Che il retro-web sia benedetto

a cura di Viola Stefanello
Che il retro-web sia benedetto

Un annetto fa, un elenco telefonico giallo ha cominciato ad apparire nelle storie Instagram di una serie di designer, accademici e intellettuali che seguo da anni. Sulla copertina c’era scritto Internet Phone Book, e si poteva comprare online e nelle librerie indipendenti di varie capitali europee fino ad esaurimento scorte. Al suo interno c’era, come ci si aspetterebbe, un elenco di numeri. Chiamarli dal cellulare, però, non servirebbe a nulla: accanto a ciascuno non c’è una persona da telefonare, ma un sito web personale da visitare.

Per arrivarci si digita il numero sul sito internet internetphonebook.net/dial: da lì si viene indirizzati a un’altra pagina internet, senza doverne trascrivere l’indirizzo per esteso. A ogni voce sono affiancati il fuso orario di chi gestisce il sito e il “peso” della pagina in kilobyte; ogni tanto un fiorellino segnala quelli che i curatori hanno trovato particolarmente belli. A realizzarlo sono stati Kristoffer Tjalve ed Elliott Cost, che da anni frequentano gli angoli meno battuti della rete.

L’Internet Phone Book è una porta d’ingresso comoda a un fenomeno che da qualche anno vive una piccola rinascita, e che a seconda di chi ne parla prende nomi diversi: indie web, small web, handmade internet, poetic web. Il programmatore Kevin Boone, che ne ha scritto sul proprio sito, li raccoglie tutti sotto l’etichetta retro-web. Comunque lo si voglia etichettare, si parla di una costellazione di siti personali costruiti dai loro proprietari più o meno da zero, dedicati a un argomento di nicchia o semplicemente alle passioni chi li ha creati, pensati per essere esplorati saltando da un link all’altro invece che scorrendo un feed deciso da un algoritmo.

“Pensiamo sempre alla storia di internet come a una progressione: prima c’era un web fatto di siti indipendenti tra loro, poi c’è stato il web 2.0, poi siamo passati dalla navigazione da desktop a quella da cellulare”, mi ha detto Tjalve, uno dei curatori dell’Internet Phone Book, al telefono. In realtà, però, il web dei piccoli siti eccentrici e personalissimi “non è mai sparito: semplicemente, si è allontanato temporaneamente dalla coscienza collettiva”.

Se non era sparito, allora, perché ci sembra di non vederlo più da un pezzo? C’entra soprattutto il fatto che, con la commercializzazione della rete e l’avvento dei social network, è approdata online un’enorme quantità di persone che non ha mai aperto un sito o un blog personale, e che ha conosciuto soltanto un internet rumoroso, costruito intorno a meccanismi commerciali dell’attenzione e lontano dall’idea di uno spazio in cui fermarsi a creare qualcosa di proprio. Nel frattempo le piattaforme hanno scoraggiato sempre di più il rimando a siti esterni, perché ogni link che porta via dal feed è tempo sottratto allo scorrimento, e via via che i collegamenti tra un sito e l’altro si diradavano il web fatto di pagine che si rimandano a vicenda è diventato più difficile persino da vedere.

Secondo Tjalve, se oggi molte persone – anche tra quelle che non avevano mai vissuto il web prima dei social network – sono di nuovo incuriosite dall’idea di esplorare siti internet piccoli e bizzarri, è in larga parte per via di un insieme di stanchezza e desiderio. “Penso che la gente sia parecchio stufa dei social media in ogni loro forma”, dice Tjalve. “Annoiata dai contenuti generati dall’intelligenza artificiale, e in cerca di qualsiasi cosa dia l’idea di essere un po’ più umana”. Negli ultimi mesi, per esempio, ha fatto molto parlare il sito Your AI Slop Bores Me, creato a marzo da Mihir Maroju, uno studente di diciassette anni di Puducherry, in India. Il sito funziona esattamente come ChatGPT, ma al posto di un modello linguistico risponde una persona vera, scelta a caso tra gli altri utenti connessi in quel momento. Per fare una domanda bisogna prima guadagnare crediti rispondendo alle domande altrui fingendo di essere un’AI, con sessanta secondi di tempo. Il sito ha raggiunto venticinque milioni di visitatori unici in poche settimane.

Quasi sempre, però, i sitarelli dell’indie web non nascono con un intento esplicitamente critico verso i social network o l’intelligenza artificiale: si limitano a offrire un’alternativa, e soprattutto a divertire le persone che li creano. C’è chi lega il proprio sito al mondo fisico: feral.earth, di Austin Wade Smith, gira su un piccolo server alimentato a energia solare e collegato a una stazione meteo, e sono le condizioni ambientali reali attorno a quel server — il vento, le maree, le fasi lunari, il sole che colpisce o no il pannello — a stabilire quali pagine si riescono ad aprire e quali restano per il momento inaccessibili; visitarlo tutto richiede circa quattro mesi.

C’è chi ha provato a fare del web uno spazio condiviso in tempo reale: One Million Checkboxes, di Nolen Royalty, era semplicemente una pagina con un milione di caselle da spuntare, solo che ogni casella spuntata cambiava nello stesso istante anche per tutti gli altri visitatori, il che lo trasformava in una specie di gioco collettivo tra sconosciuti. È rimasto online appena due settimane, nel 2024, prima che il suo creatore lo spegnesse. 

Poi, c’è chi usa il proprio sito come un diario meticoloso: su Consumed Today, l’autore che si firma con il nickname Shen registra ogni giorno tutto quello che “consuma” — non solo i pasti, fotografati uno per uno, ma anche ciò che legge, guarda e ascolta — costruendo un archivio intimo che soddisfa la curiosità un po’ guardona di chi ci capita. E c’è chi prova a sostituire un’esperienza con un’altra: One Minute Park, di Elliott Cost, raccoglie video di un minuto girati in parchi di tutto il mondo, e ne mostra uno diverso per ogni minuto della giornata, come per offrire una boccata d’aria a chi in un parco, in quel momento, non può andarci.

Sotto c’è un’idea precisa di cosa dovrebbe essere internet: non un canale televisivo da consumare passivamente, ma quello che Tjalve chiama una “tecnologia relazionale”, il posto dove si incontrano amici e amori e si capisce qualcosa di sé. Da dove si comincia, però, a scoprirlo e a contribuire ad animarlo?

Un primo problema è, naturalmente, che trovare questi siti non è immediato, se non si sa dove cercare. “Sicuramente non te li trovi sotto mano mentre scrolli sui social, ma spesso non appaiono nemmeno se fai una ricerca su Google”, dice Tjalve. La soluzione, dice, passa per il recupero di strumenti che sembravano superati. Ci sono intanto le directory cartacee come l’Internet Phone Book, in cui ogni sito compare perché è stato il suo autore a proporlo. “Non siamo noi a indicizzare internet: è internet che dice di voler far parte di questa cosa”, spiega Tjalve. Poi, esistono vari motori di ricerca pensati apposta per i siti personali, come Marginalia, che privilegia le pagine testuali e non commerciali, o Wiby, che pesca tra le pagine vecchio stile, scarne e un po’ rudimentali come quelle di vent’anni fa.

A questo si aggiungono piattaforme come Neocities e Nekoweb, servizi che permettono a chiunque di pubblicare gratis il proprio sito senza saperlo costruire da zero, e che mettono in vetrina anche quelli degli altri iscritti, così che dall’uno si finisce a curiosare nell’altro. E c’è Are.na, una specie di schedario online dove ognuno archivia in cartelle tematiche le cose che trova e può frugare in quelle altrui, che Tjalve indica come lo strumento che ha aiutato più di tutti a orientarsi.

Ma a tenere insieme tutto è soprattutto il link, lo strumento più antico del web. Molti siti personali ospitano un blogroll, cioè una lista di altri siti che il loro autore apprezza e segnala a chi passa di lì, così che da una pagina che piace si arriva a quelle dei suoi “vicini”, e poi ai vicini dei vicini. Altri aderiscono a un “web ring”, un gruppo di siti dedicati a uno stesso tema e collegati in cerchio, ognuno con un rimando al precedente e al successivo, in modo da poterli percorrere uno dopo l’altro senza passare da un motore di ricerca. E per seguire gli aggiornamenti dei siti che si sono scovati, senza affidarsi a notifiche o algoritmi, c’è l’RSS, una tecnologia del 1999 che raccoglie in un unico posto i nuovi contenuti pubblicati dalle pagine a cui ci si è iscritti.

Tjalve sottolinea che non è un fenomeno principalmente anglofono: in Europa, per esempio, da decenni esistono comunità che si radunano principalmente fuori dai social network, si incontrano, pubblicano libri e gestiscono i propri server, come servus.at in Austria, Varia a Rotterdam, Aksioma a Ljubljana. Scene simili stanno nascendo in Corea, nelle Filippine, in Vietnam.

Lo scoglio principale, soprattutto per chi non bazzicava il web prima dei social network, è come costruire, concretamente, il sito dei propri sogni. Tjalve, però, dice che basta ridimensionare le proprie aspettative, e concentrarsi sul divertimento: “so a malapena programmare anch’io”, ammette. Il suo primo sito che ottenne un po’ di attenzione era in pratica un foglio di calcolo di Google incorporato in ua pagina, perché all’epoca non sapeva fare altro; ne esistono altri fatti di un solo file di testo. “Un sito può essere qualsiasi cosa”, dice.

Dal punto di vista pratico, comunque, si può cominciare con uno dei tanti website builder, oppure caricare gratis le proprie pagine su GitHub Pages. E una volta dentro, il bello è proprio la libertà di darsi la forma che si vuole, lontano da template prestabiliti che costringono a incasellarsi. “Costruisci un tuo spazio e costruisci i tuoi vicini, e te ne prendi cura tu”, dice Tjalve. Il suo consiglio per chi parte è il più semplice possibile: cominciare in piccolo e capire le cose strada facendo.

Tjalve non sembra interessato a far sì che questo internet raggiunga un enorme numero di persone. Lui stesso, dice, è “un tipo da paesello”, di quelli che scendono in strada e conoscono per nome il fornaio, e dice di sperare soltanto che la gente sappia che questo internet esiste e ne capisca il valore, lasciando poi a ciascuno la scelta su come vuole passare il proprio tempo online.

Viola Stefanello