Abbiamo bisogno di una memoria storica di internet

a cura di Viola Giacalone
Abbiamo bisogno di una memoria storica di internet

“Noi della Gen Z siamo i nuovi dadaisti”. Mi sono imbattuta in questa frase pochi giorni fa, in un video della creator Martina Fiori, che paragonava contenuti nonsense come l’Italian brainrot a una forma contemporanea di Dadaismo: una risposta all’assurdità del mondo con un’arte ancora più assurda. Qualche settimana prima avevo letto un titolo diverso, su VD News, ma che mi ha provocato lo stesso déjà vu: “Gli adolescenti si avvicinano all’ideologia nazi con i meme”. 

Il paragone tra meme e avanguardie artistiche non nasce con il brainrot: circolava già nel 2016, quando si parlava di shitposting. Allo stesso modo, l’idea che i meme potessero essere un potente veicolo di propaganda politica esplose durante la campagna elettorale di Donald Trump, con Pepe the Frog trasformato nel simbolo dell’Alt-Right e decine di articoli che cercavano di capire se un’immagine ironica potesse davvero influenzare il voto, cosa che sicuramente in un certo senso fece. Oggi cambiano i personaggi, cambiano le piattaforme e cambiano le tecnologie, ma il dibattito intorno all’ironia online sembra riniziare ogni volta, rimane sincronico.

A mancare è una memoria storica condivisa della sua cultura, che non appartenga solo ai nerd e agli addetti ai lavori. Ogni nuovo linguaggio viene raccontato come una rivoluzione, quando spesso rappresenta soltanto l’evoluzione di forme espressive già esistenti. Tornare sui nostri passi può aiutarci a capire dove finisce il meme e dove inizia il male, cos’è shitposting e cos’è solo merda, per intenderci. 

Come recita il trend “il 2026 è il nuovo 2016”: è proprio a quello l’anno a cui dobbiamo tornare, l’anno in cui secondo diverse teorie è cambiato tutto, un momento spartiacque per la politica quanto per la cultura di internet. Il termine “shitposting” arrivò ai media mainstream proprio quando venne eletto Trump, ma meme e testi nonsense ovviamente circolavano già da qualche anno su Reddit, 4chan e Tumbrl. Col termine “shitposting” stavolta si prendevano in carico anche tutti i contenuti scritti testuali, ironici, stupidi, quei pensieri a caso o sbrocchi non sense che circolavano su Facebook e Twitter, e più generalmente un’attitudine creativa, punk, assurdista, sincera di stare online. è anche quello l’anno in cui si iniziarono a stabilire paragoni con il dadaismo e le avanguardie. L’articolo di Sam Greszes (Shitposting is an art, if history is any indication, 2018, Polygon) è tra i primi a esplicitare questo legame, parlando di un “neo-neo-dadaismo”.

Già nel 2016 però su Medium la giornalista Megan Hois scriveva «Questa generazione è alimentata da un desiderio simile a quello dei dadaisti: affrontare la disillusione della nostra generazione rispetto a tutti gli eventi attuali che stiamo osservando, in particolare negli Stati Uniti (…). È davvero sorprendente, allora, che i millennial seguano le orme dei loro predecessori e costruiscano un movimento centrato sull’assurdo e, in sostanza, sulla confusione deliberata e sul nonsenso?»

In un articolo pubblicato sul Guardian nel 2019, ci si interrogava sull’ondata di serie comiche surrealiste e oscure, soprattutto americane, apparse negli anni precedenti come Broad City, Rick & Morty, The Eric Andre Show, Bojack Horseman, The Good Place, Don’t Hug Me I’m Scared. L’idea centrale dell’articolo è che queste serie si fossero ispirate ai social media: alcuni show riflettevano timeline social caotiche, in cui idiozia, tragedia e banalità sono mescolate insieme. 

Nell’articolo ci si chiedeva «Come ha fatto la comicità millennial a diventare così disorientante, oscura e strana?» la risposta veniva ancora una volta ricondotta al contesto sociopolitico: “Una spiegazione di questo “non-realismo” è che si tratti di una risposta a un mondo che ha smesso di avere senso.”

Brett Mills, docente alla UEA e autore di The Sitcom, sosteneve che la stessa idea di narrazione stesse scomparendo nei prodotti comici: “Queste serie mantengono gli stessi personaggi, ma giocano con la linearità narrativa, sia a livello diegetico sia decostruendo la struttura classica della battuta, proprio come avviene sui social (…) Le cose sono divertenti perché volutamente dissonanti e strane. A volte, la decontestualizzazione è la battuta stessa.”

Dal 2016 in poi il panorama dei social si evolve: appaiono le storie su Instagram, e nasce TikTok, che cambia le regole del gioco imponendo una nuova cultura del video a cui si adattano poi anche le altre piattaforme, introducendo sezioni dedicate ai reels. Nel 2022 il lancio di Open AI rende porta l’IA generativa un fenomeno di massa, accessibile a tutti, ed eccoci al brain rot, eletta parola dell’anno nel 2024 dall’Oxford Dictionary che la definisce come: “il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, soprattutto come conseguenza di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo”. Brain rot viene usato anche per descrivere quello specifico tipo di contenuti che sono emersi in questo nuovo contesto digitale, A.I Slop o l’Italian brain rot, che sono ancora più assurdi,  ma che sono anche: “la superficie visibile di un processo molto più profondo. Nel dare un nome all’esperienza di sovrastimolazione e autocoscienza ironica tipica della vita digitale, il termine brain rot  finisce per indicare l’intera economia algoritmica che produce tale esperienza.” scrive il collettivo THE VOID+Band su Nero Editions. 

Ah, e nel frattempo è anche rieletto Trump, e abbiamo assistito a un genocidio in streaming. 

È anche per questo che il paragone con il Dadaismo continua a riemergere. Le analogie sono numerose: il gusto per il non-senso, la liberazione del linguaggio (skibidi toilet!) , il collage di immagini e riferimenti eterogenei, l’idea che qualunque elemento della realtà possa diventare materiale creativo. Non perché i loro autori si considerino gli eredi di Tzara o Breton, ma perché forme culturali lontane possono nascere da condizioni storiche simili. Tuttavia, il punto interessante non è stabilire se il brainrot sia davvero il nuovo Dadaismo. 

Le avanguardie storiche erano movimenti consapevoli, organizzati, dotati di manifesti e programmi artistici. La cultura memetica, invece, nasce come una produzione spontanea e collettiva, in uno spazio fluido, distribuita fra milioni di utenti che condividono, copiano e trasformano continuamente lo stesso materiale. L’utilità del considerare un’avanguardia quella che ha creato questo linguaggio è piuttosto quella di ricordarci che tutto è nato come un grande gioco collettivo. E continua ad esserlo nonostante sia cambiata la sua grammatica, e nonostante altri abbiano imparato a parlarlo. 

Del resto è una dinamica che accompagna quasi tutte le avanguardie e le sottoculture. Nascono come pratiche sotterranee, vengono osservate con curiosità o diffidenza, poi descritte dai giornali, studiate dalle università e infine assorbite dall’establishment, contro le quali erano nate. Infatti il borghese dadaista è il “normie” dei meme, l’utilizzatore a proprio agio con la natura performativa e impostata dei social network. Lo stesso è successo allo shitposting. Nato come gioco collettivo è diventato un linguaggio pubblicitario, un’estetica per i brand, una strategia per creator e aziende.  

Nel 1993, nel saggio E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction, David Foster Wallace spiegava come la televisione e la pubblicità avessero assorbito l’ironia degli scrittori postmoderni americani. Wallace considerava questo processo negativo e auspicava l’emergenza di una nuova generazione di “anti-rebelli”, capaci di superare il cinismo postmoderno: The next real literary “rebels” in this country might well emerge as some weird bunch of “anti-rebels”. Wallace chiamava New Sincerity quel movimento che in molti hanno rivisto nei contemporanei shitposters, “Lo shitposting è la nostra New Sincerity” scriveva Alessandro Lolli nel 2018. Non stupisce quindi che lo stesso processo sia avvenuto anche con l’ironia dei nostri shitposters.

 Anche l’Italian Brainrot è stato trasformato in videogiochi, carte collezionabili, merchandising e campagne commerciali. E nonostante questo lo scherzo non è finito, anzi più nuovi attori entrano in gioco più il gioco è divertente perché deve riadattarsi e cambiare di nuovo le regole, farsi più oscuro alla faccia di chi cerca di capirlo. 

Negli ultimi anni, poi, questo processo ha compiuto un ulteriore passo, il più pericoloso. Non sono stati soltanto i brand ad appropriarsi del linguaggio memetico. Lo hanno fatto anche governi, partiti e leader politici. Non limitandosi a usare i meme per le loro campagne e sui loro canali ufficiali, ma imparando a comunicare secondo le regole dei meme: velocità, ironia, autoironia, provocazione, assurdità, ricerca costante della viralità. 

Per questo attribuire ai meme il potere di radicalizzare da soli un’intera generazione rischia di spostare l’attenzione dal problema reale, dal linguaggio a chi lo usa. I politici stanno usando una lingua radicata nell’umorismo e nel gioco per dichiararsi guerra e promuovere i loro programmi. “L’effetto politico dei meme non è diverso da quello delle parole o delle immagini: funzionano solo se ci sono persone disposte a recepirli, perché vanno incontro a una qualche loro esigenza o idea pregressa. E chi ha già il potere può usare i meme per far apparire meno grave quello che fa – com’è sempre successo con la propaganda – ma quello che fa non dipende dai meme.”mi dice Daniele Zinni, autore di Meme Dal Sottosuolo. 

 Il nascente Partito Capibara di estrema sinistra in Italia ha preso forza grazie allo scambio di meme, ma come dice il suo portavoce Xenodibi, che ho intervistato per Il Fatto Quotidiano: “ L’apparente scherzosità del meme supera le barriere dell’attenzione, penetra nelle menti con una risata. Poi è il contenuto politico che permette alle persone di capire che dietro il meme è tutto serio”. Infatti le loro rivendicazioni espresse scherzosamente online nascono da delle problematiche molto concrete, come la crisi abitativa e i salari bassi. 

La pedagogista Alessia Dulbecco in un reel parla di moral panic, “panico morale” che guida il dibattito ogni volta che una nuova tecnologia viene introdotta, e segnala “Pessimist Archive”, un sito che raccoglie documenti storici che lo dimostrano. Il panico morale rende la nostra percezione sproporzionata rispetto al rischio reale, ma soprattutto ci allontana dal capire i fenomeni, ci offusca la vista. 

Nel suo saggio Quel che non è salvato è perso Lorenzo Fantoni invece parla di “presentismo”: “la convinzione che ciò che viviamo nel momento presente sia unico, speciale, una deviazione mai vista prima nella storia dell’umanità” in relazione alla scelta dell’Oxford University Press di scegliere “rage bait” come parola dell’anno: “ho avvertito il classico brivido di autocompiacimento che attraversa i media generalisti quando si persuadono di aver, una volta per tutte, “battezzato un mostro”. 

Fantoni racconta, parlando dei forum dei primi anni zero: “se questi spazi da una parte erano decisamente più leggeri e naif dei social network che li avrebbero sostituiti, dall’altra avevano risvolti problematici: giusto per fare un esempio, alle poche donne presenti sui forum, non appena si palesavano, veniva chiesto di mandare foto dei propri corpi” e continua: “Un errore comune nell’analizzare le dinamiche sociali è confondere l’amplificatore con la voce: i social non hanno inventato la rabbia, l’hanno solo industrializzata.” 

Per comprendere meglio questo fenomeno possiamo pensare a Deleuze e Guattari. Nell’Anti Edipo, gli autori descrivono il capitalismo come un sistema caratterizzato da cinismo e da una continua gestione dei flussi desideranti. Il capitalismo è insieme repressivo e produttivo: libera i desideri per poi codificarli e riassorbirli nel sistema. In questo senso, il “folle” diventa una figura ambivalente: distruttiva ma anche potenzialmente creativa. Trasportando questa lettura ai social network, il capitalismo ha deterritorializzato il dibattito pubblico e il lavoro, spostandoli sul web e rendendoli sempre più astratti.In questo contesto, lo “shitposter” diventa il “folle” contemporaneo, mentre i brand che ne adottano il linguaggio rappresentano il processo di ricodifica e ri-territorializzazione della spinta sovversiva. 

Poi ci siamo noi dimentichi che la storia si ripete. E io che devo rileggermi l’Anti Edipo perché non ricordo chi vince alla fine. Skibidi toilet!

Viola Giacalone