L’IA entra nell’NBA

a cura di Paolo Lazzari
L’IA entra nell’NBA

Lo scorso mese di maggio il commissioner Nba Adam Silver ha annunciato l’introduzione di un Occhio di falco come quello utilizzato nel tennis, interamente gestito da un algoritmo: dovrebbe spegnere le polemiche e salvare milioni di dollari. 

Perdere la pazienza per un errore è più che lecito, quando in palio ci sono milioni di dollari. Quella che è andata in scena lo scorso 27 maggio 2026 – quando gli Oklhaoma City Thunder hanno sfidato i San Antonio Spurs in gara cinque delle finali di Western Conference Nba – è però diventata una sfuriata epocale per più di un motivo. Al Paycom Center l’arbitro sbaglia nell’assegnare una rimessa, la prova tv lo evidenzia, e subito si apre il dibattito: cosa sarebbe successo, se ci fossimo affidati alla tecnologia? 

Tornando sulla scena del delitto, sul parquet si agita, furente, coach Mitch Johnson, boss degli Spurs. Sostiene che sia stato commesso un errore, ma gli arbitri lo ricacciano indietro, invitandolo a sedersi. Johnson non ci pensa proprio: sa che quando ti trovi ad un passo dal traguardo finale ogni dettaglio può fare la differenza. Anche una banale rimessa. Così continua ad inveire in modo scomposto, fino a quando non incassa un fallo tecnico contro, per proteste. I Thunder vinceranno la partita con il punteggio di 127-114, portandosi 3-2 nella serie, trascinati da Shai Gilgeous-Alexander con 32 punti e Alex Caruso con 22. La questione però è tutt’altro che esaurita. 

Nell’Nba, il più munifico campionato di basket del globo, un singolo errore arbitrale può costare milioni di dollari di perdite in termini tra sponsor, scommesse, diritti televisivi, incassi da biglietto. Troppo per non decidere di andare fino in fondo alla faccenda. Considerato lo tnusami di polemiche che si solleva subito dopo la gara, poche ore più tardi il commissioner Adam Silver decide che si rende necessario un supplemento di riflessione sul tema. Ospite del Pat McAfee Show, su Espn, dichiara che quello che è appena successo non verrà derubricato come una banale dinamica di gioco. Accomodandosi meglio sulla sua poltrona, i contorni delle labbra che si allargano in un sorriso ampio, annuncia invece l’arrivo di un cambiamento dirompente “da realizzare al più presto”.  A breve distanza dall’inizio di ottobre, quando partirà il nuovo campionato, non è ancora dato sapere se il sistema verrà applicato subito o in corsa. Quel che è certo? Ha già messo un piede sul parquet. 

Quello che Silver tratteggia è un metodo automatizzato per neutralizzare le lamentazioni dei club ed assicurare la massima imparzialità. L’AI interverrà per tutte le chiamate “oggettive”. Un esempio? Un pallone che finisce oltre la linea, appunto. Per questo genere di situazioni gli arbitri non dovranno più essere coinvolti. Un sistema di Hawk-eyes, gli Occhi di Falco già in uso in altri sport – il tennis in primis – consentirà di intervenire con quella assoluta precisione che non è del mondo umano, ma appartiene certamente a quello dei sensori governati dall’AI. 

Adam Silver

A questo punto la gente, da casa, inizia a ribaltarsi sui divani. Perché comprende subito come l’irruzione della tecnologia dentro alla palla a spicchi rappresenti un punto di non ritorno enorme. Anche perché non è la prima volta che una lega professionistica americana decide di affidarsi alla tecnologia per districare i suoi problemi, ma certo è raro assistere a un commissioner che, a telecamere spianate, ne annuncia l’avvento in modo così limpido.

L’idea ricalca quello che già succede in altri sport. Nel tennis, appunto, un sistema di rilevamento elettronico delle linee riesce a stabilire in una frazione di secondo se una palla sia dentro o fuori. Non dissimile quello di cui si è dotato il baseball a stelle e strisce: il sistema automatico di ball & strike ha cambiato il volto della competizione, abbattendo drasticamente la soglia dell’errore. F unziona tramite una combinazione di telecamere e tracciamento radar per verificare istantaneamente la traiettoria della palla rispetto a una zona di strike digitale e geometrica. Esempi che sintetizzano come la tecnologia possa trovarsi a convivere con lo sport sostanzialmente migliorandolo. Anzi, può persino rafforzarne la credibilità agli occhi del pubblico, riducendo le polemiche post-partita e restituendo fiducia nel risultato finale. Non è un caso, del resto, che sia stata proprio l’ondata di malumori social nata da un singolo episodio a spingere Silver ad uscire allo scoperto con un annuncio così netto. Il brand e la reputazione della Lega, assediati in un frangente storico contrassegnato da replay continui e da analisi al rallentatore condivise in tempo reale su tutte le piattaforme, sono diventati un patrimonio da difendere strenuamente. 

Il sistema previsto per l’Nba segue questa logica. Una rete di telecamere ad altissima precisione verrà posizionata lungo l’intero perimetro del parquet, con una missione precisa: monitorare in tempo reale la posizione della palla e quella dei giocatori. Quando si tratterà, per esempio, di capire a chi spetti il possesso dopo un contatto vicino alla linea laterale, il sistema esprimerà la sua sentenza senza indugio: è dei Lakers, dei Thunder, dei Knicks e così via. In questo modo si scansano le ambiguità e le polemiche si liquefanno. 

Questa automazione governata dall’AI dovrebbe, nelle intenzioni della Lega, sortire anche un effetto effatto secondario: la fine dei challenge interminabili, delle revisioni al replay che fiaccano il ritmo denso delle partite. La tecnologia non consentirà di essere soltanto più precisi, ma anche più veloci. Non è chiaro – almeno fino a quando la nuova tecnologia non verrà utilizzata – quale sarà il grado di trasparenza del processo di calibrazione degli algoritmi, né come verranno gestite le eventuali zone grigie che anche le chiamate apparentemente più oggettive possono celare. E soprattutto, resta da capire come reagirà il pubblico di fronte a un basket sempre più mediato dalla tecnologia: uno sport che ha costruito parte del suo fascino anche sull’imperfezione umana, sul confronto davanti ad un boccale di birra scura, sul dubbio che in qualche modo finisce per alimentare la passione. 

Conflitti appianati? Non del tutto, quindi. Anche perché gli arbitri Nba – come ogni direttore di gara in qualsiasi altro sport – non possono essere (almeno per ora) completamente esautorati dall’AI. L’algoritmo si occuperà di tutto quel che concerne posizioni, traiettorie, contatti con le linee. Gli scontri di gioco, l’intenzionalità di un fallo, oppure la lettura di un’azione che pare ambigua, resteranno interamente materia digeribile per gli esseri umani. Le polemiche, anche per la stagione che sta per sorgere, potrebbero quindi non mancare, ma in tutto questo va evidenziata la diversità di paradigma rispetto, ad esempio, all’utilizzo del VAR nella nostra Serie A. In Italia, infatti, continuano ad alimentarsi discussioni non soltanto per il momento nel quale si sceglie di ricorrervi, ma anche per le decisioni stesse che vengono prese dopo il check con la sua assistenza. L’Nba ha scelto, invece, la via dell’oggettività massima: nessuna interpretazione è possibile quando si parla di bordi e linee. 

La distinzione operata dal Commissioner in diretta tv è importante anche per un altro motivo. Parlando del flopping, la pratica di simulare un fallo, Silver ha spiegato che la lettura del contesto non può (ancora) essere affidata all’intelligenza artificiale. Che esistono una serie di percezioni decifrabili soltanto da chi si trova umanamente e fisicamente in campo. Un argine eretto in modo netto e inequivocabile, per quanto potenzialmente più che friabile alla luce dell’accelerazione quotidiana dell’algoritmo. Quel che succederà quando l’AI scenderà sul parquet – magari con potenziali arbitri semi-infallibili – è tutto da vedere e pone, semmai, un tema etico più ampio. 

Continueremo a ricercare un equilibrio tra uomo e macchine per rendere più oggettivo e regolare il gioco, o ci consegneremo completamente? E, se sì, che ne sarà della nostra funzione nel mondo? Un argomento che, evidentemente, travalica le linee di un campo da basket per penetrare in tutti i settori della nostra esistenza. 

Paolo Lazzari