È il 3 settembre del 2025 quando un microfono della televisione statale cinese cattura una bizzarra conversazione tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Kim Jong-un. I tre capi di Stato si stanno dirigendo verso piazza Tienanmen, a Pechino, per assistere all’imponente parata militare che celebra l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.
«Un tempo difficilmente si viveva più di 70 anni, ma oggi a 70 anni sei ancora un bambino», dice il segretario generale del Partito Comunista Cinese. Il presidente russo si mostra d’accordo: «Con lo sviluppo delle biotecnologie gli organi umani possono essere trapiantati più volte, e le persone possono vivere più a lungo e perfino raggiungere l’immortalità». A quel punto Xi afferma che «secondo le previsioni, nel corso di questo secolo gli esseri umani potranno vivere fino a 150 anni».
Putin ha confermato all’agenzia di stampa Tass di aver discusso con il suo omologo cinese di temi legati all’aumento dell’aspettativa di vita, ribadendo che «i moderni metodi medici e chirurgici permettono all’umanità di sperare che la vita possa durare più a lungo di quella attuale».
Lo stesso presidente russo, del resto, è da tempo interessato alla longevità – non solo politica – e ai rimedi anti-invecchiamento. Nel 2018, ad esempio, Putin aveva spiegato all’allora cancelliere austriaco Sebastian Kurz i benefici delle camere criogeniche, in cui il corpo viene esposto a temperature che possono arrivare fino a -160 gradi.
Nel 2024 Putin ha poi lanciato un’iniziativa governativa da oltre venti miliardi di euro, chiamata “Nuove tecnologie per la conservazione della salute”. Secondo il Wall Street Journal, gli scienziati russi e le agenzie statali starebbero sperimentando la biostampa tridimensionale di tessuti viventi e lo xenotrapianto, la coltivazione di organi compatibili con gli esseri umani all’interno di maialini geneticamente modificati.
Tutto ciò stride profondamente con il fatto che, dopo quasi tre decenni di regime putiniano, l’aspettativa media di vita di un uomo russo è di appena 68 anni, sensibilmente inferiore rispetto a quella europea che arriva a 79 anni. Su questo pessimo dato pesano fattori economici, sociali e ovviamente bellici: secondo le stime di Mediazona, nel corso dell’invasione dell’Ucraina sono morte tra le 240mila e le 352mila persone.
Putin non è comunque l’unica persona ricca e potente ad essere affascinata dalle tecnologie volte a far raggiungere l’immortalità, o quanto meno ad allungare la vita il più possibile – ad eccezione, vale la pena ribadirlo, di quella dei suoi soldati.
L’autocrate russo è infatti in compagnia dei tecno-oligarchi della Silicon Valley, che in quanto a stranezza e ossessione sul tema lo superano abbondantemente. Stando a un’analisi del Wall Street Journal, negli ultimi due decenni i magnati della Silicon Valley hanno investito più di cinque miliardi di dollari nel settore della longevità e nella ricerca di soluzioni anti-invecchiamento.
Tra di loro spicca Peter Thiel, il fondatore di Palantir, che in passato ha parlato delle trasfusioni di plasma dai giovani come di un possibile strumento di prolungamento della vita. Nel corso degli anni Thiel ha investito decine e decine di milioni di dollari in varie startup e fondazioni non-profit che si occupano di medicina rigenerativa, tra cui Unity Biotechnology e Methuselah Foundation. Il co-fondatore di Paypal è iscritto alla Alcor Life Extension Foundation, che si occupa di congelare i corpi dei clienti finché non esisterà una tecnologia in grado di resuscitarli.
Anche Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI, ha messo parecchi soldi – 180 milioni di dollari – in Retro Biosciences, un’azienda biotecnologica della Bay Area che punta a rallentare e addirittura invertire il processo di invecchiamento umano, aggiungendo dieci anni in più all’aspettativa di vita media. E ancora: il fondatore di Amazon Jeff Bezos è tra i principali finanziatori di Altos Lab, un’altra azienda californiana che ha raccolto 3 miliardi di dollari e sta sperimentando terapia basate sulle cellule staminali per estendere la durata della vita.
Come ha sottolineato il giornalista e scrittore Mark O’Connell in un lungo articolo sul New York Times, i prodotti di queste aziende «si collocano in una zona intermedia tra ciò che appare plausibile e ciò che resta ancora fantascientifico».
Può anche essere, dunque, che in futuro alcune di queste tecnologie possano diventare accessibili anche per il cittadino medio. Ma di sicuro, chiosa O’Connell, al momento la fissazione dei tecno-oligarchi per la longevità «riguarda prima di tutto loro stessi».
Oltre a finanziare questo settore, diversi magnati sono dediti al cosiddetto “biohacking”: provano cioè in prima persona questi presunti rimedi, alcuni dei quali decisamente discutibili, nella convinzione che il corpo umano sia assimilabile a un programma informatico da modificare e ottimizzare a piacimento.
L’imprenditore Craig Cooper sostiene di mangiare cinque scatolette di sardine al giorno, perché le sardine – a suo dire – sono «il supercibo numero uno». Il fondatore di Evernote Phil Libin non mangia invece per giorni, consumando solo acqua, caffè e tè. Anche l’ex amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey pratica una forma estrema di digiuno intermittente, che secondo alcuni medici rientra appieno nel novero dei disturbi alimentari. Il già citato Sam Altman ha dichiarato di assumere la metformina – un farmaco antidiabetico – per «rallentare l’invecchiamento», sebbene non ci sia alcuna prova della sua efficacia in questo ambito.
Nessuno di loro però si avvicina neanche lontanamente ai picchi ossessivi dell’imprenditore tech e influencer Bryan Johnson, che da qualche anno a questa parte si è trasformato in una specie di esperimento umano vivente sulla longevità.
Dopo aver venduto la sua azienda a PayPal per 800 milioni di dollari, Johnson ha cambiato radicalmente vita. Prima ha lasciato la moglie, a cui era stato diagnosticato un cancro al seno al terzo stadio; poi ha abbandonato la fede mormonica; e nel 2021 ha infine inaugurato il cosiddetto “Project Blueprint”.
Si tratta di un programma volto a invertire il processo di invecchiamento umano, interamente condotto sul corpo di Johnson. Il progetto è documentato fino ai minimi dettagli sui social – dove l’imprenditore ha raggiunto oltre quattro milioni di follower su varie piattaforme – ed è stato pure l’oggetto di un (criticatissimo) documentario su Netflix intitolato Don’t Die (“Non morire”), il mantra per eccellenza di Johnson.
Come ha sintetizzato su Wired la giornalista Katie Drummond, quello seguito dall’imprenditore è un “regime totalizzante” che comprende sfiancanti allenamenti quotidiani, esami continui su tutti gli organi del corpo, assunzione di centinaia di pillole e integratori al giorno, una routine del sonno marziale, terapie sperimentali di vario genere e un deficit calorico piuttosto estremo.
Johnson sostiene che il suo progetto segue rigorosamente la «migliore scienza disponibile»; ma in realtà, molti dei protocolli che esibisce compulsivamente sui propri profili social sono tutt’altro che scientifici.
L’uomo, che ora ha 48 anni, dice di essere ringiovanito di 5,1 anni da quando ha iniziato il progetto. Un simile traguardo è stato però messo in dubbio da alcuni esami visionati dal New York Times, che parlano invece di un invecchiamento di dieci anni.
Johnson ha dichiarato di aver perso oltre 27 chilogrammi grazie all’esercizio fisico e alla restrizione calorica. L’imprenditore assume infatti soltanto 1977 calorie al giorno – una quantità calcolata non in base al suo reale fabbisogno, ma al suo anno di nascita. In un’intervista a VICE del 2023 ha dichiarato che per lui è «un successo» andare a letto affamati ogni sera, aggiungendo che andare fuori a mangiare una pizza o ubriacarsi è «la peggiore esperienza possibile».
Johnson si è poi sottoposto ad alcuni rimedi a dir poco bizzarri. Ha fatto una trasfusione di un litro di plasma del figlio, che non ha dato alcun risultato; ha somministrato delle scariche elettriche al suo pene per aumentare la durata delle erezioni, che sul suo sito definisce «lunghe come il Titanic»; ha fatto saune ad altissime temperature con un pacco di ghiaccio appoggiato sui testicoli; ha assunto in diretta streaming una dose decisamente elevata – troppo elevata – di psichedelici; e prende regolarmente ogni giorno tra le 100 e le 130 pillole di integratori, una quantità che nessun medico consiglierebbe mai.
Gli integratori, tra l’altro, sono il cuore pulsante del business che gira intorno al “Project Blueprint”. Nel negozio del sito ufficiale si possono infatti comprare – a prezzi esorbitanti – pillole e prodotti alimentari di vario tipo, tra cui un olio d’oliva di qualità scadente. Come ha rivelato un articolo del New York Times, alcuni di questi integratori hanno provocato vomito, nausea e bruciore di stomaco ai clienti, preoccupando non poco i dipendenti dell’azienda.
A tal proposito, il quotidiano statunitense ha poi scoperto un aspetto inquietante dell’attività di Johnson: il controllo maniacale dei dipendenti attraverso la stipula dei Non Disclosure Agreement, gli accordi di riservatezza.
In sostanza, chi lavora con Jonhson non può dire nulla in pubblico su Johnson, pena la decurtazione dello stipendio o il licenziamento. Ai dipendenti veniva inoltre fatto sottoscrivere un altro tipo di accordo, che impediva loro di lamentarsi o fare causa per i comportamenti problematici di Johnson – tra cui andare in giro nudo per il posto di lavoro (ossia casa sua), parlare di sesso ed erezioni, e “flirtare” con le lavoratrici.
Johnson ha minimizzato le accuse affermando che si tratta di una pratica del tutto usuale nel mondo aziendale, aggiungendo che «nessuno agisce in piena trasparenza» e ribadendo che il suo ambiente di lavoro è perfettamente sano.
Negli ultimi tempi – in parallelo con l’aumento della sua popolarità social-mediatica – l’imprenditore ha intrapreso una preoccupante svolta messianica e pseudo-religiosa. In un’intervista al New York Times ha spiegato di ritenersi «un artista performativo che sta cercando di mettere in pratica una nuova filosofia». Parlando di sé in terza persona ha detto che «Bryan Johnson è il primo prototipo dell’Homo sapiens Don’t Die», proteso cioè al raggiungimento dell’immortalità.
Per non farsi mancare nulla, Johnson ha fatto sapere di aver abbracciato l’ideologia del Network State di Balaji Srinivasan, annunciando pure l’intenzione di creare una sua città-stato privata chiamata, ovviamente, Don’t Die.
In un podcast, l’imprenditore ha elencato i suoi cinque obiettivi principali: «il primo è quello di fondare una società. Il secondo è creare un paese. Il terzo è di fondare una religione. Il quarto è non morire. E il quinto è diventare Dio». Johnson è fermamente convinto che l’aiuto decisivo arriverà dall’intelligenza artificiale che, come molti suoi simili, ritiene una vera e propria divinità sintetica.
Di recente il progetto di Johnson ha subito una clamorosa battuta d’arresto, e il responsabile è proprio il suo corpo. All’inizio di luglio l’imprenditore ha infatti comunicato di essere affetto da gastrite autoimmune, una malattia cronica in cui il sistema immunitario attacca lo stomaco. Sfoderando il suo solito ottimismo, Johnson ha scritto sui propri profili che proverà comunque a curarla.
La diagnosi ha però lanciato un messaggio molto chiaro: nonostante i milioni spesi, le terapie sperimentali, i protocolli proibitivi, i beveroni proteici e le centinaia di pillole quotidiane, Johnson è destinato a morire.
Così come lo sono Vladimir Putin, Peter Thiel, Sam Altman, Jeff Bezos e i tecno-oligarchi che pompano soldi nelle startup della longevità, accarezzando il sogno dell’immortalità.
Nessuno di loro raggiungerà la vita eterna. Nessuno diventerà un “Dio”. Tutti quanti, nessuno escluso, faranno la fine dei comuni mortali da cui cercano in ogni modo di prendere le distanze.
Leonardo Bianchi