Perché i delfini dell’Adriatico seguono sempre più i pescherecci: lo studio che racconta come sta cambiando il nostro mare

a cura di Alessia Mircoli
Perché i delfini dell’Adriatico seguono sempre più i pescherecci: lo studio che racconta come sta cambiando il nostro mare

Vedere un gruppo di delfini nuotare dietro a un peschereccio è una scena familiare per molti pescatori dell’Adriatico. A prima vista potrebbe sembrare l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza di questi cetacei, capaci di sfruttare nuove opportunità per procurarsi il cibo. In realtà, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in mammal Science, questo comportamento racconta una storia molto più complessa: quella di un ecosistema profondamente modificato dall’attività umana, nel quale persino uno dei predatori più adattabili del Mediterraneo sta cambiando le proprie abitudini alimentari.

La ricerca, coordinata dall’associazione Dolphin Biology and Conservation insieme ad altri enti di ricerca italiani, ha analizzato il rapporto tra i tursiopi (Tursiops truncatus) e la pesca commerciale lungo le coste dell’Alto Adriatico. Per farlo, gli studiosi hanno monitorato l’attività dei pescherecci tra il 2018 e il 2025, percorrendo complessivamente 17.755 chilometri di mare e realizzando 859 osservazioni sistematiche su diverse tipologie di imbarcazioni da pesca. L’obiettivo era capire con quale frequenza i delfini si avvicinassero alle barche e se alcune tecniche di pesca risultassero più attrattive di altre.

I risultati mostrano un fenomeno ormai molto diffuso. Complessivamente, i ricercatori hanno osservato delfini in prossimità di circa un peschereccio su quattro. Tuttavia, la frequenza aumentava notevolmente nel caso delle reti a strascico a griglia, una delle tecniche più utilizzate nell’Adriatico: in queste situazioni i cetacei seguivano le imbarcazioni in oltre il 40% dei casi, arrivando addirittura al 75,9% lungo le coste marchigiane. Ancora più significativo è un altro dato: l’86% dei tursiopi identificati in Veneto e il 90% di quelli osservati nelle Marche sono stati fotografati almeno una volta mentre si alimentavano dietro ai pescherecci.

Non si tratta di un comportamento completamente nuovo. I delfini seguono le barche da pesca da decenni, ma la frequenza con cui questo avviene è aumentata sensibilmente. Negli anni Novanta, ad esempio, solo circa il 10% dei pescherecci era accompagnato da gruppi di tursiopi; oggi, in alcune aree dell’Adriatico, questa percentuale supera i tre quarti delle imbarcazioni osservate. Un cambiamento che, secondo gli autori dello studio, riflette una crescente dipendenza dalle attività di pesca come fonte di cibo.

I tursiopi sono tra i mammiferi marini più intelligenti e versatili conosciuti. Diffusi in tutti i mari temperati e tropicali del mondo, nel Mediterraneo rappresentano la specie di delfino costiera più comune. Vivono generalmente in gruppi sociali molto complessi, all’interno dei quali instaurano relazioni durature e cooperano durante la caccia. Oltre a comunicare tramite un vasto repertorio di fischi, i delfini utilizzano l’ecolocalizzazione: un sofisticato sistema biologico che permette loro di mappare l’ambiente e individuare le prede in condizioni di scarsa visibilità.

Una delle caratteristiche più sorprendenti di questa specie è la capacità di trasmettere comportamenti attraverso l’apprendimento sociale. Proprio per questo i ricercatori ritengono che seguire i pescherecci non sia soltanto una risposta individuale alla disponibilità di cibo, ma un comportamento che potrebbe essere tramandato da una generazione all’altra. Accanto alle madri, infatti, i piccoli seguono le imbarcazioni e osservano gli adulti durante la caccia, assimilando e replicando questa strategia di foraggiamento.

Ma perché i delfini scelgono di seguire le barche? La risposta è semplice: i pescherecci rappresentano una fonte di nutrimento facilmente accessibile. Durante le operazioni di pesca, infatti, numerosi pesci sfuggono alle reti oppure vengono rigettati in mare perché troppo piccoli o privi di valore commerciale. Per un predatore come il tursiope, approfittare di queste risorse significa ottenere un pasto abbondante consumando molta meno energia rispetto alla caccia naturale. Al pari del comportamento dei gabbiano in città quando si cibano dei nostri rifiuti organici che buttiamo nei secchi della spazzatura, per intenderci.

Quello che potrebbe sembrare un vantaggio, però, nasconde numerosi rischi. Avvicinarsi ripetutamente ai pescherecci aumenta infatti la probabilità di rimanere impigliati nelle reti o di riportare lesioni causate dalle attrezzature da pesca. Inoltre, la continua esposizione al rumore prodotto dai motori e dai macchinari può interferire con la comunicazione e con l’ecolocalizzazione, due strumenti fondamentali per la sopravvivenza di questi cetacei. Anche la dieta stessa potrebbe modificarsi nel tempo, rendendo alcune popolazioni sempre più dipendenti dagli scarti della pesca piuttosto che dalle normali prede presenti nell’ambiente.

Secondo gli autori dello studio, però, il problema non è solo il comportamento dei delfini, ma anche ciò che questo comportamento racconta sullo stato di salute dell’Adriatico. Il Mediterraneo è infatti considerato uno dei mari più sfruttati al mondo dal punto di vista della pesca commerciale. Secondo i dati della FAO, circa il 63% degli stock ittici del Mediterraneo e del Mar Nero è ancora pescato oltre i livelli biologicamente sostenibili, nonostante negli ultimi anni siano stati registrati alcuni miglioramenti nella gestione della pesca. L’Adriatico, in particolare, è uno dei bacini dove la pressione esercitata dalle attività umane è storicamente più elevata.

In un ambiente in cui molte popolazioni di pesci risultano impoverite dalla pesca intensiva, non sorprende che un predatore opportunista finisca per sfruttare una fonte di cibo alternativa. In questo senso, seguire i pescherecci non rappresenta necessariamente un esempio di straordinaria capacità di adattamento, ma potrebbe essere il sintomo di un ecosistema che offre sempre meno risorse naturali. Sembra che per questi animali, correre il rischio di ferirsi seguendo i pescherecci sia meglio che morire di fame.

Il fenomeno assume un significato ancora più profondo se si considera la storia recente dell’Adriatico. Fino a pochi decenni fa queste acque ospitavano numerose popolazioni di delfino comune (Delphinus delphis), oggi quasi completamente scomparse dalla maggior parte del bacino a causa della drastica riduzione delle prede e delle attività umane. Il tursiope, più flessibile dal punto di vista ecologico, è riuscito invece ad adattarsi ai cambiamenti ambientali, modificando il proprio comportamento alimentare. Ma adattarsi non significa necessariamente vivere in un ambiente sano.

La ricerca mette quindi in discussione una convinzione piuttosto diffusa: vedere animali selvatici che sembrano prosperare accanto alle attività umane non significa automaticamente che gli ecosistemi siano in buono stato di salute. Anzi, in molti casi è vero il contrario. Numerose specie modificano il proprio comportamento proprio perché gli habitat naturali non sono più in grado di garantire le risorse necessarie alla loro sopravvivenza.

Per questo motivo gli scienziati chiedono interventi per proteggere la ricca diversità di specie e sconsigliano l’uso continuato dei pescherecci a strascico, al fine di tutelare i delfini e preservare la biodiversità marina. 

In fondo, la vera notizia non è che i delfini abbiano imparato a seguire i pescherecci. La vera notizia è che uno dei predatori più intelligenti e adattabili del Mediterraneo sembra averne sempre più bisogno. E quando persino un animale capace di modificare le proprie strategie di caccia cambia così profondamente le proprie abitudini, forse non è il delfino ad aver trovato una scorciatoia, ma il mare a non essere più quello di una volta.

Alessia Mircoli