Il costo delle guerre di cui non si parla

a cura di Alessia Mircoli
Il costo delle guerre di cui non si parla


Quando si parla delle conseguenze di una guerra, le immagini che ci vengono in mente sono quelle di città distrutte, di persone costrette a fuggire, di infrastrutture ridotte in macerie. Ma c’è un’altra vittima dei conflitti armati, spesso meno visibile e raramente al centro del dibattito pubblico: l’ambiente. Dalle emissioni di gas serra prodotte dalle operazioni militari agli incendi, dalla contaminazione delle falde acquifere alla distruzione degli ecosistemi, le guerre lasciano una ferita che non si rimargina necessariamente con la fine dei combattimenti. E che può continuare a compromettere la salute delle persone e le risorse naturali per decenni.

Negli ultimi anni, diversi rapporti internazionali hanno iniziato a quantificare questa eredità. Il quadro che emerge dai conflitti in Ucraina, a Gaza e in Sudan, insieme alla più recente escalation militare in Medio Oriente, mostra come la guerra non sia soltanto una tragedia umanitaria, ma anche un fattore di pressione sul clima e sugli equilibri ecologici. Ricostruire l’entità di questi danni, però, è complesso: le aree coinvolte possono essere inaccessibili, i sistemi di monitoraggio vengono danneggiati e le informazioni raccolte durante le ostilità sono spesso incomplete. Per questo le stime disponibili non rappresentano sempre un bilancio definitivo, ma offrono già indicazioni importanti sulla portata del problema.

Un esempio significativo arriva dall’Ucraina. Secondo il rapporto pubblicato nel febbraio 2026 dall’Initiative on GHG Accounting of War, nei primi quattro anni dell’invasione russa su larga scala, dal febbraio 2022 al febbraio 2026, il conflitto ha generato circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quantità paragonabile alle emissioni annuali della Francia. La stima comprende diversi fattori: le attività militari, gli incendi sul territorio, gli attacchi alle infrastrutture energetiche, gli spostamenti della popolazione, le modifiche ai collegamenti aerei e le emissioni previste per la ricostruzione. Non è quindi soltanto il risultato delle esplosioni o del carburante bruciato dai mezzi militari, ma l’effetto cumulativo di una guerra che modifica profondamente il funzionamento di un intero Paese.

Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista scientifica Science of the Total Environment aveva già evidenziato quanto queste emissioni rischiano di sfuggire ai normali sistemi di rendicontazione climatica. Gli autori hanno stimato che, nei primi 18 mesi dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, le emissioni legate alla guerra e potenzialmente non adeguatamente registrate negli inventari nazionali ammontassero a circa 77 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, con un’incertezza stimata del 22%. Il calcolo comprendeva il consumo di carburante per le operazioni militari, l’impiego di bombe e missili, gli incendi di depositi petroliferi, edifici, infrastrutture, foreste e terreni agricoli, oltre alle emissioni associate ai rifiuti prodotti dal conflitto. Lo studio sottolinea inoltre che le attuali linee guida internazionali non contemplano esplicitamente tutte queste fonti di emissione legate alla guerra. 

Questo aspetto è fondamentale: per valutare l’impatto climatico di un conflitto non basta contare il carburante consumato dagli eserciti. Un attacco a una raffineria o a un deposito di combustibili può provocare incendi e rilasciare nell’atmosfera grandi quantità di sostanze inquinanti; la distruzione di edifici e impianti industriali genera ulteriori emissioni; la ricostruzione, infine, richiede materiali, trasporti ed energia. Anche quando le armi tacciono, dunque, una parte dell’impronta climatica della guerra continua a crescere. Nel caso ucraino, il rapporto dell’Initiative on GHG Accounting of War evidenzia inoltre che gli attacchi alle infrastrutture energetiche possono aumentare la dipendenza da generatori alimentati a combustibili fossili, mentre il ripristino delle strutture distrutte rischia di produrre nuove emissioni. 

Ma il riscaldamento globale è soltanto una parte del problema. Le conseguenze ambientali dei conflitti si manifestano anche attraverso la contaminazione dell’aria, dell’acqua e del suolo, con effetti che possono compromettere gli ecosistemi e le condizioni di vita delle comunità per molto tempo. In Ucraina, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha documentato danni a infrastrutture energetiche, impianti industriali, depositi di sostanze pericolose, sistemi di trattamento delle acque e aree naturali. Le esplosioni e gli incendi possono liberare sostanze nocive, mentre il danneggiamento di impianti industriali e sistemi fognari aumenta il rischio di contaminazione delle acque superficiali e sotterranee. Anche la presenza di macerie contenenti materiali pericolosi e di mezzi militari distrutti rappresenta una sfida per le operazioni di bonifica. 

Immagine pubblicata da Al Jazeera per mostrare il prima/dopo delle zone coltivate a Gaza.

Una testimonianza arriva dalla Striscia di Gaza, dove il conflitto iniziato nell’ottobre 2023 ha provocato danni estesi non soltanto agli edifici, ma anche ai sistemi idrici, ai terreni agricoli e agli ecosistemi costieri. Nel settembre 2025 infatti, l’UNEP ha pubblicato una valutazione ambientale, basata anche su immagini satellitari e osservazioni raccolte da altre agenzie delle Nazioni Unite. Il rapporto stima che circa il 78% dei 250.000 edifici presenti nella Striscia sia stato danneggiato o distrutto, producendo circa 61 milioni di tonnellate di macerie. Circa il 15% di questi detriti potrebbe presentare un rischio relativamente elevato di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti, se i materiali non vengono separati e gestiti correttamente.

Le macerie, infatti, non sono soltanto un ostacolo fisico alla ricostruzione. Possono contenere sostanze pericolose, frammenti di munizioni e materiali provenienti da edifici e impianti industriali. Se vengono spostate o smaltite senza adeguate precauzioni, possono trasferire i contaminanti in altri luoghi, esponendo le persone e gli ecosistemi a nuovi rischi. Per questo la rimozione dei detriti non può essere considerata una semplice operazione edilizia: richiede una valutazione dei materiali, la separazione delle componenti pericolose e procedure di smaltimento adeguate. 

Il problema riguarda anche la disponibilità di acqua pulita. A Gaza, la distruzione delle reti idriche e fognarie, il collasso dei sistemi di trattamento delle acque reflue e il ricorso a soluzioni sanitarie precarie hanno aumentato il rischio di contaminazione delle falde e delle aree costiere. Secondo la valutazione pubblicata dall’UNEP nel 2025, la capacità di stoccaggio e pompaggio dell’acqua si era ridotta dell’84%: ad aprile dello stesso anno erano ancora attivi soltanto 9 dei 54 impianti e serbatoi considerati, e appena tre risultavano integri. Nessun impianto di trattamento delle acque reflue era operativo. La contaminazione dell’acquifero e dell’ambiente marino è considerata probabile, anche se la quantificazione precisa è ostacolata dall’impossibilità di effettuare tutti i campionamenti necessari. 

Quando le acque reflue finiscono nell’ambiente senza essere trattate, il problema non si limita alla qualità dell’acqua utilizzata dalle persone. I contaminanti possono raggiungere le spiagge e il mare, alterando gli equilibri degli ecosistemi costieri e aumentando i rischi per gli organismi acquatici. Allo stesso tempo, la scarsità d’acqua sicura compromette l’agricoltura e rende più difficile produrre alimenti in condizioni igieniche adeguate. È un esempio di come una guerra possa innescare una catena di conseguenze: la distruzione delle infrastrutture genera inquinamento, l’inquinamento riduce la disponibilità di risorse essenziali e la perdita di queste risorse rende ancora più fragile una popolazione già colpita dal conflitto.

Anche la vegetazione e i terreni agricoli di Gaza hanno subito danni profondi. La valutazione dell’UNEP del settembre 2025 stima che, dal 2023, sia andato perduto il 97% delle colture arboree, il 95% della vegetazione arbustiva e l’82% delle colture annuali. Il rapporto segnala inoltre che il movimento dei mezzi militari e la perdita di copertura vegetale hanno alterato la struttura del suolo e ridotto la capacità del terreno di assorbire l’acqua. Questo può aumentare il ruscellamento superficiale e il rischio di allagamenti, diminuendo al contempo la ricarica delle falde. Il ripristino della vegetazione, della fertilità dei suoli e degli ecosistemi d’acqua dolce sarà quindi importante non soltanto per la biodiversità, ma anche per la sicurezza alimentare e idrica della popolazione. 

A questi danni si aggiunge l’inquinamento marino. Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz sono diventati, nel 2026, un nuovo punto di attenzione per le possibili conseguenze ambientali dell’escalation militare tra Iran e Stati Uniti. Il 14 agosto, Reuters ha riferito che le immagini satellitari avevano mostrato due chiazze di petrolio nelle acque iraniane, una nei pressi dell’isola di Qeshm e un’altra vicino all’isola di Sirri. La prima potrebbe essere collegata a una perdita dalla nave mercantile Minoan Pioneer, colpita da un proiettile nei pressi della costa dell’Oman mentre attraversava lo Stretto di Hormuz. Il problema? Reuters ha precisato di non aver potuto confermare in modo indipendente la causa delle chiazze né identificare con certezza le sostanze coinvolte. 

Questa cautela è importante: un’immagine satellitare può aiutare a individuare una possibile contaminazione, ma non sempre consente di stabilire immediatamente l’origine dello sversamento e la composizione delle sostanze disperse. Resta però il fatto che le perdite di petrolio in mare possono estendersi con il tempo, raggiungere le coste e danneggiare gli habitat marini. Nel caso riportato da Reuters, gli esperti hanno segnalato che le difficoltà di accesso e la situazione militare possono complicare le operazioni di valutazione e bonifica. In un contesto di guerra, quindi, il rischio non dipende soltanto dall’incidente iniziale: anche la capacità di intervenire tempestivamente può essere compromessa. 

L’impatto ambientale dei conflitti non si esaurisce, però, nei casi più documentati o nei territori che ricevono maggiore attenzione internazionale. In Sudan, dove la guerra è iniziata nell’aprile 2023, le conseguenze ecologiche sono state meno presenti nel dibattito globale, pur rappresentando una parte importante della crisi. Il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), organizzazione che monitora le conseguenze ambientali dei conflitti, ha pubblicato nel maggio 2025 un’analisi dedicata ai costi ambientali della guerra sudanese. Il rapporto descrive rischi per le persone e gli ecosistemi legati agli incendi, ai danni alle infrastrutture e all’inquinamento, sottolineando come queste conseguenze abbiano ricevuto un’attenzione limitata. 

Il caso sudanese mostra anche quanto sia difficile separare le conseguenze ambientali di una guerra dalle fragilità già presenti sul territorio. Nel settembre 2025, un rapporto congiunto delle Nazioni Unite ha esaminato l’interazione tra rischi climatici, sicurezza e conflitto nello Stato del Nilo Azzurro, in Sudan. L’analisi descrive una crisi aggravata dalla guerra iniziata nel 2023, che ha complicato la gestione delle risorse naturali già sottoposte alla pressione dei cambiamenti climatici. Quando le istituzioni e i servizi vengono indeboliti dalle ostilità, diventa più difficile gestire le risorse, tutelare gli ecosistemi e rispondere agli effetti di siccità o altri stress ambientali. La guerra non è necessariamente l’origine di ogni problema ecologico, ma può renderlo più grave e più difficile da affrontare. 

C’è poi un aspetto che accomuna tutti questi scenari: le difficoltà di misurazione e di rendicontazione. Durante una guerra, raccogliere campioni di suolo o acqua, verificare le condizioni degli impianti e monitorare gli ecosistemi può diventare impossibile o pericoloso. Le stime devono quindi ricorrere anche a immagini satellitari, dati disponibili e modelli, con livelli di incertezza che variano da caso a caso. Per questo le valutazioni dell’UNEP sull’Ucraina e su Gaza evidenziano entrambe la necessità di ulteriori indagini e interventi di bonifica per comprendere l’entità della contaminazione e pianificare il recupero ambientale. Inoltre, le informazioni relative alle attività militari possono essere limitate per ragioni di sicurezza. Il risultato è che una parte dell’impatto climatico rischia di restare meno visibile rispetto alle emissioni di altri settori economici, per i quali esistono sistemi di monitoraggio più consolidati. 

Questo non vuol dire che tutte le emissioni militari siano completamente escluse dagli inventari climatici, né che esista una singola cifra capace di descrivere l’impronta ambientale di tutte le guerre. Significa, piuttosto, che le modalità di calcolo e rendicontazione presentano lacune e che confrontare le stime richiede attenzione: periodi temporali, fonti considerate e criteri di calcolo possono essere diversi. Proprio per questo, dati come quelli relativi all’Ucraina sono importanti non soltanto per quantificare le conseguenze di un singolo conflitto, ma anche per evidenziare la necessità di strumenti più trasparenti e coerenti per valutare l’impatto climatico delle guerre.

La ricostruzione, infine, rappresenta un passaggio decisivo. Ricostruire abitazioni, strade, reti elettriche e impianti idrici richiede risorse ed energia, ma offre anche l’occasione di evitare che i danni ambientali vengano semplicemente trasferiti nel futuro. In presenza di macerie contaminate, suoli degradati o acque inquinate, ripristinare ciò che è stato distrutto senza prima valutare i rischi può lasciare problemi irrisolti per le comunità. Per questo l’UNEP raccomanda, nel caso di Gaza, analisi sistematiche dei terreni, gestione sicura dei detriti e delle munizioni e ricostruzione delle infrastrutture idriche e fognarie. La ripresa dovrebbe essere guidata da valutazioni scientifiche, così da proteggere le persone e recuperare, per quanto possibile, le funzioni degli ecosistemi. 

Le guerre distruggono vite, case e sistemi economici, ma compromettono anche le risorse naturali da cui dipende la sopravvivenza delle comunità: acqua potabile, suoli fertili, ecosistemi marini, foreste e aria pulita. Una parte di questi danni è immediatamente visibile; un’altra emerge soltanto attraverso analisi scientifiche, monitoraggi e interventi di bonifica. In entrambi i casi, le conseguenze possono durare ben oltre la fine delle ostilità, rendendo più difficile il ritorno alla normalità e aumentando la vulnerabilità delle generazioni future.

Mentre la crisi climatica richiede una riduzione delle emissioni e una maggiore tutela degli ecosistemi, non possiamo considerare i conflitti armati come una parentesi separata dalle questioni ambientali. Le stime sulle emissioni, la contaminazione delle risorse idriche e i rischi per gli ecosistemi marini mostrano che il costo ecologico della guerra è reale, anche quando resta difficile da misurare nella sua interezza. Riconoscerlo significa chiedere valutazioni indipendenti, monitoraggio trasparente, bonifiche adeguate e una ricostruzione che non ignori la salute degli ecosistemi.

Perché il prezzo di una guerra non si misura soltanto nelle vite perdute o nelle città rase al suolo. Si misura anche nei terreni che non possono più essere coltivati, nell’acqua che non può essere bevuta, negli habitat che scompaiono e nelle emissioni che continuano ad accumularsi nell’atmosfera. Se la crisi climatica è un’emergenza globale, allora anche il costo ambientale dei conflitti deve entrare nel dibattito: non come un effetto collaterale trascurabile, ma come una parte essenziale del bilancio della guerra. Un bilancio che il pianeta, e chi lo abiterà in futuro, continuerà a pagare.

Alessia Mircoli