotivate, ma semplicemente meno disposte ad accettare qualsiasi condizione lavorativa pur di sopravvivere. Per convincerle a lavorare quella settimana in più, insomma, sarebbe stato necessario offrire più soldi, o quanto meno dei benefit.
Nessuno l’aveva mai esplicitato, ma il sottotesto dell’entusiasmo californiano nei confronti dell’UBI era che la misura sarebbe stata necessaria come cuscinetto per stabilizzare una sottoclasse permanente di persone rese inoccupabili dalla tecnologia, non come uno strumento per rafforzare la posizione contrattuale dei lavoratori. Il fatto che l’UBI non fosse soltanto un premio di consolazione per chi rimane senza lavoro, ma anche una potenziale leva negoziale per chi lavora già, dal loro punto di vista non era promettente.
Per le persone che avevano partecipato ai progetti pilota, però, sì: a prescindere dal paese, i dati concordano nel mostrare che ricevere un reddito di base riduce l’ansia, migliora la salute mentale, aumenta la fiducia nelle istituzioni e lascia più tempo e spazio per investire ulteriormente nella propria formazione. L’esperiamento che si è svolto in Finlandia tra il 2017 e il 2018, per esempio, viene spesso citato come prova di fallimento perché il governo di centrodestra non lo rifinanziò alla scadenza, ma produsse in realtà risultati incoraggianti: non ci furono degli effetti significativi sull’occupazione, ma i partecipanti riportarono miglioramenti netti nel benessere percepito e nella salute mentale. Il pilot tedesco analizzato dal DIW Berlin nel 2025 — in cui 122 persone ricevettero 1.200 euro al mese per tre anni — non ha rilevato nessun ritiro dal mercato del lavoro né riduzioni statisticamente significative delle ore lavorate, e ha registrato gli stessi miglioramenti sulla salute mentale, oltre a una lieve crescita della partecipazione ad attività di formazione. Il pilot di OpenResearch ha aumentato l’autonomia e la stabilità finanziaria dei partecipanti.
Nonostante queste evidenze, oggi di UBI si parla poco, e quasi mai usando il termine preciso: le proposte che circolano sono tutte in forma indiretta. Ad aprile OpenAI ha pubblicato un documento di politica industriale in cui immagina un fondo statale alimentato dai profitti dell’IA e distribuito ai cittadini. Un candidato democratico a New York, Alex Bores, ha proposto un «AI dividend» che scatterebbe solo nel momento in cui la sostituzione del lavoro umano diventasse documentabile. E Andrew Yang ha ripreso a girare per convegni per spiegare che una qualche forma di reddito universale sarà necessaria, senza però spendersi troppo su proposte concrete.
Il caso più paradossale è forse quello di Dario Amodei, CEO di Anthropic, che l’anno scorso si è detto favorevole all’introduzione di una «token tax»: una percentuale (il 3%, ha suggerito) applicata a ogni ricavo generato dall’uso commerciale dei modelli IA, il cui gettito fiscale verrebbe redistribuito dallo stato. “Ovviamente non è nel mio interesse economico”, ha detto. “Ma penso che sarebbe una soluzione ragionevole al problema”.
La sua e quelle degli altri potrebbero sembrare proposte che si avvicinano a sufficienza al reddito universale di base, ma che hanno in realtà una caratteristica in comune: sono pensate come meccanismi di redistribuzione gestiti dall’alto. Un reddito di base che permette a qualcuno di rifiutare un lavoro mal pagato, o di scioperare senza precipitare nella povertà, è uno strumento di potere per i lavoratori. Una percentuale dei ricavi IA che finisce in un fondo statale è invece uno strumento di gestione del consenso. E non è una coincidenza che ormai solo una delle due venga realmente discussa.
Viola Stefanello