Quando pensiamo all’intelligenza artificiale, la nostra mente evoca immagini astratte: algoritmi impalpabili, chat intelligenti, immagini generate in pochi secondi e server silenziosi dispersi in qualche “cloud” invisibile. Tuttavia, la realtà fisica che sostiene questa rivoluzione tecnologica è tutt’altro che eterea. Dietro ogni prompt inviato e dietro ogni modello linguistico addestrato si cela una rete mastodontica di infrastrutture concrete, i data center, la cui fame di energia sta crescendo a ritmi vertiginosi. Negli Stati Uniti, questo boom infrastrutturale sta trasformando l’IA in una potenziale minaccia per la salute pubblica, scatenando un dibattito acceso che va ben oltre i tradizionali timori legati ai posti di lavoro o al consumo d’acqua.
Un rapporto dettagliato pubblicato dall’Environmental Protection Network (EPN), un’organizzazione indipendente composta da oltre 800 ex dipendenti ed esperti dell’Environmental Protection Agency (EPA) degli Stati Uniti, ha sollevato un allarme senza precedenti. Il punto centrale dello studio, rivela che l’impatto sanitario dell’espansione dei data center rischia di scaricarsi direttamente sui polmoni dei cittadini e sulle casse della sanità pubblica. Questo perchè la gigantesca richiesta di elettricità non viene soddisfatta esclusivamente da fonti pulite, ma richiede un ricorso sempre più massiccio a centrali a gas, turbine a combustione e generatori diesel di emergenza.
I dati emersi dalle modellizzazioni accademiche richiamate nel report dell’EPN presentano proiezioni numeriche impressionanti. Entro il 2028, l’inquinamento atmosferico legato all’alimentazione energetica dei data center potrebbe generare oltre 20 miliardi di dollari all’anno di costi sanitari. Ma a preoccupare di più è l’impatto diretto sulle vite umane: lo studio stima circa 600.000 episodi di sintomi d’asma e circa 1.300 morti premature all’anno. Inoltre, oltre il 90% di questi effetti sulla salute non si verificherà necessariamente a ridosso delle imponenti strutture dei server, bensì nelle aree circostanti alle centrali elettriche a combustibile fossile che lavorano a pieno regime per alimentarli. Si tratta ovviamente di stime e previsioni matematiche relative a quello che potrebbe accadere nei prossimi anni, e non del bilancio dei danni o delle vittime già registrate negli ospedali, ma descrivono una traiettoria nitida.
La questione energetica si intreccia inevitabilmente con le scelte di politica ambientale federale. L’EPN ha catalogato ben 30 azioni e interventi normativi promossi dall’amministrazione Trump che, secondo gli esperti, rischiano di ridurre drasticamente le protezioni contro l’inquinamento o di accelerare in modo sconsiderato le autorizzazioni per le nuove infrastrutture energetiche. Tra i provvedimenti contestati figurano l’allentamento delle regole per i generatori diesel di soccorso, la semplificazione delle procedure per l’avvio dei cantieri prima ancora di aver ottenuto i permessi ambientali completi per le emissioni e l’esenzione per le centrali a gas off-grid dai limiti federali sulla pioggia acida. A questo si aggiungono le misure per facilitare il riavvio di vecchi impianti a carbone e gas rimasti inattivi per anni, il tentativo di abrogare gli standard sulle emissioni di carbonio e il freno imposto ad alcuni progetti eolici e solari.

La dottoressa Lynn Goldman, pediatra, ex assistente amministratrice dell’EPA e oggi decana emerita della Milken School of Public Health alla George Washington University, ha espresso forte preoccupazione per il ruolo assunto dalle agenzie governative. Secondo Goldman, indebolire le garanzie nate per proteggere le persone dalla contaminazione in nome della corsa tecnologica significa prendere decisioni che influenzeranno direttamente la qualità dell’aria che gli americani respirano, l’acqua che bevono e persino la catena alimentare. Dello stesso avviso è Marc Boom, ex consigliere politico dell’EPA, il quale osserva come il principio di salvaguardia economica sbandierato dalla politica debba valere anche per la salute: se l’amministrazione promette che le famiglie non dovranno subire aumenti nelle bollette elettriche a causa dell’IA, lo stesso identico principio di tutela dovrebbe essere applicato alle spese mediche e alle malattie causate dai fumi industriali.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda la capacità operativa degli organi di controllo. Larry Starfield, ex alto dirigente dell’ufficio per l’applicazione delle norme dell’EPA, ha evidenziato come il personale dell’agenzia si trovi ai minimi storici da quattro decenni a questa parte. Con meno ispettori sul campo e procedure di controllo sempre più rapide e superficiali, la capacità di monitorare efficacemente centinaia di nuovi data center e le relative centrali risulta inevitabilmente compromessa. Shaolei Ren, professore di ingegneria elettrica e informatica presso la University of California, Riverside, e responsabile delle analisi utilizzate dall’EPN, precisa che le stime attuali potrebbero persino rivelarsi inferiori al dato reale. Visto che non tengono conto della recente deregolamentazione, l’impatto reale sulla salute pubblica rischia di essere decisamente peggiore di quanto previsto.
Il professore mette inoltre in luce un corto circuito nella comunicazione delle Big Tech. Le grandi aziende informatiche pubblicano regolarmente report sui propri consumi energetici e sulle emissioni complessive di gas serra, bilanciandole spesso con investimenti in energia pulita. Tuttavia, raramente viene fatta menzione dell’inquinamento atmosferico locale generato sul territorio. Mentre la CO2 ha un impatto globale che può essere teoricamente compensato altrove, l’inquinamento da particolato, ossidi di azoto e fuliggine colpisce direttamente i polmoni delle comunità residenti vicino agli impianti, rendendo impossibile “compensare” i danni alla salute locale con crediti verdi acquistati a migliaia di chilometri di distanza.
Negli Stati Uniti si contano già oltre un migliaio di data center operativi e più di duemila sono attualmente in fase di progettazione o costruzione. Questa diffusione capillare sta provocando una reazione contraria crescente e trasversale tra i cittadini. La maggior parte degli americani, secondo i sondaggi citati dal New York Times, si dice contraria all’insediamento di queste strutture nella propria comunità, trasformando l’impatto dei data center in un tema politico caldo capace di pesare sulle tornate elettorali. Da parte sua, l’amministrazione federale difende a spada tratta l’espansione del comparto, sostenendo che rifiutare queste infrastrutture significhi condannare i territori all’arretratezza economica, laddove l’obiettivo dichiarato rimane quello di consolidare il Paese come capitale mondiale dell’intelligenza artificiale.
In questo scenario di scontro tra progresso tecnologico e sostenibilità, la tesi sostenuta dagli ex esperti dell’EPA e dai ricercatori è chiara: il dibattito sul futuro dell’IA non può più limitarsi alle dispute astratte sui consumi idrici, sul rumore o sulla CO2. Occorre includere con urgenza la dimensione della salute pubblica locale, imponendo monitoraggi rigorosi, controlli severi sulle emissioni e una maggiore partecipazione delle comunità nelle decisioni. Senza una regolamentazione trasparente e attenta, il rischio concreto è che il prezzo dell’innovazione tecnologica e dei profitti della Big Tech non venga pagato in termini finanziari, ma con la salute dei cittadini.
Alessia Mircoli