Nel suo ultimo saggio, Internet non è un posto per femmine, edito da Einaudi, Silvia Semenzin condivide alcuni episodi che l’hanno portata a diventare quel che è oggi. Ci racconta che durante gli anni del dottorato a Milano, mentre studiava gli immaginari sociotecnici della blockchain, frequentava alcuni ambienti dell’hacktivismo italiano, dove si parlava di sorveglianza, privacy, anonimato e libertà della rete: “ci ritrovavamo in una decina in una saletta spoglia e impregnata di fumo del Macao (celebre centro sociale milanese, Ndr)”. Le cose cambiarono quando Semenzin cominciò a occuparsi più da vicino di violenza di genere online e di regolamentazione delle piattaforme: “Qualcuno mise in giro la voce che io fossi in realtà “una nemica di internet” e che la mia battaglia contro la condivisione non consensuale di materiale intimi minacciasse la libertà di rete e l’anonimato.”
“L’ultima sera che mi presentai alle riunioni, di fronte alle mie osservazioni sul paradosso di parlare di libertà di espressione online, considerando che per molte donne significava esporsi a molestie e minacce quotidiane, un tizio si alzò di scatto e mi guardò paonazzo: ‘Il codice è neutrale! Imparate a usarlo per proteggervi!’. Per me fu una rivelazione. Compresi in quell’istante che tutto ciò che veniva presentato come ‘neutrale’ non era che il volto pulito di un processo sistematico di cancellazione del non-maschile.”
È intorno a questa idea che si costruisce il saggio: internet non è, e non è mai stato, uno spazio neutro. È un ambiente attraversato da rapporti di potere, interessi economici, gerarchie di genere e modelli di business che spesso mettono al centro il profitto più che la sicurezza di chi lo abita. Oggi questa opacità è sempre più evidente, anche nelle cause e nelle audizioni che coinvolgono i vertici delle grandi piattaforme; ma per molte donne, persone queer e soggettività esposte, la non-neutralità della rete è un dato di esperienza da molto tempo.
Sociologa digitale, ricercatrice e attivista femminista, Semenzin si occupa da anni di violenza di genere online, misoginia digitale e responsabilità delle piattaforme. Nel 2018 è stata tra le promotrici di #IntimitàViolata, la campagna che ha contribuito all’introduzione in Italia del reato di diffusione non consensuale di immagini intime, dopo aver vissuto in prima persona quell’abuso (per fortuna non si fece fermare da quelli che erano un tempo i suoi compagni di hacktivismo).
Internet non è un posto per femmine però non parla soltanto di violenza. È anche un tentativo di recuperare le possibilità politiche della rete: il cyberfemminismo, le comunità digitali, l’educazione sessuale online, gli spazi in cui internet è stato, e può ancora essere, un luogo di libertà, relazione, organizzazione e amore. A qualche mese dall’uscita del libro, ne abbiamo parlato insieme.
Nel libro emerge che la storia di internet è legata alla subordinazione e alla sessualizzazione delle donne: dal non riconoscimento del loro lavoro nella programmazione, fino alle piattaforme pornografiche che sono state un laboratorio precoce di monetizzazione, distribuzione e marketing che ha portato all’internet delle aziende che conosciamo oggi. In questa storia emergono anche dei momenti in cui internet – penso al cyberfemminismo- è stato pensato come uno spazio fluido, dove poter realizzare una società migliore e più libera dalle gerarchie e dai vincoli di genere e di identità. Oggi un internet più libero, guidato dall’amore è la tua battaglia. Nella tua esperienza online quali sono stati gli “spazi” in cui ti sei sentita libera di esprimerti? Dove trovi o vedi oggi questa libertà?
Internet non è solo uno spazio di oppressione e potere, ma anche di sperimentazione e contropotere, tutti elementi che insieme hanno contribuito a modellare gli spazi digitali moderni. Nella mia esperienza ci sono state quindi anche molte esperienze positive all’interno rete, come i primi forum e i primi social media, che mi hanno permesso di esplorare i miei interessi e conoscere persone al di fuori della mia cerchia, fino ad arrivare all’uso odierno che io faccio delle piattaforme, che ancora continua a permettermi di connettermi con persone nuove e a me affini, così come – al netto di censura e shadowbanning – di far conoscere il mio lavoro all’esterno. Tra le esperienze più felici ricordo sicuramente il progetto Virgin & Martyr, portato avanti per cinque anni insieme a colleghe straordinarie, con cui abbiamo portato l’educazione sessuale, socio-emotiva e digitale su Instagram e nelle scuole italiane. Il progetto si è poi fermato per mancanza di fondi e per l’ostilità che il nostro Paese continua a mostrare verso questo tipo di iniziative, ma è stato comunque game changer, perché mi ha consentito di conoscermi più a fondo e di intrecciare i miei studi sulla violenza con prospettive sex-positive, intersezionali e inclusive.
Nel saggio riporti dei dati piuttosto inquietanti sul sistema di raccomandazione dell’algoritmo, che contribuisce quotidianamente al rafforzamento della “manosfera”. Penso ad esempio allo studio del 2024 che hanno condotto delle ricercatrici dell’università di Dublino sull’algoritmo di Tiktok e Youtube, rilevando che gli account degli adolescenti maschi vengono esposti a contenuti misogini entro i primi 23 minuti di navigazione. Parli di meccanismi simili per le donne, la “femosfera”.
Mi sono occupata di osservare come gli algoritmi di raccomandazione privilegino oggi espressioni della maschilità e della femminilità che rafforzano gli stereotipi di genere e contribuiscono a plasmare la nostra espressione digitale. Esempi di questa dinamica si ritrovano sia nelle forme più estreme della manosfera e della femosfera, come gli incel, gli alpha male o le tradwife, sia nelle forme più soft e impercettibili, incarnate da creator che raccontano la propria quotidianità attraverso estetiche e narrazioni ostili al femminismo e alla parità di genere, oppure che ribadiscono l’importanza di aderire agli stereotipi di genere e a visioni tossiche delle relazioni romantiche. Trend digitali come, ad esempio, “il malessere” su TikTok, di cui si è occupato il sociologo Roberto Graziano, raccontano molto bene quanto le persone giovani continuino a romanticizzare i ruoli di genere patriarcali e un’idea dell’amore fondata sul possesso. Per me è importante imparare a riconoscere queste sfumature, per non lasciare che siano gli algoritmi a educarci alle relazioni di genere e alla sessualità.
A circa sei mesi dall’uscita del libro, qual è la sua ricezione? Hai avuto feedback che non ti aspettavi? Che accoglienza ha avuto nel pubblico maschile?
Sono contenta della ricezione. Ho ricevuto moltissimo calore inaspettato, soprattutto da persone che non conoscevo o da cui non mi aspettavo un interesse per il libro. Penso, per esempio, a donne di cinquanta o sessant’anni che non avevano mai letto un testo femminista o un libro sulla tecnologia e che hanno trovato questa lettura utile per orientarsi nel contesto attuale o per avvicinarsi al femminismo. Da parte degli uomini, soprattutto quando il libro è stato annunciato e non era ancora uscito, continuo purtroppo a riscontrare una certa ostilità: alcuni di loro, leggendo soltanto il titolo, si sono sentiti chiamati in causa e mi hanno attaccata. Quelli che però hanno partecipato alle mie presentazioni si sono sempre mostrati molto rispettosi e aperti al dialogo. Ho ricevuto riscontri anche da lettori che hanno portato a termine una lettura completa e che si sono sentiti più alleati nella battaglia per la liberazione di Internet. Questo per me è importante, perché il femminismo è una questione che riguarda tutt*, non solo le donne.
Nel libro parli di diverse forme di violenza di genere online, anche a partire dalla tua esperienza. Quando una persona subisce questo tipo di trattamento su internet in Italia, quali sono i primi passi da fare e a chi può rivolgersi?
In Italia, purtroppo, siamo ancora indietro sul fronte delle tutele legali per chi subisce violenza digitale. Disponiamo di normative specifiche soltanto per la diffusione non consensuale di immagini intime e per i deepfake, anche se queste continuano a essere in larga parte costruite attorno all’idea di “revenge porn”. Presto, però, dovremo recepire la Direttiva europea sulla violenza contro le donne, che obbligherà gli Stati membri a tipizzare quattro forme di violenza digitale: l’incitazione all’odio online, le cybermolestie, il cyberstalking e la diffusione non consensuale di materiale intimo, compresi i deepfake. In ogni caso, mentre attendiamo questi aggiornamenti normativi, il mio consiglio è sempre quello di rivolgersi ai centri antiviolenza, che oggi in Italia rappresentano ancora la principale garanzia di un supporto legale e psicologico competente, non giudicante e attento alle questioni di genere. In prospettiva, sarà importante sostenere anche i CAV nel dotarsi di competenze e strumenti tecnici per la rimozione dei contenuti online, come già avviene in altri Paesi.
Parlando di leggi, cosa pensi di una proposta come quella di proibire i social network ai minori?
Sono contraria a leggi censorie che cercano di implementare tecnosoluzioni per affrontare problemi che sono, prima di tutto, sociali. Il divieto di accesso ai social network per i minori è una toppa su un problema molto più ampio che rimane irrisolto, e cioè un’economia digitale fondata su modelli spesso poco etici e, in alcuni casi, deliberatamente tossici e violenti. Inoltre, chi vuole accedere a Internet troverà sempre un modo per farlo, e questo vale soprattutto per i minori, che spesso sono molto più abili degli adulti nel trovare soluzioni alternative (lo dimostra, per esempio, il caso dei ragazzi che hanno aggirato i sistemi di verifica dell’età nel Regno Unito per accedere a siti pornografici utilizzando baffi finti). Credo quindi che il punto non sia impedire l’accesso alle tecnologie, ma costruire un ecosistema digitale più sicuro, trasparente e rispettoso dei diritti delle persone che lo abitano.
A cosa stai lavorando in questo momento?
Continuo a lavorare su questa tematica sia da un punto di vista accademico sia politico. Sto scrivendo diversi articoli scientifici, mentre insieme alle reti femministe e per i diritti digitali lavoriamo affinché il problema venga regolamentato e preso con maggiore serietà dalle istituzioni. Ciò implica, ad esempio, chiedere una regolamentazione di spazi che non sono ancora adeguatamente scrutinati, come Telegram, che rimane un luogo privilegiato per la diffusione della violenza online contro le donne. Significa anche organizzarsi affinché, anche in Italia, si possa fare prevenzione attraverso l’educazione sessuale o tramite la creazione di piattaforme di supporto e tutela per le vittime. Ho molti altri interessi di ricerca sul tavolo, ma questo rimane quello per cui mi sveglio la mattina: il giorno in cui smetterò di occuparmene sarà il giorno in cui avremo risolto il problema, e mi auguro che arrivi presto.
Viola Giacalone