Il piano dei tecnofascisti per rimpiazzare la democrazia con città-stato private e autoritarie

a cura di Leonardo Bianchi
Il piano dei tecnofascisti per rimpiazzare la democrazia con città-stato private e autoritarie

Nel febbraio del 2025 Donald Trump aveva pubblicato sul suo profilo di Truth Social il famigerato video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui si vedeva una Gaza post-genocidio con tanto di grattacieli scintillanti, Elon Musk che s’ingozza di hummus, statue d’oro del presidente degli Stati Uniti e donne barbute che danzano in spiaggia.

Si trattava di uno dei primi esempi virali di slopaganda, un neologismo che deriva dall’unione tra lo slop (la “sbobba artificiale”) e la propaganda politica. Era un contenuto a dir poco bizzarro e assurdo, che a fronte della drammaticità della situazione nella Striscia di Gaza aveva generato un comprensibile sdegno a livello mondiale.

A rendere il tutto ancora più grottesco c’era un’altra circostanza: Trump aveva rilanciato un contenuto originariamente pensato come una satira politica contro di lui.

Il creatore di quella clip era infatti il regista israeliano-statunitense Solo Avital, che intendeva criticare il megalomane piano trumpiano di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Il presidente degli Stati Uniti non aveva soltanto ribaltato il senso di quel video, ma l’aveva sfruttato per rendere visibile quel piano e diffonderlo nell’immaginario globale.

I palazzi avveniristici, i resort di lusso, il verde lussureggiante, il lungomare sfarzoso alla Miami erano poi ritornati sotto forma di slide, esibite da Jared Kushner al World Economic Forum di Davos nell’ambito della presentazione del Board of Peace, l’Onu parallela di Trump.

Nel gennaio del 2026 il genero del 47esimo presidente statunitense aveva mostrato alla platea il progetto della “Nuova Gaza”. Scorrendo mappe e rendering che sembravano usciti dalle brochure di un’agenzia immobiliare di quart’ordine, Kushner aveva promesso che la ricostruzione della Striscia avrebbe garantito affari mirabolanti e “opportunità per tutti” – tranne che per la popolazione palestinese, ovviamente, mai nominata né coinvolta.

Stando a un articolo del Financial Times, il piano di Kushner e del Board of Peace prevedeva anche la creazione di un’apposita stablecoin – una criptovaluta ancorata al dollaro – per potenziare l’economia della “Nuova Gaza”.  

In sostanza, la Striscia immaginata da Trump e dal genero è una specie di cripto-paradiso fiscale per gli ultraricchi di tutto il mondo; o ancor peggio, per usare la caustica definizione del giornalista Gil Duran, è “un casinò tecnofascista costruito sulle macerie di un genocidio e di una pulizia etnica”.

Alla fine, tuttavia, il piano è stato accantonato dallo stesso Kushner. Nel luglio del 2026 ha infatti ammesso che non ci sono né i finanziamenti, né le condizioni, né la volontà politica di trasformare Gaza in una città-stato ipermoderna. “Il cambiamento è come il paradiso”, ha detto, “tutti vogliono andarci ma nessuno vuole morire”.

Anche se il progetto della “Nuova Gaza” è fallito, l’idea di creare delle enclavi extra-statali e ultratecnologiche rimane piuttosto in voga presso alcuni settori della classe dirigente statunitense e tra i tecno-oligarchi della Silicon Valley.

Non pochi di loro, infatti, aderiscono a un progetto ideologico chiamato “Network State”, o “Stato-Rete”.

L’inventore di questo concetto Balaji Srinivasan, un imprenditore che ha fondato diverse startup e ha lavorato come responsabile della strategia tecnologica della piattaforma di scambio di criptovalute Coinbase.

Nel 2022 Srinivasan ha pubblicato il libro The Network State: How to Start a New Country, in cui caldeggia la creazione di una serie di “stati startup” privatizzati, automatizzati e governati dagli algoritmi, al riparo dalle leggi e dal fisco degli stati sovrani, ed esentati dal rispetto dei trattati internazionali. È al contempo una secessione degli ultraricchi dalle democrazie liberali, ritenute troppo soffocanti e opprimenti, e una forma di neocolonialismo tecno-libertaria.

A ben vedere, però, l’imprenditore non si è inventato nulla: ha preso idee simili formulate in precedenza da vari pensatori e le ha riproposte con il linguaggio tecno-entusiasta tipico degli startupper. 

Una delle principali ispirazioni di Srinivasan è la filosofa anticomunista Ayn Rand, fondatrice dell’oggettivismo e considerata una delle madri del libertarismo statunitense.

Nel suo romanzo La rivolta di Atlante, uscito nel 1957, Rand descrive una comunità utopica – chiamata “la gola di Galt” – dove si rifugiano imprenditori, inventori e scienziati che hanno abbandonato una società che li tartassa e depreda il loro talento in nome del collettivismo. Nella “gola di Galt” si realizza l’ideale randiano di un mondo in cui la proprietà privata è sacra e intoccabile, e gli individui perseguono esclusivamente il loro interesse personale senza preoccuparsi della collettività.

Una suggestione simile compare anche ne L’individuo sovrano, il manifesto ultralibertario scritto nel 1997 da James Dale Davidson e William Rees-Mogg. Gli autori sostenevano che la rivoluzione digitale e la crittografia avrebbero eroso il potere degli stati-nazione, favorendo la nascita di una galassia di città-stato ed enclavi per ultraricchi, paragonati (non ironicamente) a delle divinità.

Il testo di Davidson e Rees-Mogg è stato una delle maggiori influenze intellettuali di Peter Thiel, il magnate più reazionario della Silicon Valley. Ha poi spinto Patri Friedman – il nipote dell’economista liberista e premio Nobel Milton Friedman – a fondare nel 2008 il Seasteading Institute, un’organizzazione che punta a creare città-stato galleggianti e che ha ricevuto finanziamenti proprio da Thiel.

Sempre al 2008 risale un’altra fonte primaria di Srinivasan: il pamphlet Patchwork: A Political System for the 21st Century del blogger neoreazionario Curtis Yarvin. Similmente a quanto avevano fatto Davidson e Rees-Mogg, il blogger neoreazionario immagina un futuro in cui gli stati-nazione sono rimpiazzati da migliaia di microstati amministrati come delle società per azioni.

La legittimità politica di queste micronazioni non deriverebbe dal consenso democratico – aborrito da Yarvin, come dimostreranno altri suoi lavori successivi – ma unicamente dalla capacità di trattenere capitali e residenti. Quest’ultimi saranno infatti liberi di “uscire” da una micronazione per trasferirsi in un’altra, alla ricerca di migliori condizioni. 

Un rendering della città-stato di Próspera.

Lo “Stato-Rete” di Balaji Srinivasan, per l’appunto, è una specie di compendio di queste idee adattate all’era Trump.

L’imprenditore delinea due vie per istituire un Network State: usare soldi e influenza politica per comprarsi i governi; oppure acquistare pezzi di terra ed edificare un nuovo Stato, in quella che Srinivasan definisce un’operazione di “tecno-sionismo”.

Questa seconda opzione è già stata percorsa da diversi progetti. Uno dei più noti è Próspera, una città a statuto speciale costruita a partire dal 2017 sull’isola di Roatán in Honduras. Lo “stato startup”, com’è stato ribattezzato dalla stampa, si trova in una delle quattro “Zone per l’occupazione e lo sviluppo economico” (ZEDEs) volute nel 2013 dall’allora presidente Porfirio Lobo per attrarre investimenti privati, specialmente dall’estero.

Tra i finanziatori della società proprietaria di Próspera figurano fondi d’investimento legati a Peter Thiel, il fondatore di Netscape Marc Andreessen, Sam Altman di OpenAI, il già citato Patri Friedman e altri tecno-oligarchi. Nel 2024 Bryan Johnson, il miliardario biohacker fissato con la longevità, è volato sull’isola per sottoporsi a una terapia sperimentale sviluppata dalla startup Minicircle.

Non sorprendentemente Próspera è fortemente osteggiata dalla popolazione locale, che negli ultimi anni ha manifestato a più riprese contro le espropriazioni e il saccheggio delle risorse naturali (tra cui l’acqua dolce) a cui è stata sottoposta.

Per rispondere alle critiche dei cittadini, nel 2022 l’allora governo honduregno guidato da Xiomara Castro aveva abrogato la legge che autorizzava le ZEDE. Próspera aveva subito intentato una causa internazionale da undici miliardi di dollari, sostenendo che lo Stato avrebbe violato gli obblighi contrattuali. Se il ricorso della città-stato venisse accolto, l’Honduras andrebbe in bancarotta: la somma richiesta da Próspera vale un terzo del Pil.

La causa è tuttora in corso, ma nel paese l’atteggiamento verso Próspera è cambiato grazie all’elezione (molto contestata) del nuovo presidente di destra Nasry Asfura. Secondo un articolo del New York Times, Trump avrebbe apertamente sostenuto la campagna elettorale di Asfura – nonostante i suoi legami con l’organizzazione criminale MS-13 – proprio per salvare Próspera e il concetto che sta dietro. La logica dietro l’ingerenza trumpiana in Honduras, ha scritto la giornalista Jean Guerrero, è infatti quella di “espandere il potere territoriale di un’élite transnazionale che pensa di essere sopra la legge”.

Lo stesso Trump, del resto, durante la campagna elettorale aveva promesso di costruire almeno dieci Freedom Cities – “le città della libertà” – negli Stati Uniti, che non dovrebbero sottostare alle normative federali.

Lo statuto extralegale delle Freedom Cities, ha riportato Wired, permetterebbe di dar vita ad aree in cui “la sperimentazione di tecnologie anti-invecchiamento, lo sviluppo di reattori nucleari e la costruzione di edifici possano procedere senza l’approvazione preventiva delle agenzie governative”.

Un rendering della città-stato di California Forever.

Una di queste città potrebbe sorgere in California. A partire dal 2017 l’azienda Flannery Associates ha comprato ben 22mila ettari di terreno per realizzare un progetto di città-stato chiamato “California Forever”, finanziato da pezzi grossi della Silicon Valley come Reid Hoffman (il co-fondatore di LinkedIn) e Marc Andreessen.

Un’altra “città della libertà” potrebbe sorgere nella base militare di Guantanamo Bay a Cuba. O almeno, questo è ciò che auspica Palmer Luckey, il fondatore dell’azienda tecnologica-militare Anduril. “Gli Stati Uniti dovrebbero espandere immediatamente la propria base navale di Guantánamo trasformandola in Liberty City, una sorta di Singapore americana dei Caraibi”, ha scritto su X. Per Luckey questa città-stato dovrebbe attirare cubani e privare il Partito Comunista di “lavoratori in settori cruciali”, accelerando così “la caduta del regime”.

Un altro progetto che unisce l’ideologia del Network State di Srinivasan con le mire espansionistiche dell’amministrazione Trump è Praxis. La startup è stata creata dall’ex surfer Dryden Brown e ha ricevuto milioni di dollari dai soliti noti: Thiel, Altman, i gemelli Winklevoss e altri tecno-oligarchi.

Nella visione di Brown Praxis sarà “un’enclave esentasse” retta da “un monarca-amministratore delegato a capo di cittadini-azionisti”. Come Yarvin e Srinivasan, Brown non è un grande amante della democrazia. Anzi: secondo la rivista Mother Jones è piuttosto in fissa con il razzismo scientifico e gli intellettuali fascisti – da Julius Evola fino ad Alexander Dugin.

Brown è ossessionato dalla Groenladia, che è il luogo dove vuole fare sorgere Praxis. Due anni fa è andato personalmente nella capitale Nuuk per “cercare di comprarla”, mentre più recentemente ha sostenuto i minacciosi tentativi trumpiani di annettere l’isola semi-autonoma.

Per finire, anche Balaji Srinivasan in persona ha cercato di mettere in pratica la sua teoria. Nel 2024 ha infatti annunciato la nascita della Network School, una specie di accademia rivolta a imprenditori desiderosi di creare il proprio “Stato-Rete”.

Come spazio fisico Srinivasan ha scelto la città-fantasma Forest City nell’isola di Johor, in Malaysia. Sin da subito le autorità locali non hanno visto di buon occhio il progetto dell’imprenditore statunitense. Quando poi è girata la voce che Srinivasan avrebbe fatto arrivare a Johor cittadini con passaporto israeliano – ai quali è formalmente impedito l’ingresso nel paese – la reazione è stata durissima.

Sebbene la voce si sia in seguito rivelata falsa, le polemiche sull’accademia di Srinivasan non si sono placate. A essere messo in discussione è stato il progetto dello Stato-Rete in sé, considerato dall’opinione pubblica come un inaccettabile tentativo di intaccare l’indipendenza del paese.

Srinivasan ha preteso un incontro con il primo ministro malese Anwar Ibrahim, minacciando di ritirare degli investimenti. Il tentato ricatto non è andato a buon fine: il 21 luglio Onn Hafiz Ghazi, il primo ministro dello stato di Johor, ha fatto sapere di aver revocato la licenza alla Network School perché “nessun imprenditore, azienda o organizzazione è al di sopra della legge di un paese sovrano”.

Le autorità malesi, insomma, hanno riconosciuto la pericolosità insita nel concetto di Network State. E hanno agito di conseguenza, ribadendo che non c’è spazio per un movimento che – per citare le parole del giornalista Gil Duran – vuole sostituire la democrazia con una “nuova forma di estremismo interconnessa, finanziata dalle criptovalute e mascherata dietro il linguaggio della libertà”.

Ma le città-stato immaginate da Srinivasan, per l’appunto, non hanno nulla a che fare con libertà: sono delle distopie autoritarie e neocoloniali per ultraricchi, che incarnano in tutto e per tutto l’essenza del tecnofascismo del 21esimo secolo.

Leonardo Bianchi