Trump vuole smantellare l’osservatorio sugli oceani

a cura di Alessia Mircoli
Trump vuole smantellare l’osservatorio sugli oceani

Gli oceani sono il principale regolatore climatico del pianeta: assorbono circa il 25% dell’anidride carbonica di origine antropica emessa annualmente  e più del 90% del calore in eccesso accumulato dalla Terra a causa del riscaldamento globale. Eppure, proprio mentre il cambiamento climatico accelera, negli Stati Uniti si è aperto un fronte di dibattito sul piano federale che riguarda uno degli strumenti più importanti per comprendere lo stato di salute dei mari: il sistema di monitoraggio oceanico.

Infatti, l’amministrazione Trump sta valutando una profonda revisione dell’Ocean Observatories Initiative (OOI), un’imponente infrastruttura di monitoraggio oceanografico finanziata dalla National Science Foundation (NSF) statunitense, il cui valore complessivo ammonta a circa 368 milioni di dollari. Il sistema integra una vasta rete di sistemi sottomarini, veicoli subacquei autonomi e piattaforme di superficie ancorate, con l’obiettivo di raccogliere dati continui sugli oceani e metterli a disposizione di ricercatori, decisori politici, educatori e operatori del settore marittimo di tutto il mondo. 

L’iniziativa, che si estende lungo entrambe le coste degli Stati Uniti e in aree dell’Atlantico settentrionale e dell’Oceano Antartico, è stata utilizzata per studiare fenomeni chiave come ondate di calore marine, fioriture algali nocive, attività sismica nelle zone di subduzione, acidificazione degli oceani e dinamiche della pesca. Un eventuale ridimensionamento o smantellamento del sistema comporterebbe la perdita di una componente essenziale del Global Ocean Observing System (GOOS), un sistema coordinato dalle Nazioni Unite per la raccolta di dati oceanici a fini meteorologici e climatici da parte di diversi paesi, potrebbe compromettere le stime del calore oceanico, fondamentali per le previsioni meteorologiche, le previsioni di El Niño e la gestione della pesca. 

Proprio per questo la notizia ha immediatamente suscitato la preoccupazione della comunità scientifica. Secondo uno studio pubblicato su Nature, lo smantellamento del sistema comporterebbe un significativo aumento dell’incertezza nelle stime annuali del tasso di riscaldamento degli oceani. 

Speich, coautrice della ricerca, ha affermato: “Il contenuto di calore oceanico è l’indicatore più affidabile di cambiamento climatico di cui disponiamo, non solo per quanto riguarda ciò che accade nell’oceano, ma anche nell’intero sistema climatico. I profili verticali di temperatura, che forniscono il contenuto di calore oceanico, sono “tra le misurazioni più semplici che possiamo effettuare”, ha aggiunto.

“Le previsioni continuerebbero, ma si degraderebbero, a volte in modo pericoloso. Le sole osservazioni atmosferiche non sono sufficienti”, ha continuato Speich. “I dati oceanici sono fondamentali per i sistemi di allerta precoce per tempeste tropicali, cicloni ed El Niño. E le conseguenze non si limiterebbero alla scienza: i costi economici si farebbero sentire negli Stati Uniti stessi, dall’agricoltura alle assicurazioni fino alla gestione delle emergenze”.

Non a caso, l’ultimo episodio di El Niño, sviluppatosi tra il 2023 e il 2024, è stato classificato tra i cinque più intensi mai registrati e ha contribuito all’aumento record delle temperature globali osservato nel 2024. Questo perché le previsioni legate a fenomeni climatici come questo vengono utilizzate dagli agricoltori negli Stati Uniti e in gran parte del Sud America per pianificare semine e raccolti con mesi di anticipo. La possibilità di prevedere periodi di siccità o precipitazioni eccezionali influenza infatti numerose decisioni agricole e rappresenta uno strumento essenziale per ridurre le perdite economiche. 

Per non parlare poi del fatto che la rimozione delle sole osservazioni statunitensi dalla rete globale di monitoraggio determinerebbe un aumento del 163% dell’errore nelle stime annuali del riscaldamento degli oceani. Un dato che, chiaramente, evidenzia il ruolo strategico svolto dalle infrastrutture di osservazione americane all’interno del sistema internazionale di raccolta dati. 

Effettivamente i numeri sembrano dargli ragione. Secondo i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), tra il 1980 e il 2024, gli Stati Uniti hanno registrato oltre 400 disastri climatici e meteorologici con danni superiori al miliardo di dollari ciascuno. Solo nel 2024 il costo complessivo di questi eventi ha raggiunto circa 177 miliardi di dollari. Paradossalmente, il celebre database federale che monitorava questi eventi estremi non verrà più aggiornato, una decisione che l’agenzia ha attribuito a un cambiamento delle priorità istituzionali. 

Le preoccupazioni della comunità scientifica sono condivise anche da John P. Abraham, professore di ingegneria presso l’Università di St. Thomas, in Minnesota, e coautore della ricerca. Abraham ha definito il possibile smantellamento dell’OOI “un risparmio a breve termine che rischia però di trasformarsi in una spesa enorme nel lungo periodo”.

“Il governo statunitense vuole risparmiare meno di un miliardo di dollari eliminando sensori che rappresentano gli occhi e le orecchie dell’oceano”, ha spiegato. “Abbiamo centinaia di miliardi di dollari di costi climatici ogni anno. Il costo del sistema di osservazione è una frazione dei costi climatici derivanti da uragani e tempeste che colpiscono gli Stati Uniti”.

In tutta questa faccenda c’è un risvolto positivo: l’Unione Europea ha infatti confermato un investimento da 92 milioni di euro nel progetto OceanEye, di cui oltre la metà sarà destinata proprio al Global Ocean Observing System. 

Questo contrasto evidenzia quanto il monitoraggio degli oceani sia ormai considerato una componente strategica non solo per la ricerca scientifica, ma anche per la gestione dei rischi climatici e delle attività economiche che dipendono dal mare. Al di là delle conseguenze immediate sulle previsioni meteorologiche e climatiche, la vicenda solleva infatti una questione più ampia: la necessità di mantenere una rete di osservazione globale, coordinata e continua.

Gli oceani coprono oltre il 70% della superficie terrestre e gran parte dei processi che li interessano avviene lontano dalle coste e al di sotto della superficie, in aree che non possono essere monitorate esclusivamente tramite osservazioni satellitari. Per questo motivo, le infrastrutture di rilevamento distribuite nei mari del mondo rappresentano una componente essenziale della ricerca ambientale contemporanea. In un contesto di cambiamenti climatici sempre più rapidi, ridurre la capacità di osservazione significa anche limitare la possibilità di comprendere con precisione come sta evolvendo il sistema Terra e di costruire risposte efficaci a sfide che, per loro natura, non conoscono confini nazionali.

Alessia Mircoli