Per chiunque frequentasse Facebook dal 2014 in poi, Stephen Ellcock era il misterioso admin dell’omonima pagina, probabilmente una delle più belle mai esistite sulla piattaforma. Nella vita vera era un libraio inglese di Londra che, in un momento complesso della sua vita, aveva trovato una strana vocazione: cercare immagini splendide e poco conosciute e riversarle quasi compulsivamente in quello spazio digitale che era stato creato per tutt’altro, fino a costruire un archivio seguito da centinaia di migliaia di persone.
Oggi la pagina esiste ancora, anche su Instagram, in un ecosistema molto diverso da quello degli esordi. Nel frattempo Ellcock ha trasformato quell’archivio in una serie di pubblicazioni d’arte per Thames & Hudson, compreso Il suo prossimo libro, Ark, in uscita in Italia a settembre per Rizzoli, che conclude la trilogia iniziata con Underworld e proseguita con Elements: una sorta di Arca di Noè, costruita attraverso immagini di specie animali e vegetali, per celebrare ciò che esiste ancora e ciò che rischiamo di perdere.
Gli ho fatto alcune delle domande che mi sono posta in questi anni seguendo il suo lavoro.
Sei stato definito un “alchimista delle immagini”, come spiegheresti questa pratica? Cos’ha di diverso dalla curatela?
Penso di essere anche un curatore, ma “alchimista delle immagini” è la mia definizione preferita e quella che si è diffusa di più rispetto alla mia attività. Trovo affinità e corrispondenze tra le immagini: è una sorta di atto magico, un processo alchemico, lo dico anche a costo di sembrare estremamente pretenzioso. Due immagini accostate creano qualcosa di diverso, come accade in un collage. Mi piace pensare che, in questo senso, io stia creando qualcosa, e che sia quindi anche una forma d’arte. Sono bravo a riconoscere i pattern e a crearne di nuovi: per questa capacità sono stato spesso invitato a lavorare con curatori e artisti nell’allestimento delle loro mostre. Penso anche che i miei libri siano opere d’arte, perché sono il frutto di una scelta, e penso che scegliere sia un modo di fare arte. Sarebbe terribile per il pianeta, ma il mio sogno sarebbe stampare tutte le immagini del mio archivio e lavorare fisicamente con loro, costruire un gigantesco collage alchemico.
Quanto grande sarebbe? Hai mai contato quante immagini contiene il tuo archivio?
Centinaia di migliaia. Probabilmente molte di più.
L’archivio è organizzato secondo un sistema razionale oppure si basa soprattutto su associazioni intuitive? Sarei curiosa di sapere qual è il criterio secondo il quale organizzi le tue immagini nelle cartelle sul desktop, ad esempio.
Ho iniziato solo recentemente a organizzarlo sul serio, sto seguendo diversi criteri. A volte parto da una categoria come “simboli”, e a partire da quella passo alle sottocategorie: luna, sole, spirale… non organizzo mai in base a criteri di luoghi ed epoche, cerco di eliminare questo tipo di confini, e anche le gerarchie tra le forme d’arte. Francamente non mi interessano molto. Il mio obiettivo è sempre stato quello di rappresentare il più possibile età diverse, media, culture e paesi differenti. Penso che quello che voglio creare sia un’immagine del mondo come vorrei che fosse, come potenzialmente potrebbe essere, perché anche se purtroppo assistiamo a molta divisione, in realtà tutto è interconnesso. Colori, motivi, simboli simili si ritrovano nelle epoche e tradizioni più disparate. Penso, per esempio, all’arte tessile, che è la mia nuova passione. In questo ambito, alcune delle cose più belle mai create sono state realizzate da persone sconosciute. Questo per me è un aspetto fondamentale da non sottovalutare. C’è tendenza a costruire una narrazione intorno all’arte, specialmente in occidente siamo sempre alla ricerca del genio, del grande autore, e quando un’opera esce da quella narrazione sembra perdere valore. Ma come vediamo in un qualsiasi museo che abbia reperti antichi, un oggetto, anche tra i più quotidiani, creato da una persona qualunque può essere frutto di una straordinaria abilità, di grande bellezza, di competenza tecnica e utilità. C’è più arte al mondo fatta da sconosciuti che da nomi celebri. Vorrei trovare tutto, è frustrante non riuscirci. Trovare qualcosa di nuovo ancora mi provoca una profonda emozione.
Dove cerchi le immagini?
Quasi esclusivamente online. Non ho il tempo né le risorse per fare ricerche in modo diverso. Mi è capitato però di essere invitato a visitare alcuni archivi privati. Alcuni sono luoghi segreti, di cui pochissimi sono a conoscenza. In particolare mi è successo a Londra di essere invitato da un’organizzazione segreta con una collezione di enorme valore, principalmente composta da reperti legati alla magia e alla storia delle rivoluzioni politiche…prima di accedervi ho dovuto dimostrare di essere una persona “onesta”, che non avrebbe cercato di riportare niente di quel che avrei visto all’esterno, e sottopormi a una serie di controlli. Quell’esperienza è stata fondamentale per due dei miei primi libri, ma non posso dire altro. Pur essendo l’opposto di quello che faccio io, ovvero cercare di rendere le immagini accessibili a chiunque, ho compreso e rispettato la necessità della segretezza.
C’è un’immagine che stai ancora cercando e che non sei riuscito a trovare?
Sì, ce ne sono tante. Ci sono ancora grandi vuoti nella mia ricerca, per varie ragioni. Fino a poco tempo fa, per esempio, mi era molto difficile accedere agli archivi giapponesi, perché le informazioni che accompagnavano le immagini erano unicamente in giapponese, non avevo modo di capire cosa stessi osservando. I vuoti più grandi riguardano soprattutto il Sud globale. È molto difficile trovare arte africana, a meno che non sia stata rubata e portata nei musei occidentali. Ogni tanto qualcuno mi chiede: “Perché condividi immagini di opere trafugate?” La risposta è semplice: perché spesso è l’unico modo per poterle vedere, sono le uniche disponibili. È una conseguenza dell’eredità del colonialismo e dell’estrazione coloniale. Ho un amico straordinario che cura una collezione di importanza inestimabile di arte tessile africana e indiana, chiamata Karun Thakar Collection. È indiano, vive nel Regno Unito e ha una passione quasi ossessiva per trovare oggetti che nessuno conosce e che sono stati snobbati dal gusto o dall’interesse popolare, come le bandiere, ne ha raccolte diverse del Ghana che altrimenti sarebbero state buttate.

Hai costruito la tua autorevolezza culturale fuori dalle istituzioni tradizionali, in un’epoca in cui i social media erano ancora considerati spazi marginali. Incontri ancora oggi scetticismo nel mondo dell’editoria a causa di quelle origini?
Decisamente. C’è ancora molta snobberia e una forte resistenza. È una cosa concreta, tangibile. Ma non mi dà affatto fastidio.
Quando ho iniziato su Facebook lo facevo semplicemente per divertimento, per me e per qualche amico. Poi è diventata un’ossessione. Passavo le ore a ricercare e postare, dalle 15 alle 17 ore al giorno. Adesso il panorama digitale è cambiato molto, ma all’epoca ebbi la sensazione che avere quello spazio fosse l’occasione per creare qualcosa di davvero democratico e accessibile. Avevo intuito di star scoprendo qualcosa di importante. Ho lavorato in molti ambiti diversi, ma non avevo mai provato quella sensazione. Era come aver trovato finalmente la mia vocazione. Alcuni pensavano davvero che fossi diventato pazzo, ma avevo una visione molto chiara di quello che sarebbe potuto diventare: un nuovo modo di comunicare con gli altri, un nuovo medium. Ancora oggi le persone non sanno bene come classificarmi. Non rientro in nessuna categoria. Non sono un artista, non sono uno scrittore, non sono un curatore nel senso tradizionale del termine. È una cosa nuova.
Dopo qualche anno, hanno iniziato a contattarmi agenti letterari ed editori, che vedevano soprattutto il fatto che avessi molti follower e quindi un potenziale economico. Ma non avevano nessuna idea di cosa fare con il mio lavoro. Volevano semplicemente pubblicare un libro pieno di immagini messe insieme a caso, mentre io avevo in mente qualcosa di più curato, di qualità, per fortuna poi sono riuscito a realizzare questo sogno.
Ti senti mai in conflitto con l’infrastruttura digitale all’interno della quale lavori?
Sì, in questo momento sono molto disilluso. Ogni tanto pubblicare online mi stanca, la gioia che provavo all’inizio è diminuita man mano che le piattaforme cambiavano. Grazie ai social ho conosciuto persone meravigliose, ma oggi trovo meno senso di comunità. Ricevo continuamente messaggi da Meta che mi incitano a fare contenuti in un certo modo, ma non voglio trasformare il mio lavoro per soddisfare l’algoritmo, non voglio dover fare dei Reel ad esempio. Dedico moltissimo tempo a quello che faccio, eppure sui social tutto sembra arbitrario. Posso pubblicare la stessa identica immagine alla stessa ora di un altro giorno e ottenere risultati completamente diversi. È quasi una forma di violenza. Credo che prima o poi emergerà qualcosa di nuovo. Qualcuno inventerà uno spazio diverso.
I social sono contenitori estremamente fragili: basta un cambiamento dell’algoritmo o della piattaforma perché anni di lavoro scompaiano. Questo influenza il modo in cui pensi al tuo archivio?
Sì. Sono consapevole che potrebbe succedere. Se Meta decidesse improvvisamente di cancellare il mio account sarebbe terribile. Dal punto di vista economico rappresenterebbe una perdita enorme. Per fortuna mi restano i libri.
Che cosa pensi delle immagini generate dall’intelligenza artificiale? Le includeresti mai nel tuo archivio o in uno dei tuoi libri?
L’ho già fatto! In Underworld c’è il lavoro di un’artista che usa l’intelligenza artificiale e che ammiro moltissimo. Dall’intelligenza artificiale non si può più tornare indietro. Dovremo imparare a conviverci, a meno che il mondo non collassi. Conosco molte pagine d’arte famose che hanno condiviso immagini generate dall’AI senza nemmeno rendersene conto, quindi perché escluderle a prescindere?
A volte mi fa paura. Mentre cercavo delle citazioni da affiancare a delle immagini raffiguranti delle capre per Ark, Gemini mi ha restituito delle citazioni bellissime attribuite a grandi poeti inglesi, riguardanti le capre. Ho pensato che fossero meravigliose, ma dopo una verifica, ho scoperto che quelle citazioni non esistevano. Erano state inventate di sana pianta dall’AI.
Parliamo di Ark. Com’è nata l’idea di fare un libro Arca di Noé?
Volevo che fosse l’equivalente contemporaneo delle grandi enciclopedie naturalistiche del XIX secolo. Mi sono ispirato anche a un libro straordinario che apparteneva a mia nonna e che cercava di spiegare Darwin ai bambini. Ha avuto un impatto enorme su di me. Sono cresciuto tra il mare e la campagna. Poi mi sono trasferito a Londra. A un certo punto mi sono ammalato gravemente, ero molto depresso, e proprio in quel periodo, ho iniziato a creare il mio archivio su Facebook, e mi sono trasferito nelle Docklands. Per cercare di stare meglio ho cominciato a fare lunghe passeggiate lungo il fiume e mi sono accorto di quanta fauna acquatica ci fosse intorno a me. C’era una varietà incredibile di uccelli. Riconnettermi con la natura non è stato un gesto eroico. Non sono andato dall’altra parte del mondo. Si trattava semplicemente di imparare a osservare e ad apprezzare gli animali più comuni, quelli che incontriamo ogni giorno. Può sembrare patetico ma quel tipo di connessione con il mondo vivente ha cambiato la mia vita e la mia personalità. È stata anche una trasformazione spirituale. Ark nasce da questa esperienza: dal sentirsi fuori posto nel mondo contemporaneo, in un’epoca governata da mostri.
Il tuo ultimo lavoro arriva in un momento in cui le immagini della natura sono spesso associate alla perdita e alla catastrofe. Perché hai scelto invece di concentrarti sull’abbondanza?
È stata una scelta consapevole. All’inizio, quando ho pensato al libro, avevo preso in considerazione l’idea di includere immagini della perdita e della devastazione: allevamenti intensivi, animali sofferenti, tragedie ambientali. Poi ho capito che volevo fare l’opposto. Volevo celebrare tutto ciò che merita di essere salvato, rappresentandolo in vita. Volevo che le persone vedessero quello che rischiamo di perdere se non cambiamo il nostro modo di vivere. I saggi presenti nel libro parlano della crisi climatica e ambientale, ma le immagini sono una celebrazione di tutto ciò che esiste ancora, anche se molte specie che ho scelto di includere sono in via d’estinzione.
Applichi lo stesso pensiero alla politica? Concentrarsi sulla bellezza e celebrarla, può ancora essere una risposta efficace alle brutture del momento presente?
È quasi impossibile non disperarsi guardando lo stato del mondo. Eppure credo sinceramente che concentrarsi sulla funzione della bellezza sia un gesto politico. La bellezza è un modo per dare un senso al caos. È un modo per tenere l’oscurità a distanza. Può suscitare una reazione, può ispirare le persone. Ha un potere trasformativo. Non si tratta affatto di “arte per l’arte”. Molti mi accusano proprio di questo, ma ogni immagine che pubblico porta con sé un pensiero politico. Ogni immagine è un commento sul mondo, non vivo dentro una bolla. C’è anche chi al contrario mi critica quando pubblico contenuti apertamente politici, molti commentano dicendo che portare la politica nell’arte la rovina, ma per me l’arte è politica. Con i miei libri volevo mostrare, nel mio piccolo, che tutto è connesso. Questa è già un’affermazione politica. Tutti dipendiamo da tutto il resto. Se dovessi morire domani, sarei profondamente orgoglioso della collezione di libri che ho realizzato.
Non hai incluso gli esseri umani tra le specie del libro…
(Ride.)
No, possono andare a farsi fottere. No, scherzo. Non potevamo includere gli esseri umani, sarebbe diventato completamente un altro libro. La parte più difficile è stata scegliere quali specie rappresentare, con il materiale raccolto potrei realizzare diversi libri. Gli unici su cui c’era carenza di immagini sono i batteri, è stato il capitolo più difficile. Ho dovuto verificare ogni singola specie presente nel libro con botanici e biologi, scienziati e specialisti. Spero che Ark spinga ciascuno a interrogarsi sulla propria arca, su ciò che sceglierebbe di portare con sé, su quel che vale la pena di salvare.
Viola Giacalone