Da sempre l’umanità esplora nuovi territori. Cerca risorse, luoghi in cui insediarsi, terre da conquistare. A volte è bastato piantare una bandiera per appropriarsi di un luogo, altre volte sono iniziati conflitti, guerre e rivendicazioni territoriali che restano irrisolte per decenni o secoli. Ma come funziona nello spazio? Cioè, per dirla in altri termini, di chi è lo spazio?
Facciamo un salto indietro nel tempo, nel 1967. Siamo in piena guerra fredda, la corsa allo spazio è più accesa che mai. Blocco sovietico e blocco statunitense avevano già iniziato a riempire il cielo di satelliti artificiali e due anni dopo la NASA avrebbe piantato la prima bandiera sulla Luna, con la leggendaria missione Apollo 11. Proprio in questo contesto di rivalità, le principali potenze dell’epoca si riunirono attorno al tavolo per elaborare l’Outer Space Treaty, un trattato internazionale che regolamenta le attività delle nazioni nello spazio extra-atmosferico. Oggi i firmatari sono 138 in tutto, e comprendono tutte le principali potenze spaziali. Ma cosa prevede il trattato?
Innanzitutto che le attività nello spazio debbano essere condotte per interesse di tutta l’umanità, e non di una sola nazione: “lo spazio aperto deve essere provincia di tutta l’umanità” e gli astronauti ne sono gli ambasciatori. Nessuna nazione può proclamare la sovranità su alcun corpo celeste, cioè nessuno si può appropriare dello spazio. Nessuno può disporre armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in orbita o su altri corpi celesti: la Luna e gli altri corpi celesti devono essere utilizzati solo per scopi pacifici. Per finire, le nazioni devono evitare di contaminare altri corpi celesti e sono responsabili dei danni causati dai loro oggetti nello spazio.
Il fatto che nessuno possa appropriarsi di un corpo celeste, non implica però che questo non possa essere utilizzato. Per questo il principio non è in conflitto con la costruzioni di basi sulla Luna, come quelle previste dal programma Artemis. Rischia però di entrare in conflitto con le possibili future operazioni di asteroid mining. Da tempo si ragiona sulla possibilità di estrarre risorse preziose dagli asteroidi, come terre rare e metalli preziosi, per poi riportarle a terra: non sarebbe forse “appropriarsi di un corpo celeste”?

C’è da dire che l’Outer Space Treaty è un trattato di grande valore e da proteggere. Ma come ben sappiamo, nella pratica politica i trattati internazionali vengono spesso violati anche sulla Terra. Ovviamente ci sono dei problemi: sebbene siano vietate le armi di distruzione di massa e quelle nucleari, il trattato non esclude che si possano disporre armi convenzionali per esempio sulla superficie lunare: sarà davvero così improbabile immaginare un futuro fantascientifico in cui avremo esportato anche la guerra nello spazio? E’ innegabile che già oggi molti conflitti siano supportati dalla space-economy, come per esempio la geolocalizzazione fatta tramite satelliti per i bersagli dei droni militari.
Inoltre, sebbene le maggiori potenze spaziali abbiano ratificato il trattato, non tutti gli attori in gioco lo hanno fatto. All’appello mancano alcune nazioni, e ragionando sul lungo termine è possibile entreranno in gioco altri attori che decideranno di non vedere lo spazio in quei termini pacifici, e ciò potrebbe creare tensioni. Inoltre ci sono gli attori privati. Le aziende private come SpaceX non sono firmatarie del trattato: sono le nazioni di riferimento a dover rispondere delle loro attività, ma questa supervisione è spesso vaga e difficile da far valere.
A dirla tutta, anche le stesse conquiste spaziali vengono generalmente viste a fini propagandistici e sfruttate a livello politico per esaltare l’orgoglio nazionale: questo va contro il principio di spazio e degli astronauti come inviati di tutta l’umanità. Il primo passo di Armstrong sulla Luna fu “un piccolo passo per l’uomo e un grande passo per l’umanità”, ma al di là della retorica basata sugli stessi principi dell’Outer Space Treaty, quel passo fu americano perché portò il blocco statunitense a vincere la corsa allo spazio.
L’Outer Space Treaty non è quindi un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Su quello si devono basare altri trattati e leggi spaziali che possano svolgere davvero da amministratrici per la pace del futuro dell’umanità nello spazio.
Luca Nardi