Quello del British Film Institute è uno dei più grandi archivi cinematografici al mondo: dentro ci si trovano le pubblicità-progresso che passavano sulla BBC nel primo dopoguerra e i cinegiornali dell’inizio del Novecento, i primi film muti e gli home movies girati da inglesi qualunque con le prime videocamere, oltre naturalmente a grandi classici del cinema britannico come Lawrence D’Arabia e i lavori di Alfred Hitchcock. L’obiettivo dichiarato è quello di preservare l’immagine in movimento in tutte le forme che ha assunto in più di un secolo, perché il BFI conserva tutto ciò che è testimonianza di come vivevano, si informavano e si divertivano le persone nel Regno Unito dalla fine dell’Ottocento a oggi.
Anche per questo, da qualche mese il BFI ha creato un team dedicato all’individuazione e all’archiviazione di un tipo di contenuto che difficilmente associamo ai musei e alle grandi istituzioni nazionali “serie”: i primi meme, gif e video virali di internet. Poche altre istituzioni nazionali si sono assunte questo compito, e quelle che l’hanno fatto lo hanno impostato in modo diverso, perché non esiste un modo ovvio di decidere cosa di internet vada tenuto e come conservarlo.
L’Internet Archive prova a salvare il web nella sua interezza, pagina per pagina, ma è una fondazione non profit e non un archivio nazionale con un mandato circoscritto. In Olanda il Netherlands Institute for Sound and Vision se ne occupa da più anni del BFI, con un altro metodo: ha accordi con creator e influencer per ricevere periodicamente i loro video nuovi, e prova a conservare anche le pagine web in cui quei video vivevano, oltre ai file. E a Londra il Victoria and Albert Museum ha acquisito “Me at the zoo”, il primo video mai caricato su YouTube, ricostruendo l’interfaccia del sito com’era nel 2006 per mostrare cosa vedeva un utente che digitava quell’indirizzo vent’anni fa.
Il BFI, dal canto proprio, accompagna ogni video selezionato con una scheda che ne racconta i dati essenziali, dall’autore alla data di pubblicazione, e i curatori si fanno mandare il file originale nella versione migliore disponibile direttamente da chi l’ha realizzato, invece di scaricarlo direttamente dal web. Dove è stato possibile hanno aggiunto anche un testo critico che spiega perché hanno scelto di archiviare proprio quel video, in particolare. Finora ne ha archiviati circa 430, di cui una sessantina sono già consultabili dal pubblico su Replay, l’archivio digitale del BFI, accessibile soltanto recandosi personalmente in una biblioteca pubblica britannica.
Leggere la lista dei contenuti scelti dai curatori è come fare un viaggio nel tempo agli albori della cultura di internet, e non solo di quello inglese. C’è la webcam che nel 1991, a Cambridge, veniva puntata su una caffettiera per controllare da lontano se fosse piena, e che passa per il primo livestream della storia; ci sono i cartoni in Flash che negli anni Duemila giravano nelle catene di email prima che esistessero le piattaforme, le web drama interattive come “Online Caroline”, i primi vlog, i tutorial che spiegano come si fa qualcosa. C’è “Badgers” di Mr. Weebl, un loop animato di tassi che ballano all’infinito, e il video di un bambino inglese che morde il dito del fratello più piccolo (“Charlie bit my finger”), ma anche la gif di Robert Redford che annuisce, un uomo che fa la telecronaca dei suoi labrador mentre mangiano da una ciotola come se fosse la finale di una competizione sportiva e la diretta con cui nell’ottobre del 2022 il giornale inglese The Daily Star ha trasmesso per giorni una lattuga iceberg accanto alla foto di Liz Truss per vedere se la lattuga sarebbe durata più del suo governo.
«Agli archivisti il valore di questi video è abbastanza chiaro», mi ha detto Will Swinburne, uno dei curatori. Nel ragionamento pesa parecchio l’esperienza del cinema delle origini: molti di quei filmati, all’epoca, venivano considerati materiale usa e getta, e proprio per questo se ne è perso moltissimo, e oggi gli archivisti lo rimpiangono. Applicare lo stesso metro ai video di internet significa provare a non ripetere quell’errore.

La differenza è che con il cinema il BFI può permettersi di essere completista, perché acquisisce ogni film che esce nelle sale britanniche e registra tutta la televisione, mentre con internet un approccio del genere è impossibile e serve per forza una selezione a monte. Swinburne dice che non hanno riflettuto sul numero di visualizzazioni del singolo contenuto, ma su quello che le tipologie di video riescono a raccontare del modo in cui gli utenti hanno sfruttato le tecnologie a propria disposizione nel tempo. «Il fatto che qualcosa sia diventato virale, da solo, non basta. Abbiamo cercato di mappare le culture video che esistono solo online, o che esistono in qualche modo grazie a internet», dice Swiburne. Lui, per esempio, è particolarmente affezionato a un tipo specifico di video: «quelli visti da pochissime persone, ma che rappresentano una tendenza o uno stile del video online». Fa l’esempio di un tutorial che spiega come montare una tenda oscurante: preso da solo non ha nessun valore, ma sta per un’intera fetta di internet fatta di persone che spiegano ad altre persone come si fa qualcosa. «Il punto è documentare quali aree della vita umana si sono spostate online. Una di queste è come si mette su una tenda o come si aggiusta il water».
Il presupposto da cui parte tutto questo lavoro è che internet sia molto meno permanente di quanto siamo abituati a credere. Quando Adobe ha ritirato Flash, alla fine del 2020, si è portata dietro generazioni di animazioni e videogiochi; nel 2019 un errore di server di MySpace ha cancellato tutta la musica caricata prima del 2016, sparita in un colpo; Vine ha chiuso e si è trascinata dietro gran parte dei suoi video. «Nessuno di questi siti e di queste piattaforme ha una funzione di archivio, non fanno nessuna promessa di conservare il lavoro», dice Swinburne.
Nella sua esperienza, comunque, il materiale davvero perduto è raro. Il problema più concreto è un altro: trattandosi di un archivio nazionale, il BFI non può semplicemente scaricare un video e tenerlo, ma deve firmare un accordo con chi l’ha creato e farsi mandare da lui un file. Quando l’archivio riceve un file ci fa un controllo tecnico che produce dei metadati, tra cui la data in cui il file è stato codificato: «È bellissimo quando ne ricevi uno e scopri che è stato codificato nel 2006, e sai che è un file conservato sull’hard disk di qualcuno per tutto questo tempo. Ma succede raramente».
Lui, per esempio, sta cercando da mesi di archiviare quello che ritiene essere il primo video britannico mai caricato su YouTube, del 2005: quello di un gruppo di gente ubriaca che balla a un matrimonio, ripreso in pochi secondi molto pixelati e poi caricati online. Il canale non pubblica niente da vent’anni e non c’è nessun indizio su chi l’abbia caricato: per ora, tutti i tentativi si sono rivelati essere un buco nell’acqua. Lo stesso vale per il vlog che un utente londinese ha caricato su YouTube nel giorno degli attentati del 7 luglio 2005: l’uomo si filma con il telefono mentre gira per casa e ragiona ad alta voce se restare in città o andarsene. «È molto vivo, molto immediato. Contiene un evento enorme, ma da una prospettiva incredibilmente personale», dice Swinburne. Anche in questo caso, non sono ancora riusciti a mettersi in contatto con lui.
Il fatto che serva sempre il consenso di chi ha creato il video ribalta una delle paure più diffuse su internet, quella di un archivio che non dimentica mai niente: il BFI non può conservare nulla contro la volontà dell’autore. Swinburne racconta di aver contattato creator che non fanno più video, che magari li avevano fatti da giovanissimi e adesso si sentono un’altra persona e vorrebbero essere dimenticati; in quei casi prova a spiegare che conservare un video oggi non li obbliga a parlarne o a mostrarlo adesso, e che tra molti anni potrebbe diventare qualcosa di prezioso. «Non siamo una prigione per video», dice: se qualcuno vuole discutere di come è rappresentato in un filmato che stanno conservando, sono disposti ad ascoltarlo. La catalogazione, per questo progetto, è stata pensata come un lavoro collaborativo.
Quello che si ottiene, alla fine di tutto questo lavoro, sono i video veri e propri, che vengono conservati in tre copie separate, come da prassi archivistica, su nastri LTO tenuti in magazzini profondi gestiti da bracci robotici e divisi fra luoghi diversi per far fronte agli imprevisti. Il BFI si impegna a migrare quei dati man mano che le tecnologie cambieranno, e a conservarli, come dice Swinburne, «finché esisteranno gli stati ed esisteranno i loro archivi».
Viola Stefanello