Se Spotify vi ha annoiati, qui c’è una soluzione

a cura di Viola Stefanello
Se Spotify vi ha annoiati, qui c’è una soluzione

Nel luglio del 2024 Kyle Chayka, uno dei più puntuali e precisi critici degli algoritmi, ha scritto un pezzo sul New Yorker intitolato Perché ho finalmente mollato Spotify. Le ragioni potevano essere moltissime: da anni, e soprattutto da sinistra, a Spotify si rimprovera di pagare gli artisti una miseria; di riempire le proprie playlist automatiche di “musica stock” prodotta a basso costo e firmata da ghost artist senza biografia né volto in modo da versare meno royalty ai musicisti veri; di investire in aziende di tecnologia militare; di starsi riempiendo di musica generata dall’intelligenza artificiale. 

Chayka, in particolare, contestava un altro fatto. Dopo l’ultimo aggiornamento, l’app aveva modificato tutta la schermata iniziale in modo da concentrare tutta l’attenzione sulle playlist e i mix scelti dall’algoritmo in base a quello che già si era ascoltato in passato. L’idea di base era quella di rendere l’esperienza il più fluida e automatica possibile, scoraggiando l’utente dall’andare a cercare specifici album o playlist create da sé o da altre persone. «I problemi legati alla tecnologia di ascolto si ripercuotono sulla musica stessa», riassumeva. «Bombardati da suggerimenti generici e ripetizioni dei brani ascoltati di recente, gli ascoltatori vengono condizionati ad affidarsi a ciò che Spotify propone loro piuttosto che a ciò che cercano autonomamente».

È una cosa che negli ultimi anni diversi giornali hanno provato a spiegare, e ha un che di paradossale. Non è mai stato così facile trovare nuova musica: ogni giorno online vengono caricate decine di migliaia di nuovi brani, e in teoria abbiamo a portata di mano quasi tutta la musica mai registrata. Eppure, trovare qualcosa di davvero nuovo, di fresco, che non dia l’impressione di essere stato selezionato per noi da un algoritmo opaco (e privo di orecchie) sembra sempre più difficile. 

È per questo che sorrido sempre quando il mio feed di Instagram si grazia di mostrarmi i post di Collettivo HMCF, un gruppo di ragazzi di Bologna che da sedici anni cerca, individua e spinge artisti dell’underground italiano, proponendo spesso e volentieri playlist fatte a mano divise per sottogenere, dallo shoegaze al post punk. Nei loro post, Spotify non viene mai nominato: le canzoni «si possono trovare sul distributore di musica digitale più famoso», scrivono al limite nella didascalia. Alcune delle chicche più rare, però, su quel distributore manco ci sono. 

Oggi, quella di Collettivo HMCF è una delle operazioni più sistematiche e aggiornate di documentazione dell’underground musicale italiano, tra newsletter, compilation in free download, fanzine e un gruppo Telegram dove si scambia musica. All’inizio, però, doveva essere soltanto una web radio gestita da amici che si erano conosciuti al liceo. 

«Ci piacerebbe darti una storia epica», mi dice Teo Filippo Cremonini, uno dei fondatori del Collettivo. «ma è tutto molto più facile». Il nome è nato mentre cercavano un dominio per il sito, che avrebbe dovuto chiamarsi Close Friends FM: scoperto che quel nome apparteneva già a una catena di farmacie tedesche, ci hanno aggiunto davanti un prefisso a caso, Hey Men Close Friends. Una volta cresciuti, l’hanno accorciato nella sigla HMCF. Quante persone ci siano dietro è una domanda a cui Cremonini non sa rispondere con un numero: «A livello istituzionale, con l’associazione culturale, siamo una decina. Poi c’è chi è più operativo in certi momenti e chi in altri. Chiunque siamo, o quasi».

Quando gli si chiede cosa cercano di fare, Cremonini risponde che loro si considerano «dei giocattoli difettosi». Il gruppo mette insieme curiosi a cui sono sempre piaciute «le band storte, le persone che fanno cose che non hanno senso», ma che non si considerano necessariamente «dei perdenti, degli sfigati». La funzione che si attribuiscono è rispondere a una domanda che di solito nessuno si pone: «In ogni cosa che riguarda la musica si dice: questi sono bravi. Ma gli altri dove sono? Ecco, noi rispondiamo alla domanda dove sono gli altri». Il resto viene da lì: «Giochiamo con la comunicazione in ambito musicale, ascoltiamo tanta musica per davvero e soprattutto pensiamo. Che non è male».

Per il resto, «non siamo una rivista, non siamo una band indie di metà anni Dieci, non siamo dei content creator», aggiunge. «Siamo dei ricercatori». Il paragone utile è con quello che in inglese si chiama digging, la pratica di andarsi a cercare la musica scavando tra piattaforme, etichette, blog e cataloghi invece di aspettare che un algoritmo la suggerisca, e che una rivista come Pitchfork ha provato a mappare nelle sue forme più ossessive. Il Collettivo HMCF quel lavoro di scavo lo fa per il pubblico.

Per Cremonini, il problema non è il mezzo digitale: lui contesta l’idea che la musica un tempo si scoprisse soprattutto dal vivo. «Diranno in molti: una volta si andava tanto ai concerti, si vedevano le cose. La realtà è che tramite programmi radio e servizi di streaming, da Myspace a Bandcamp, la musica ce la siamo sempre trovata così. È innegabile che ora ci sia una progressiva perdita di interesse per il dal vivo, ma molte volte dipende dai contenitori, non dal contenuto». 

Sul distributore che non nominano, la loro posizione ha una storia. «Siamo stati tra i primi detrattori di Spotify, prima della pandemia», dice Cremonini, «perché la produzione musicale era pensata solo in funzione di Spotify, e il loro modello di comunicazione era tutto incentrato sul dire: ci siamo noi, che possiamo farti diventare ricco». Col tempo il loro giudizio si è raffreddato, e oggi lo considerano una piattaforma tra le altre, con pregi e difetti. «L’algoritmo a noi non interessa. I correlati un po’ meglio. Ma la musica, in tutta onestà, oggi la scoviamo su riviste e su Bandcamp». Rimpiangono piuttosto il mondo che aveva generato SoundCloud qualche anno fa: «era un mondo alternativo, ed era bellissimo». 

Il fatto di appoggiarsi a un social grande e proprietario come Instagram non li preoccupa, perché ne hanno già visti passare altri. «Prima c’era Myspace, poi c’è stato Facebook, poi c’è Instagram», dice Cremonini. «Ricominceremo da zero su altre piattaforme, costruiremo nuove community digitali, tanto ci ritroviamo sempre con tutte queste persone negli anni». La prospettiva di ripartire non lo preoccupa. «Sai quanto è bello ogni volta dover ricominciare? Non ti fa sentire vivo?».

Viola Stefanello