Le vie del Signore, si sa, sono infinite, ma nessuno avrebbe mai pensato che una di queste si potesse fare largo su TikTok. Qui mai come ora santi, processioni e Vangeli sono stati così famosi. L’artefice di questo “miracolo”? Difficile individuarne uno solo ma di sicuro a molti verrà da pensare a Benedetta Palella. Venticinque anni, origini pugliesi e con più 150 mila follower sul social cinese, Benedetta si ritaglia uno spazio digitale preciso in cui parlare di fede. Il suo modo di comunicare è, nella forma, molto in linea con quello dei creator GenZ che abitano la piattaforma ma riadattato in chiave cristiana. Il risultato è uno strano ibrido tra linguaggi vecchi e strumenti moderni che inondano le home page di get ready with me per andare a confessarsi, tutorial sugli outfit pudici per essere una buona cristiana e dirette TikTok per recitare il Rosario.
Tutto questo agli occhi di qualcuno può sembrare assurdo, eppure la vera assurdità è sapere che Benedetta Palella è solo un piccolo ingranaggio di un nuovo fenomeno digitale: quello dei catholic creator. Guardando anche solo un paio di questi reel religiosi l’algoritmo può condurre ad una insolita realtà digitale fatta di sacerdoti palestrati che fanno video motivazionali, divulgatori che parlano di teologia, fedeli diventati “missionari digitali”, tour operator esperti in itinerari religiosi e persino consulenti spirituali. Apparentemente nel loro modo di stare su internet non ci sarebbe nulla di male – e in alcuni casi è così – però il rischio di veicolare messaggi ultraconservatori con la scusa della fede è dietro l’angolo. Ma procediamo con ordine.
L’origine del trend
Il trend ha due potenziali chiavi di lettura: quella della Church Aesthetic e quella dei Trads. Nel primo caso ci si riferisce semplicemente ad un fenomeno di costume che consiste nel decontestualizzare elementi del cattolicesimo e del monachesimo per tradurli in fenomeno pop. Ne fanno parte per esempio il Catholic Core o il Nuncore e fanno riferimento soprattutto a tendenze visive, artistiche e di moda ispirati appunto all’estetica ecclesiastica (il loro immaginario più tipico attinge dalla moda Heavenly Bodies del Met Gala 2018, dalle collezioni di brand come Dolce & Gabbana e dai fenomeni cinematografici come Conclave). Più in generale si può parlare di un’ estetica che promuove una sorta di “coquettificazione” del Cattolicesimo: l’aesthetic coquette si fonde con il linguaggio religioso generando delle immagini estremamente “femminili” fatte di rosa, perline e fiocchetti ma che, allo stesso tempo, non si privano di una certa sensualità. Perciò, pur non essendo irriverenti, questi contenuti non richiedono una “purezza sessuale” e proprio per questo differiscono dai modelli più austeri di femminilità proposti dalle influencer cattoliche alla Benedetta Palella.
Nel secondo caso invece, i trend catalogabili come Trads nascono negli Stati Uniti e possono essere descritti come subcultura digitale che promuove il ritorno ad una vita più tradizionale, fatta di valori conservatori e a modelli che sembrano risalire agli anni ‘50. Nel concreto i contenuti Trads (o TradsCath) preferiscono un ritorno a riti liturgici e insegnamenti sociali precedenti al Concilio Vaticano Secondo, mentre sul piano politico-sociale dimostrano di avere diverse affinità con le ideologie delle destre – lo scopo di alcuni video è addirittura quello di elogiare la cultura e i principi della civiltà occidentale e bianca. Un altro elemento ricorrente è il rimarcare nettamente i ruoli di genere ed, in questo, la similitudine con il recente caso delle Tradwife risulta immediata: «questi modelli di influencer forniscono terreno fertile a quella retorica che va nella direzione delle “mogli tradizionali”» spiega Elisa Belotti – giornalista esperta in diritti, comunità marginalizzate nella chiesa e fenomeni digitali legati al mondo della religione – che continua «queste ragazze con grande semplicità, senza farne una battaglia, raccontano di aver smesso di lavorare per sposarsi, di avere come unico desiderio quello di fare la casalinga e mostrano le scene di una vita domestica molto romanzata come obiettivo da raggiungere». Questo modello di narrazione sembra innocuo ma non lo è, poiché si intreccia sempre di più con la visione della famiglia tradizionale e con un determinato modo di vivere la femminilità che è sostenuto delle destre, infatti si sta diffondendo in un periodo storico in cui in Europa e Stati Uniti i partiti più estremisti sembrano trionfare. Molti di questi influencer dichiarano di non aver alcun intento propagandistico eppure fanno spesso contenuti per commemorare la morte di Charlie Kirk, commentano le posizioni dei vari partiti sulla legge 194, si schierano contro il mondo LGBTQAI+ e fanno addirittura post in collaborazione con l’account ufficiale dell’associazione Pro Vita e Famiglia. «Il confine tra parlare di temi sociali e fare politica non esiste in questi casi. Parlare di temi sociali ed esercitare un’influenza su migliaia di follower è già fare politica, anche se per loro “fare politica” significa riduttivamente solo candidarsi con un partito» commenta Belotti.
In parallelo, un elemento che accomuna gli uomini conservatori sui social è quello della cultura dei gym bro «negli Stati Uniti si tratta di una pratica molto diffusa tra gli evangelici: su TikTok vanno molto questi video di ragazzi che fanno il segno della croce in palestra, che postano contenuti mentre si allenano accompagnati da versetti del Vangelo, oppure che durante la Settimana Santa salgono sul tapis roulant con pesetti corrispondenti al peso della croce di Gesù, che parafrasando significa “se Gesù ha portato questo peso lo puoi portare pure tu”» spiega ancora la giornalista. La palestra viene quindi associata ad una forte mascolinità e collegata all’idea di manifestare la fede in modo da mostrare, con un solo gesto, il nesso tra culto del corpo e culto dello spirito. Una moda, questa, spopolata anche tra i sacerdoti che sui social sono diventati delle vere e proprie star.

Dai Gym Don ai preti influencer
È da qualche tempo oramai che a rendere l’evangelizzazione cool non sono solo i trend sulle piattaforme, ma anche e soprattutto i protagonisti di questi trend. Che poi siano quasi tutti degli affascinanti sacerdoti brizzolati, dotati di bicipiti e corpi scultorei sembra non essere una semplice coincidenza. Stando infatti a degli articoli pubblicati sul New York Post e sul Telegraph a luglio 2025, questa presenza sempre più diffusa di preti bellocci e palestrati servirebbe a racimolare quanti più fedeli possibile. Ma d’altronde chi non lo penserebbe guardando i post dei Gym Don Giuseppe Fusari o Cosimo Schena? Il primo si è addirittura guadagnato l’appellativo di “prete culturista” – sebbene abbia dichiarato di non amare questa descrizione e di essere un bodybuilder più per necessità che per vanità. Anche Don Cosimo presenta un aspetto molto curato che, tra un contenuto in compagnia dei suoi cani e un video motivazionale, mostra con fierezza sui propri canali da quasi mezzo milione di follower.
Sempre in questo filone di parroci giovani, belli e famosi su internet si inseriscono profili come quelli di Padre Jefferson Merighetti, trentenne brasiliano anche conosciuto come “il prete gato”, del prete-ciclista Don Ambrogio Mazzai e di tantissimi altri. Chi invece è sprovvisto di muscoli e pettorali da esibire può sempre puntare sulla simpatia, come ha fatto Don Roberto Fiscer che a furia di replicare i balletti più in trend di TikTok circondando da decine di bambini e chierichetti ha raggiunto ben 870 mila follower.
Ma perché questa tipologia di creator sta avendo così successo? «Sicuramente una ragione sta nel fatto che siamo tutti e tutte iperconnessi e che, attraverso i social, tessiamo relazioni, creiamo o viviamo una nicchia di pubblico poiché sono uno spazio concreto seppur virtuale» risponde Belotti, che aggiunge «questo tipo di comunicazione sulla fede, a differenza di altre forme che possono avvenire proprio in luoghi diversi dai social network, si basa molto su una componente individualistica».
Molti raccontano un’esperienza di fede legata a loro stessi – con riprese strategiche in chiesa davanti all’altare, in stanze piene di santi e madonne o mentre recitano il Rosario. Portano quindi una narrazione molto personalizzata della fede perché attira di più il pubblico, crea engagement e diffonde certi ideali in modo più capillare rispetto ad una classica omelia domenicale. Al contempo mettono in pratica tutte quelle strategie utili per trasformare la propria immagine in un punto di riferimento riconoscibile e affidabile nello scrolling quotidiano di ciascuno. In poche parole, costruiscono un personal branding talmente forte da rimanere stabile anche quando la religione non è più il focus principale e, da semplici influencer che divulgano la parola di Dio, si diventa a tutti gli effetti influencer che vendono e monetizzano, come è accaduto all’ormai ex Don Alberto Ravagnani.
Qual è il confine tra l’essere prete e l’essere influencer?
Dopo aver preso i voti da giovanissimo e approfittando della situazione di forte isolamento causata dal Covid 19, il primo prete-influencer italiano apre un canale su YouTube ed inizia, video dopo video, la sua attività di evangelizzazione 2.0. Fin da subito dimostra di avere tutte le carte in regola per diventare un fenomeno: è giovane, simpatico e capace di stare sulle piattaforme in modo spontaneo. Tenta persino di limare l’abissale distanza tra l’istituzione ecclesiastica e il mondo contemporaneo e lo fa parlando di argomenti tabù come la sessualità, il rapporto con il corpo o l’omossessualità. Ma oltre a video su dibattiti religiosi e temi seri vive il suo sacerdozio in modo inaspettato mostrando anche il lato “divertente” della vita, fatta di feste, viaggi, sport. In pochissimo tempo i suoi profili esplodono, i suoi reel macinano milioni di views e non tardano ad arrivare le prime richieste di collaborazioni – e con esse le prime critiche. Infatti per alcuni fedeli (o forse sarebbe meglio dire utenti) questo modo di mettersi in mostra toglierebbe attenzioni a Dio per trasformarsi in una specie di star al punto tale da arrivare addirittura ad essere ospitato in podcast come Muschio Selvaggio. Ma il vero passo falso è arrivato nel settembre del 2025 quando prende parte ad una collaborazione con BOND Supplements, un brand di integratori alimentari per sportivi. Non era la prima volta che Ravagnani sponsorizzava qualcosa, ma in quel preciso video presentava gli integratori come «necessari per affrontare la sua missione» e in generale li presentava sfruttando il suo vissuto da prete e la sua vocazione. Il video poi era accompagnato dallo slogan “Santo sì, ma anche sano”, frase dall’intento ironico ma pesantemente criticata nei commenti perché vista come pretenziosa e come simbolo di una fede piegata al denaro.
Da quel momento in poi qualcosa si è rotto nel meccanismo perfetto ideato da Don Rava portandolo, nel febbraio del 2026, a lasciare il ministero sacerdotale: ed ecco che in un attimo dell’appellativo di “primo prete-influencer” rimane solo la carriera sui social e con essa tutta una serie di benefici che solo la popolarità può concedere. L’addio di Don Rava non è stato facile per i suoi follower, tra chi lo critica, chi ne apprezza il coraggio e chi semplicemente avrà nostalgia di un certo tipo di contenuti, c’è una piccola parte di utenti che solleva una questione spinosa: è giusto guadagnare su internet grazie alla propria fede? A questa domanda lo stesso Ravagnani aveva già risposto durante un’intervista di Fanpage affermando di non vederci nulla di male dal momento che i soldi nelle chiese sono sempre entrati e che anche per la sua attività di evangelizzazione online serve del denaro. Eppure, risulta difficile credere che sia possibile diventare un personaggio pubblico e abitare gli spazi delle piattaforme senza cadere nelle più classiche logiche dell’influencer marketing e senza essere sedotti dalle grandi occasioni per monetizzare. «Temo che per come sono costruiti i social nessuno sia mai del tutto “puro”» commenta Belotti e questo vale per chiunque si cimenti sulle piattaforme, specialmente per chi si inserisce in quella cosiddetta bolla del “Christian Tok”. A maggior ragione in questo caso è indispensabile capire il motivo per cui si sta sulle piattaforme «se l’obiettivo è la divulgazione è un conto; se l’obiettivo è vendere qualcosa raccontandolo come una “missione” o un “servizio a Dio”, allora c’è un preciso indirizzamento del pubblico per trarne profitto. Negli USA vendono persino gli energy drink cristiani sostenendo che Gesù li ha incaricati di quel business».
“Non fate della casa del Padre mio un mercato”
“Non fate della casa del Padre mio un mercato” è una frase che, nel Vangelo di Giovanni, viene pronunciata da Gesù mentre si trova nel Tempio di Gerusalemme e vede commercianti che vendevano lì oggetti e bestiame. Ecco, se Cristo potesse farsi un giro sulle piattaforme di oggi direbbe più o meno lo stesso: nel panorama dei catholic creator c’è veramente di tutto e quasi tutti hanno un prodotto da vendere o un brand personale avviato. Lo ha fatto Ravagnani con adv, podcast, contenuti sponsorizzati e ben tre libri pubblicati per grosse case editrici come Rizzoli, riuscendo a fare del suo volto un brand al punto tale da garantirsi ospitate in tv e attività remunerative anche adesso che è fuori dal sacerdozio (l’ultima è il suo approdo su Ballando con le Stelle). Ma lo fanno anche tutti gli altri creator cristiani, lanciandosi soprattutto nel settore dell’editoria: Benedetta Palella per esempio ha di recente pubblicato un libro e lo ha sponsorizzato proprio usando il volto della Madonna, anche Don Roberto Fiscer lo ha fatto con due pubblicazioni per Piemme e San Paolo Editore. Don Cosimo Schena ha dichiarato invece che devolverà il ricavato del suo libro in beneficenza, ma ha comunque delle entrate da Custodi della luce, l’app che ha lanciato e dove offre assistenza spirituale e psicologica. Eppure c’è chi non ci vede nulla di male in questo nuovo settore di business, come il micro creator Nicola Camporiondo che dichiara di aver scritto da poco un libro e di non vederci nulla di male perché a suo avviso «è sempre bene guardare all’intento che c’è dietro» e continua «è ovvio che se un missionario digitale si mettesse a sponsorizzare saponette sarebbe fuori luogo, ma se sponsorizza la nuova edizione della Bibbia CEI è ovviamente un’altra cosa». Ammette che la missione non può diventare un mestiere però allo stesso tempo afferma che «essa richiede tempo, spazi, energie, quindi se si riceve qualcosa ogni tanto in supporto a ciò che si fa non vedo dove sia il problema».
Ma se nel trarre guadagni dalla vendita di un libro su di sé non ci si trova nulla di immorale, lo stesso non si può dire dell’altro settore in cui gli influencer religiosi sembrano lanciarsi: quello dei gadget e dell’abbigliamento. Un profilo molto esplicito in questo senso è quello di Tommaso Alith, ragazzo ventenne con all’attivo addirittura tre profili Instagram (Tommaso Alith, Christaletheia e Alithclo) per un totale di 300 mila follower in cui alterna contenuti in cui spiega versetti del Vangelo a quelli in cui condanna l’autoerotismo, fino a semplici reel aesthetic in cui prega prostrato in una chiesa barocca. Tutti contenuti apparentemente innocui, frutto di un ragazzo che ha raggiunto una consapevolezza di fede da giovanissimo, ma che – arrivando alla fine del reel – dimostrano un’intenzione ben diversa: sponsorizzare il proprio brand di T-shirt a tema Gesù. Quello delle magliette in nome di Dio sembra essere un mercato redditizio visto che sono in tanti ad averne avviato uno (altro esempio è lo shop personale di Elia Catholic), così come sono in tanti a sfruttare l’occasione per vendere ogni sorta di gadget, dai rosari ai veli per pregare fatti a mano, fino ad ai corsi spirituali online che possono arrivare a costare persino centinaia di euro. «Stare sui social richiede tempo anche per un profilo di 500 followers, c’è una struttura da seguire, dei video da costruire nel contenuto e nella forma e una serie di “target” da rispettare» spiega Vittorio Scarpelli, missionario digitale approdato sui social con il nome di @unpapacon4figlie. Stando al suo parere non ci sarebbe nulla di male nel vendere gadget o aprire una campagna di crowdfunding perché servono a sostenere questo tipo di attività. Aggiunge anche che «nessun creator ha la possibilità di mescolare la fede e il marketing, nel senso che ogni autore è uno strumento di testimonianza e trampolino per cercare l’amore di Cristo che, però, non troverai mai dentro una pagina social». Eppure molti utenti non stentano ad immaginare una fede contaminata dagli interessi economici, soprattutto se il suo canale di diffusione è quello delle piattaforme digitali, diventate ormai delle televendite infinite ed esempio perfetto di una società immersa nel turbocapitalismo. Insomma, che l’istituzione della Chiesa non abbia mai rigettato la possibilità di guadagno – contrariamente alla dottrina cristiana che mette in guardia contro l’idolatria della ricchezza – non è una novità, ma che lo faccia tramite degli influencer sì. D’altronde, se le vie del Signore sono infinite, quelle del marketing lo sono di più.
Rachele Liuzzo