Le mani giunte in preghiera, l’andatura un po’ goffa dentro l’abito monacale, le risposte secche e automatiche al giuramento. Però perché Gabi non sembrava essere emozionato all’idea di entrare nell’ordine Jogye, la più grande setta buddista di Seoul? Perché è un robot.
Attualmente solo il 16% dei sudcoreani si dichiara buddista, in calo rispetto al 23% del 2005. Eppure, paradossalmente, il buddismo non è mai stato così popolare. Sotto la guida del capo Jinwoo, l’ordine Jogye ha cercato in ogni modo di attirare i giovani sudcoreani attraverso quello che gli osservatori definiscono “buddismo alla moda”, avvalendosi di gadget, app di meditazione e marketing aggressivo. L’ultima trovata è proprio Gabi, il primo monaco robot che, secondo il venerabile Jinwoo, dovrebbe avvicinare le nuove generazioni al buddismo. La tecnologia, anche questa volta, è uno strumento sfruttato per “svecchiare” la tradizione e avvicinare i nativi digitali, un’intera generazione che ha più confidenza con ChatGPT che con lo sfogliare un libro.
I precetti – le norme etiche che regolano la pratica buddista – sono stati appositamente adattati al rabot. Quattro di questi vietano di recare danno alla vita, danneggiare altri robot o oggetti, assumere comportamenti ingannevoli o agire in modo irrispettoso nei confronti degli esseri umani. È stato aggiunto anche un precetto legato al non caricare troppo le batterie, che dovrebbe equivalere agli eccessi in cui cadiamo noi umani con il cibo, l’alcol o altri vizi.
Impacciato nei movimenti e con una voce registrata e preimpostata per rispondere ai giuramenti durante la cerimonia, Gabi si è rivelato meno avanzato di quanto molti immaginassero. Già insegnargli ad unire i palmi delle mani in segno di preghiera non è stato semplice.
“Non credo che l’IA del futuro ci distruggerà crudelmente”, ha rilasciato al The Guardian il venerabile Sungwon, responsabile degli affari culturali del tempio Jogyesa di Seoul. “Piuttosto, esseri dotati di un’intelligenza molto elevata si prenderanno cura di noi con tenerezza. Una persona con un QI di 150 si prende comunque cura di un cane con compassione. Ora immaginate un QI di 300, 400, 500. Saremo come bambini tra le braccia di nostra madre”.

Sui social media molti hanno criticato il robot, definendolo distopico e privo di umanità. Eppure ci fidiamo già più dell’IA di quanto pensiamo. Le affidiamo quotidianamente email, testi da correggere e perfino aspetti della nostra vita privata in cerca di consigli e conferme. Allo stesso modo in cui capita ormai di vedere i propri genitori chiedere qualsiasi cosa a ChatGPT e fidarsi molto più delle sue risposte che delle proprie conoscenze. Ormai anche le ricette tramandate di generazione in generazione vengono messe alla prova da un prompt ben scritto. Non stupisce che un giorno ci si possa rivolgere a un robot come guida spirituale, soprattutto se riconosciuto come essere in possesso di una conoscenza e di un intelletto superiori ai nostri. L’intelligenza artificiale è diventata per molti una sorta di confessionale, un luogo sacro e neutrale dove poter raccontare e chiedere consiglio a qualcuno che, a differenza di qualsiasi altro essere umano, non è in grado di giudicarti bene o male perché non prova emozioni, non ha un volto o una forma, ma ha grandi conoscenze e sembra racchiudere tutte le caratteristiche di un essere etereo.
In definitiva, la cerimonia non riguardava tanto la possibilità che i robot potessero diventare buddisti, quanto piuttosto l’importanza di guidare gli esseri umani che li creano.
Il buddismo non è mai stato una religione di proselitismo. Tuttavia, l’introduzione di un monaco robot è in definitiva una mossa per rafforzare il capitale sociale e la presenza culturale della religione, soprattutto considerando la posizione di rilievo del tempio nel centro di Seoul.
In Giappone, l’Università di Kyoto aveva presentato a febbraio un robot simile, in grado di apprendere i testi sacri e fornire consigli a chi cerca una guida. Al contrario, però, Gabi non è ancora in grado di apprendere.
Noah Namgoong, istruttore zen presso il Korea Buddhism Jo-Gei Temple of America di New York, ha dichiarato al New York Times che il robot monaco è “una cosa piuttosto strana” che rimanda più “a un aspetto socio-economico che spirituale”. Ed è in parte vero: Gabi non è ancora pronto a diventare una guida spirituale, ma è, per ora, soltanto una trovata di marketing.
Dopo la cerimonia, un visitatore del Tempio Jogye voleva incontrare il robot monaco, ma non è stato possibile: Gabi era già stato restituito al produttore, che lo aveva prestato al tempio solo per la cerimonia. Forse i tempi non sono ancora maturi per un robot guida spirituale, ma, nell’attesa, molti trovano sollievo e compagnia confidando a ChatGPT dubbi esistenziali che si vergognano di raccontare a un altro essere umano.
Camilla Fatticcioni